Le verità bugiarde

L’Irlanda è bellissima! Quando la Mannoia canta “Il cielo d’Irlanda è dentro di te” ha ragione, perchè ti conquista! E torni a casa migliore quando i tuoi occhi fanno esperienza del meraviglioso scenario delle Cliff of Moher, e provi emozioni monumentali proprio come il paesaggio che osservi!

Questo e tanto altro ancora che potrei raccontare, se solo fossi stata in Irlanda, se avessi visto dal vivo le scogliere, le isole Aran, il Connemara, Galway, il parco nazionale di Killarney, la cattedrale di San Patrizio eccetera eccetera eccetera.

Comunque piano piano ho accettato l’idea di non essere partita e ho riempito questi cinque giorni di viaggio con attività altrettanto stimolanti. Più o meno.

Lo è stata sicuramente l’escursione di ieri con Itinarrando ai boschi della difesa, dove ho avuto l’occasione non solo di passare una giornata nella natura, ma anche di tornare a Pescasseroli.

Pescasseroli è bella sempre, ma ieri lo è stata particolarmente. Ritornare nei luoghi in cui sei stato felice ti permette, in qualche modo, di riallacciare i fili strappati, di riprendere dei discorsi interrotti troppo presto, o semplicemente di portarli a termine.

I luoghi in cui siamo felici sono, in fondo, la nostra casa, e lì è molto più semplice essere noi stessi.

Ed essere noi stessi significa non solo accettare le cose belle, i successi, le luci puntate sulla gioia, ma anche qualche debolezza, un po’ di buio che ci blocca, che non ci fa procedere nel modo spedito in cui pensiamo che la nostra vita meriti, qualche fallimento. Che poi nulla è mai un fallimento, semplicemente un’occasione per conoscerci più a fondo, e illuminare meglio il nostro percorso.

Io lo so che non sono una persona semplice. Sin da piccola ho sempre frequentato persone più grandi della mia età, amici dei miei genitori o dei miei nonni, e con loro mi trovavo benissimo, anche se avevo 10 anni. E a volte è faticoso anche per me stare con i miei coetanei, perchè mi rendo conto che gli interessi non sempre coincidono, che le cose che piacciono a me sono un po’ diverse.

Sono ben consapevole che le persone che mi hanno conosciuto direbbero di me che sono pesante, che faccio discorsi lunghi, complessi, che mi piace parlare e mi piace crescere confrontandomi con gli altri, che sono curiosa, che mi piace conoscere le persone, che mi piace che si mettano in dubbio, ed io stessa accetto questa provocazione.

Mi piace andare oltre la superficie, scavare a fondo, non solo con gli altri, ma anche con me stessa. Però a volte sbaglio a pensare che negli altri ci sia qualcosa di più profondo oltre ciò che mostrano. Ed è capitato che io abbia mentito a me stessa, volendo credere a cose che in realtà non esistono, vedendo uno spessore in persone che sono sottili e fragili come le storie che mi raccontavo su di loro.

A volte l’apparenza è l’unica cosa che le persone hanno da offrirci, e siamo noi a creare una storia dietro quella superficie.

Noi la creiamo e noi la distruggiamo, perchè spesso capita che le persone non ci mentano affatto su come sono realmente, anzi. Ce lo dicono in faccia, ce lo mostrano quotidianamente, eppure noi vogliamo raccontarci altre verità, che giustifichino la loro presenza nella nostra vita.

Si rimane delusi, certo, ma sarebbe un peccato non sfruttare questa ghiotta occasione di domandarci: “Perchè ho voluto credere che quella persona fosse diversa da come appariva?”.

Le risposte sono tante, ognuna relativa al nostro modo d’essere. “Perchè mi faceva comodo così”, “Perchè avevo bisogno di lei”, perchè, a volte, è più facile non affrontare la realtà e cercare delle scappatoie per sentirci più forti, migliori. Perchè, inevitabilmente, le persone ci danno qualcosa. E ogni persona ci dà qualcosa di diverso, di unico, che non ritroviamo altrove.

