Una delle cose che preferisco fare in libreria è leggere i titoli dei libri.
Frasi in grado di raccontarmi una storia. Di generare immagini interne che evocano felicità, dolore, malinconia, attesa, nostalgia.
I titoli dei libri sono frecce sottili che puntano dirette al cuore: taglienti abbastanza da perforarne la corazza per poi trapassarlo con un colpo secco. E io non posso fare altro che rimanere lì, con un gorgoglio di emozioni che dal cuore si riversano in tutto il corpo, tentando di collocarle da qualche parte.
Mi piace perdermi in questo modo: sentirmi così emotivamente sovrastimolata, concedermi il tempo di non capire pienamente cosa sto provando, ma provarlo e basta, per lasciare che anche il cuore si esprima liberamente, senza cinghie che lo stringano o pensieri che lo frenino.
Sabato 23 marzo sono andata in libreria e ho fatto una raccolta di titoli di libri che mi hanno colpito e che ora vi lascio.
Non si tratta di suggerimenti letterari, solo di titoli e delle suggestioni che mi hanno evocato. L’ordine in cui li ho scritti è casuale.
“La luce che manca” di Nino Haratischwili. Penso ad una foto in bianco e nero di un pomeriggio d’estate, il sole illumina il cielo e colora la natura. Ma noi non vediamo niente perché la luce manca.
“L’età fragile” di Donatella Di Pietrantonio. Penso all’infanzia, quel tratto di vita così fragile e durevole nel tempo. In cui assorbiamo educazione, comportamenti e pregiudizi. E penso a quanto sia ancora più fragile l’adolescenza, quando ci troviamo ad affrontare il mondo da soli, privi di protezione, facendo i conti con noi stessi e con la visione del mondo che ci hanno trasmesso.
“Tutto su di noi” di Romana Petri. Quel “noi” lo immagino come l’intreccio di più vite che confluiscono tutte in un’unica famiglia. Allora mi chiedo se questo “noi” ci considera come “noi” individui singoli e autonomi o come “noi” membri della famiglia, influenzati nei pensieri e nei comportamenti dai legami familiari?
“Che significa diventare adulti?” di Banana Yoshimoto. Fare un bel po’ di casini, ecco che significa diventare adulti! Immagino una narrazione aperta, che non da risposte ma pone solo più interrogativi. Ma in fondo, porsi le domande, mettersi nella condizione di dare voce alla propria ricerca interna e ai propri dubbi: non è anche un po’ questo il senso di diventare adulti?
“Piccoli miracoli e altri tradimenti” di Valeria Parrella. Adoro il fatto che in questo titolo miracoli e tradimemti siano abbinati. Perché un miracolo dovrebbe essere un tradimento? Ma in fondo, perchè no? Miracolo, dal latino “miraculum”, cosa meravigliosa. Tradimento, dal latino “tradere” consegnare. Cose meravigliose e altro da trasmettere. Un’eredità ricca di meraviglia.
“La bella confusione” di Francesco Piccolo. Finalmente qualcuno parla di confusione come di qualcosa di bello e non qualcosa da cui fuggire a gambe levate. E voi, come la immaginate la confusione? Come un luogo da abitare e decorare, o come un incubo da cui risvegliarsi?
“La città dei vivi” di Nicola Lagioia. Bè qui sono di parte perché ho sentito già il podcast ma che devo fare, è un titolo irresistibile. E anche se so già il finale, non posso fare a meno di pensare alla storia di una città in cui pullulano desideri, voglie, manie, istinti primordiali, sensi di colpa. Una città in cui si vive e si muore di pulsioni.
“Confessioni di un’amica” di Elizabeth Day. Spritz, patatine scrocchiarelle e storie di due vite intrecciate dal filo di un’amicizia inossidabile. Confessioni è un termine così cattolico! Allora penso alle mie cose inconfessabili e a quelle uniche persone della mia vita che possono accoglierle, senza farmi sentire in colpa, recitare l’Atto di dolore o 10 Padre Nostro perché sono una peccatrice. Ma solo io che prendo decisioni per me stessa.
“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda. Mi viene in mente un fattaccio accaduto a via Merulana che però è solo la punta dell’iceberg – o meglio, il capro espiatorio – di altri fatti, ben più gravi e più brutti. Uno spartiacque: prima di quel “pasticciaccio brutto” tutto sembrava andare bene. Dopo, la realtà si è svelata per ciò che era davvero e nessuno ha più potuto ignorarla. La bruttezza, dunque, non è tanto di ciò che è accaduto a via Merulana, quanto del sommerso che è venuto a galla.
“Se i gatti scomparissero dal mondo” di Kawamura Genki. Sai che bel mondo sarebbe?
“Bugie di famiglia” di Nella Frezza. Cosa cementifica di più i legami di famiglia: l’amore o condividere segreti?
“Stranieri a noi stessi” di Rachel Aviv. Mi viene in mente James Joyce: “Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi.”
“Donne dell’anima mia” di Isabel Allende. Immagino le donne importanti della mia vita. Sento quanto la vita di una donna possa impattare su quella di un’altra. Quanto sia forte il senso di solidarietà e di emulazione che ci lega di generazione in generazione in una promessa tacita: “io oggi lotto affinché tu domani possa essere ancora più libera”.
“Imparare democrazia” di Gustavo Zagrebelsky. Qui la memoria ritorna all’università e al mio prof di Metodologia delle Scienze giuridiche, alla sua Vespa rossa che parcheggiava davanti all’aula e al suo pizzetto che si toccava ripetutamente mentre spiegava. Di cosa parliamo, quando parliamo di democrazia? Da dove arriva il nostro concetto di democrazia? È funzionale alla società che abitiamo oggi? Si può ripensare la democrazia? Impararla di nuovo?
“Chiamami così” di Vera Gheno. Mio padre non mi chiama mai Giulia. Mi chiama Monica, come sua moglie, mi chiama Bianca, come la loro figlia. A volte mi chiama Angela, come mia madre. E solo dopo aver pronunciato questi tre nomi, arriva Giulia. Io ormai non ci faccio neanche più caso ma “chiamami così” è la giusta rivendicazione di se stessi davanti ad un mondo cieco. Davanti ad un mondo che non ha le parole per nominarci. E voi, come volete essere chiamati?
“Come un libro ritrovato” di Nick Bradley. Serendipità.
“Belle per sempre” di Kathrine Boo. Penso alle bambine. E poi penso a quelle che muoiono presto, che resteranno belle per sempre. Belle dentro: ingenue, non contaminate dagli intrighi e dalla crudeltà del mondo.
“L’ultima cosa bella sulla faccia della terra” di Michael Bible. Per me sarebbe un libro. Possibilmente, il mio. Per voi?