Premio Nobel per la pace interiore

Penso che bisogna essere portati anche per empatizzare con la precarietà: conosco persone che riescono a rimanere intere, senza piegarsi, senza spezzarsi, nonostante tutto ciò che succede fuori. E non so se provare una sana invidia o molta pena per loro. Non so se devono essere un modello da imitare o dal quale prendere le distanze.

Io non sono sempre intera. A volte cado, e a volte ho bisogno di rimanere a terra e toccare il fondo, altrimenti mi sembra di non avere percezione di me stessa.

E sul fondo tutto appare per ciò che esattamente è: una realtà, a tratti drammatica, a tratti comica, da cui non si riesce a sfuggire. E dunque difficile da accettare.

Tutto è iniziato durante la quarantena. In realtà tutto è iniziato molto prima dentro di me, ma io mi sono permessa di osservarmi solo in quei mesi.

Non sto bene a Cassino. E negli anni ho fatto tantissimi tentativi per adeguarmi, per riuscire a trovare il mio spazio, il mio ruolo nella città. Ma non è un problema geografico, quanto familiare, intimo, profondamente radicato nelle mie origini. La città è solo lo specchio su cui proietto ciò che avviene dentro.

Ultimamente ho visto Radiofreccia, di Ligabue, che mi è piaciuto tantissimo ma fino ad un certo punto, perchè l’ho trovato estremamente malinconico; l’atmosfera stessa era intrisa di frustrazione generazionale, di confusione, di sorpresa nell’impossibilità di cambiare ciò che non andava. La cosa che mi ha colpito di più è stata la volontà dei personaggi di ribellarsi a quella vita un po’ spenta, alcuni in modo più evidente, altri più segretamente, tentativi tuttavia vani, perchè in effetti tutti vanno poi incontro al loro destino. Ecco, nonostante la voglia, nessun personaggio riesce a dare davvero una svolta alla propria vita, accontentandosi di ciò che ha tra le mani, inseguendo la superficie di se stesso. Anche Bruno, quello che sembrava il più reattivo, non riesce a liberarsi dei propri demoni, ma si offre a loro, soccombendo.

Ed è proprio una frase di quest’ultimo che mi fa riflettere profondamente: “Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merckx”.

Che sia una città o un paese, che sia al mare o in montagna, la verità è che ovunque è difficile stare bene se ci sono parti di noi stessi che non accettiamo. Se pensiamo che altrove, in un altro momento storico, o nei panni di un’altra persona sia meglio che in noi stessi, lì dove siamo.

Durante la quarantena ho avuto la percezione di non avere nulla sotto controllo. Di non potermi muovere, di essere bloccata non solo in casa, ma soprattutto in me stessa. Ovunque mi girassi, c’erano tracce di me, tracce di ciò che avevo perso, di ciò a cui avevo rinunciato per ricominciare da zero. Ovunque c’era la me che non ho mai accettato, da cui avevo ben pensato di prendere le distanze, convinta che lasciandola indietro, lontano dagli occhi, potesse svanire ed essere simultaneamente sostituita da una me un po’ più autentica, più semplice da tollerare. Anche e soprattutto per me che devo convivere con me stessa.

E per un po’ sono riuscita a seminare quella parte tossica, arrivando a sentirmi anche libera, disintossicata. Per poi riavvelenarmi, puntualmente, appena tornavo a Cassino.

Da quando sono partita la prima volta, a Maggio del 2019, non ho più smesso di partire: c’è stata Milano, poi Barcellona, la Svizzera, Padova, la mia amata Pescasseroli. Ed eccoci a Marzo, in quarantena.

Ho sviluppato una vera e propria idiosincrasia nei confronti di Cassino, mi bastava entrarci per deprimermi, per chiudermi in me stessa e dimenticarmi la Giulia che ero stata lontano da qui.

E poi Gaeta quest’estate. Per rientrare a Cassino a settembre e andare incontro a tutto ciò che avevo lasciato in sospeso dentro di me.

La difficoltà di accettare se stessi è una cosa che non si può spiegare: convivere con un estraneo, dividere il corpo e la mente con un nemico, non saprei descriverlo diversamente.

Il mio nemico sono sempre state le emozioni. La Giulia che cerco perennemente di sabotare è quella che ama, che odia, che si emoziona, che si incazza, è la Giulia che pensa di non farcela ma poi ce la fa, e anche la Giulia che a volte proprio non ce la può fare. Il nucleo originale di me, quello che mi consente di sentirmi umana, fragile, fallibile. Quello che proprio non riesco a sopportare.