Qualcosa che non abbiamo in noi stessi. E quando riusciamo ad avere ciò che ci manca, ci sembra di non poterne più fare a meno.

Nessuno nasce completo, tutti hanno bisogno di qualcosa. Tuttavia ci sono persone che lo hanno accettato, e altre che ancora non si rassegnano.

Una persona non è solo ciò che ci dà, ciò che ci manca. Una persona è essa stessa mancanza, e prende da noi ciò che le serve. E non è detto che ci si incastri sempre bene, che ci si alimenti reciprocamente in modo positivo. A volte non si riesce ad ottenere ciò di cui si ha bisogno neanche da un genitore.

Ma allora ascoltiamoci, e sentiamo ciò che ci serve, osserviamo le nostre mancanze e non pretendiamo di riempirle a tutti i costi. Cresciamo con loro e valorizziamole, rendendole i nostri punti di forza, il metro di paragone per far avvicinare le persone a noi. Spesso, pur di sentirci più completi, di compensare quel vuoto, siamo disposti ad accettare compromessi spiacevoli, comportamenti che ci fanno male, in nome di quell’unica cosa che pensiamo ci faccia bene. E invece, lentamente, da dentro, ci distrugge.

Perchè noi non siamo i nostri vuoti. Fanno parte di noi, ma non iniziamo né finiamo in loro. Ci lasciamo inghiottire, questo sì. Ma se cadere è facile, lo è ancor di più rimanere imprigionati in situazioni che ci logorano. E pensare di meritarle, indugiare su di esse perchè “in fondo a me va bene così”.

Ci raccontiamo questo perchè fa male ammettere che ci stiamo ingannando per bisogno, perchè dipendere non piace a nessuno, ci fa sentire deboli, stupidi, in balia degli altri. Invece siamo solo in balia di noi stessi. E dipendere dovrebbe spaventare solo quando non lo sai.

Che male c’è nell’ammetterlo? Tutti dipendiamo da qualcosa: fumo, alcool, droga, cibo, persone, denaro, internet, sesso, lavoro. Nessuna dipendenza è migliore di un’altra. Forse è migliore solo chi fa qualcosa per uscirne, o l’accetta serenamente, non raccontandosi altre verità.

Ecco, io per anni mi sono raccontata delle verità su di me, tipo che ero diversa, che ero pesante, che non sono il tipo con cui andare in discoteca perchè a ballare con la musica ad alto volume preferisco una cena più intima, in cui raccontarsi, ridere, in cui parlare di niente, e valorizzare il tempo con la leggerezza. Perchè non sono il tipo con cui parlare di make up, di moda, di spettacolo, neanche di serie tv, ma di quanto un’esperienza sia in grado di cambiarti, di domande scomode che evitiamo di porci, di risposte che non ci diamo per sopravvivere a noi stessi.

Ho passato anni a criticarmi severamente, giudicando il mio modo d’essere pesante, sentendomi esclusa dalla spensieratezza che sembrano vivere tutti, senza rendermi conto che questo giudicarmi mi penalizza, che tra la superficialità e la pesantezza c’è la leggerezza, e che non si può essere leggeri tutti allo stesso modo. Che io, quando mi accetto e mi apprezzo, sono leggera, ed il punto è assecondarmi, accettare che io sono così, circondarmi di persone con cui sono in sintonia, senza timore di perdere chi mi tiene ancorato ai miei giudizi su me stessa.

Spesso guardiamo gli altri e vediamo in loro ciò che ci manca, ciò che non siamo, e ci sentiamo inadeguati. È proprio questo a sabotare la nostra leggerezza. Non tutte le persone che ci piacciono, o con cui siamo stati bene in una fase della nostra vita, continuano a corrisponderci. Bisogna ascoltarci e capire quando le situazioni devono finire. Perdere persone, lavori, città, non è mai un problema se questo ci consente di ritrovare la nostra pace.

