Marche: giorni 2 e 3 di viaggio.
Sono nel bar di Arcevia, un paese in provincia di Ancona. Fuori il vento è fortissimo e freddo. Qui dentro ci sono caffè caldo e “Starlight” dei Muse. Capite che non c’è proprio margine di scelta!
Di questa cittadina, fino ad ora, ho visto solo: tantissime scale, due spritz e un pranzo abbastanza tipico a base di focacce e piadine con polpettoni di verdura.
Il tempo in questi giorni non è proprio dei migliori: ieri guidavo lungo strade invase da rami e piante cadute per il vento. Oggi, per sicurezza, rimango al chiuso a raccogliere i pensieri.
Mi accorgo che sto facendo binge visiting. Si dice?
È la seconda volta che uso il termine “binge” in un’accezione decisamente positiva – la prima volta nello scorso articolo: mi sto riempiendo di esperienze, di visite, di km, di panorami di cui l’orizzonte è un confine fin troppo labile ai miei occhi.
Oggi non mi dispiace fermarmi un attimo per respirare.
Sono qui nelle Marche e ho visitato: Loretello, San Pietro, Corinaldo, Mondavio, Castellone di Suasa, Jesi, Arcevia. E Ostra Vetere, ovviamente – il paese in cui alloggio.
Ma non sono solo i paesi che ho visitato. Sono i momenti di cui questi giorni sono composti. Una serie infinita di attimi che, uno dopo l’altro, stanno rendendo bello questo viaggio. A volte una visione, un odore, un rumore o una canzone mi attraversano e mi lasciano tanta gioia. Mi resta solo la memoria dell’emozione bella che ho vissuto, non ciò che l’ha generata.
Intanto, questo viaggio ha tante colonne sonore: le canzoni che ascolto in macchina da Spotify o quelle che sento casualmente alla radio. Canzoni legate a momenti passati, più o meno belli. Ma qui, lontano dalle dinamiche del quotidiano, assumono un altro aspetto. Mi fanno sentire profondamente legata alle mie sensazioni. Le sento, le riconosco e le accolgo, provando un forte senso di appartenenza a me stessa.
Poi ci sono le persone: ci salutiamo, con alcune ci sorridiamo solo, con altre parliamo. Rispondono alle mie domande o mi raccontano la loro vita. Parlo molto con Catia, la proprietaria del B&B Gaia di Ostra Vetere dove alloggio. Con lei la colazione è un momento di confronto, di scambio generazionale. In due soli giorni, tra un cornetto e una spremuta d’arancia, ci siamo guadagnate una confidenza e un’intimità inaspettata.
C’è il vento: con una forza invisibile muove le cime degli alberi e tutto il paesaggio prende vita. I movimenti della terra sono armoniosi: gli alberi danzano sulle note che il vento intona con la sua voce profonda e cupa. Ovunque mi raggiungono odori intensi, come quello di rosmarino che ho sentito ieri notte, mentre ero in piedi fuori dalla mia stanza con gli occhi chiusi.
Guido e davanti ai miei occhi sfilano i paesaggi collinari marchigiani. Sembrano una tela dipinta da un artista. Pennellate morbide e gentili colorano lo sfondo: il marrone lascia il posto al giallo che a sua volta finisce per permettere al verde di espandersi. A volte appaiono case solitarie e riesco solo a pensare “Che strada faccio per raggiungerle?” perché ad occhio nudo è visibile solo natura, nessuna traccia umana.
Ci sono tante curve: ad ogni svolta c’è un paesaggio più sconfinato di quello che mi lascio alle spalle.
Insomma, tanti km e tanti paesaggi. E ogni km non sono solo 1000 metri che percorro passivamente uno dopo l’altro. Sono ciò che questi spazi mi permettono di vivere, ciò che seminano dentro di me, ciò che io poi raccolgo.
In ogni agglomerato urbano che ho visitato ci sono un castello e una chiesa. Ecco: lì c’è l’uomo, lì c’è Dio. E attorno alla torre e alla croce sul campanile, ci sono le mura di cinta alte, spesse e robuste, che stanno lì dal Medioevo e nessuna guerra o terremoto è riuscito ad abbattere.
Loretello è un paese in cui, al momento, abitano 6 anime. Ci sono una via principale e ai lati qualche casetta, una chiesa e un ristorante. Ogni casa è un vero e proprio casale con un terreno ai lati da coltivare. E poi c’è il borgo vero e proprio. Per visitarlo ho impiegato 5 minuti di orologio perché è uno spazio minuscolo. Ci sono un paio di torri, un museo chiuso e qualche casetta con le finestre aperte. Da lì arrivano le parole di chi la abita; gli odori delle esistenze che sembrano scorrere tranquille, al riparo dai pesi della modernità; i rumori di chi vive in un borgo che sembra non averla più, una vita.
Incontro un tipo e gli chiedo qualche informazione. Mi dice che lavora nel turismo, si occupa di promuovere le Marche: mi è andata proprio bene! penso. Infatti, mi racconta mille cose e mi dice i nomi di diverse città da visitare. Mentre mi parla so già che non avrò il tempo né le energie per fare tutto quello che mi dice.
Lascio Loretello con un paio di depliant in più e tanta pace nel cuore. Vado verso San Pietro, il comune di fronte che ho adocchiato mentre ero seduta su una panchina. Mi ha colpito il campanile che svettava su tutte le altre costruzioni. Arrivo che è già quasi notte – l’ora solare rosicchia tanta parte del giorno per chi ha un sacco di cose da fare e troppo poco tempo per farle tutte. Vedo il campanile, faccio un giro attorno alle mura e in una piazzetta ci sono 3/4 gatti che mi guardano incuriositi. Mi dispiace ma non è il momento delle coccole.
Torno verso il b&b. L’avventura è appena iniziata.