Nella mia guerra ostinata contro di me cerco di prendere il più possibile le distanze da me stessa, ferendomi nei modi più svariati, fantasiosi, illogici. E so che questa guerra causa tante vittime, non solo in me, quelle versioni di Giulia che non tollero e cerco di reprimere, ma anche fuori, perchè ferendomi così, inevitabilmente faccio male a chi mi sta accanto e che non può comprendere il motivo per cui io mi allontano di continuo.

In questi giorni, però, mi sono resa conto che è vero tutto ciò che ho scritto fino ad ora, e lo è altrettanto il fatto che non ci sia nulla di male nel non tenere tutto sotto controllo. Capire questa cosa è stato un po’ un punto di svolta per me, per la mia crescita interiore: si può rimanere attaccati ad un’emozione, che può continuare a vivere dentro di noi, facendoci tanto bene e tanto male; si può pensare al passato con commozione e nostalgia; si può pensare con ansia al futuro, sentendosi confusi per ciò che sarà; si può provare tanta rabbia per aver sprecato un sacco di tempo a scappare da se stessi, quando l’unica cosa che valeva la pena fare era prendersi per mano e camminare serenamente a braccetto con la propria emotività; si può essere eccitati all’idea di fare un viaggio da soli che si desiderava da tempo immemore; si può essere spaventati nel vivere in tempi tanto incerti, ma si può avere fiducia in se stessi.

Prima avevo paura di rimanere a Cassino, perchè non sapevo come affrontarmi. Mi sembrava di tollerarmi soltanto riempiendo il mio tempo di impegni, per non pensare a me stessa.

Ecco, io da una parte ammiro le persone che sono sempre intere, perchè hanno probabilmente una vita più lineare della mia; sono più decise, meno caotiche. Eppure io non riuscirei ad immaginarmi diversa da come sono. Non accettare tanto a lungo le mie emozioni mi ha portato a guardare in faccia una parte di me molto oscura, e per assurdo a sentire di più tutto quanto. Come se dentro di me ci fosse da sempre un amplificatore per le emozioni. Tanto più cerco di reprimerle, quanto più loro si diffondono con violenza dentro di me.

Ovviamente prima non avevo consapevolezza di questa cosa: mi sentivo solo andare in pezzi, e non ne capivo il motivo. Non volevo capirlo, perchè a sapere, lo sapevo bene.

Oggi sono un casino, davvero! Non ho punti fermi dentro di me, e rifiuto categoricamente ed ostinatamente di averne fuori, finchè non me li costruisco da sola. L’unica cosa certa che so è che tra due settimane, Covid permettendo, me ne vado 5 giorni in Irlanda da sola. Ho prenotato oggi il viaggio e ancora non ci credo!

Questo per dare un’idea di quanto possa essere complesso essere me stessa: una che tende a controllarsi costantemente e che, per la legge del contrappasso, ora non ha idea di cosa farà da qui ad un mese. A volte penso che dovrei autoinsignirmi del premio nobel per la pace interiore con cui sto affrontando questa fase della mia vita senza avere punti di riferimento a cui appoggiarmi, salvo la ritrovata unione della me razionale con la me emotiva, da cui mi deriva una serenità davvero insperata.

Comunque, concentrandoci su qualcosa di più leggero, oggi mi sono dimostrata per l’ennesima volta la mia incapacità di prenotare un viaggio. Credo di aver impiegato 8 ore per fare tutto, di cui 6 passate davanti al pc a confrontare prezzi, orari, a cercare collegamenti tra aeroporti, stazioni degli autobus e luoghi da visitare (senza, ovviamente, trovare ciò che stavo cercando, semplicemente perchè pretendevo di pagare oggi il biglietto di una bus per essere sicura di arrivare senza problemi alla casa che ho prenotato – per intenderci: come se avessi voluto prendere oggi un biglietto Atac per arrivare da Termini alla mia ex casa universitaria con il 38, insomma follia!), intervallate da 2 ore passate sul divano con sguardo perso nel vuoto per distendere la mente e chiarire tra me e me gli intenti da perseguire, elaborando il piano migliore per non impazzire più di quanto io non lo sia già dalla nascita.

Ovviamente accetto ben volentieri consigli su come prenotare in modo più celere un viaggio, perchè è vero che a volte manca il coraggio di partire soli, ma è vero anche che se devo perdere le giornate solo per prenotare aereo e casa (ovviamente ai tour guidati penserò quando mi riprenderò da questa intossicazione da pc), ma chi me lo fa fare?!

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