Probabilmente ci accontentiamo delle briciole degli altri quando il vuoto in noi ci sembra troppo grande da annegarci. Proviamo a nuotarci dentro, e ad amarlo, che nessuno può essere crudele con noi quanto noi stessi, quando ci concentriamo sulle nostre mancanze, dimenticandoci di noi.

È questa l’importanza delle persone. Quanto, grazie ad esse, siamo in grado di andare in fondo a noi stessi, senza timore di scoprire ciò che siamo realmente.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. Scribacchino ha detto:

    Spesso guardiamo gli altri e li facciamo diversi perché non viviamo le loro vite, perché non siamo nei loro panni o, come dicono in inglese (e presumo sia valido anche per l’Irlanda), non camminiamo nelle loro scarpe (to walk in the shoes of someone). 😉

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    1. ailuig91 ha detto:

      no, ma dovremmo vivere abbastanza nella nostra vita da comprendere, senza giudicare, quella altrui, senza pensare di essere migliori o peggiori degli altri 🙂

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      1. Scribacchino ha detto:

        Esprimere un giudizio è una cosa naturale, ma tenerlo in sospeso è l’unica soluzione che ritengo applicabile.
        Poi dal giudizio alla condanna ce ne passa, sia chiaro.

        Comunque nessuno è migliore o peggiore, ma siamo solo tutti diversi. E quindi non paragonabili.

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  2. Lo scrittore volante. ha detto:

    ” Ho passato anni a criticarmi severamente, giudicando il mio modo d’essere pesante, sentendomi esclusa dalla spensieratezza che sembrano vivere tutti, senza rendermi conto che questo giudicarmi mi penalizza, che tra la superficialità e la pesantezza c’è la leggerezza, e che non si può essere leggeri tutti allo stesso modo. Che io, quando mi accetto e mi apprezzo, sono leggera, ed il punto è assecondarmi, accettare che io sono così, circondarmi di persone con cui sono in sintonia, senza timore di perdere chi mi tiene ancorato ai miei giudizi su me stessa”
    Non sai quanto ti capisco… ultimamente mi sta capitando anche a me di notare questa cosa.
    Alla fine l’improtante è capirlo, anche questo fa parte della crescita 🙂

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    1. ailuig91 ha detto:

      Bisogna iniziare da qualche parte a crescere 😃

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  3. ailuig91 ha detto:

    I primi a non doverci giudicare siamo noi stessi. O migliori o peggiori di altri. Ma chi giudica l’esterno lo fa con se stesso.
    Il giudizio è una difesa semplice per non mettersi in dubbio

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    1. Scribacchino ha detto:

      Se preferisci chiamarla valutazione, nessun problema, ma il concetto non cambia.

      Anche giudicare (o valutare) se stessi è altrettanto naturale, perché i filtri che abbiamo ci inquadrano quasi sempre in qualche “casella”. Il passaggio di cui parli tu, quello di non giudicarsi, ma di accettarsi, arriva proprio nel momento in cui si mette in dubbio, non se stessi, ma il proprio metro nel darci “un’etichetta”.
      Poi il risultato (a livello di risposte) dell’autoanalisi può essere lo stesso di quello prima della presa di coscienza, ma è totalmente differente l’impatto nel quadro generale, perché diviente senza un reticolo di preconcetti e quindi è più facilmente concepibile la visione di sé.

      (spero di essermi spiegato)

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      1. ailuig91 ha detto:

        Sì, per me giudizio ha un’accezione senza dubbio negativa.
        E sì, ti eri spiegato bene anche prima. Credo che, in fondo, per quanto vogliamo liberarci di determinate etichette, in realtà ci fanno vivere più tranquilli, ci inquadrano in qualcosa con cui abbiamo già familiarità. È difficile pensarsi oltre il giudizio. O meglio, che oltre esso ci possa essere qualcosa (sia essa buona o brutta)

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      2. Scribacchino ha detto:

        Liberati dal giudizio negativo sulla parola giudizio! 🤣🤣🤣

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      3. ailuig91 ha detto:

        Aspetta, ora me lo segno 😃😃

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