La prima persona che ha detto “Nessuno tocchi la 194”, alla fine, ha avuto ragione. L’aborto, e quindi la libertà di scelta delle donne, è ancora un terreno farraginoso, affatto spianato ma pieno di inciampi e buche. Un terreno sul quale fioriscono opinioni personali e pregiudizi, innaffiati da leggi che non contribuiscono all’emancipazione culturale del Paese, ma che concimano, ancora una volta, atteggiamenti paternalistici e assistenziali.
A meno di una settimana dalla seduta in cui il Parlamento europeo ha deciso di introdurre l’aborto nella Carta dei Diritti fondamentali, in Italia la Camera ha approvato l’emendamento 44 proposto da Lorenzo Malagola, FdI, al DL PNRR, sull’introduzione nei consultori di associazioni del Terzo Settore con comprovata esperienza nell’ambito della maternità. Un emendamento con cui si riafferma, ancora una volta, la volontà politica di introdurre associazioni prolife nei i luoghi dove le donne si recano spontaneamente per interrompere la gravidanza.
E dire che in Parlamento europeo si era discusso anche degli ostacoli che in alcuni paesi impediscono il pieno riconoscimento del diritto di aborto. In particolare, durante la seduta che si è tenuta il 12 aprile a Strasburgo – come riportato dal comunicato stampa – si è parlato anche di Italia, dove “l’accesso all’assistenza all’aborto sta subendo erosioni, e (…) un’ampia maggioranza di medici si dichiara obiettore di coscienza, cosa che rende estremamente difficile de facto l’assistenza all’aborto in alcune regioni”.
Alla luce del dibattito politico e sociale attorno alla presentazione dell’emendamento presentato da FdI – che Veerle Nuyts, la portavoce della Commissione europea agli Affari economici, ha dichiarato non in linea con gli scopi del PNRR – la domanda sorge spontanea: in Italia, il diritto all’aborto è pienamente riconosciuto?
Da un punto di vista giuridico, il caposaldo di questo diritto è la L. 194/1978, introdotta 46 anni fa e mai rinnovata. Una legge che, si legge sul sito del Ministero della Salute, ha come “obiettivo primario (…) la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto attraverso la rete dei consultori familiari, un obiettivo che si intende perseguire nell’ambito delle politiche di tutela della salute delle donne”.
Una legge che non tutela il diritto all’aborto in sè per sè, ma solo in funzione della protezione della maternità. Non si tratta pertanto di un diritto autonomo, che cammina sulle proprie gambe e che si fa valere nelle stanze di consultori e ospedali pubblici.
In questo contesto non stupisce l’emendamento presentato da FdI che, semplicemente, rinnova alcune delle disposizioni già contenute nella L. 194/1978. L’art. 1, c. 3, recita: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonche’ altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, mentre l’art. 2: “I consultori familiari (…) assistono la donna in stato di gravidanza: (…) d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”.
D’altronde, l’attuale presidente Giorgia Meloni, nel 2022, intervistata da Massimo Giletti per “Non è l’arena”, aveva detto “Non intendo abolire nè modificare la Legge 194. Voglio applicare la legge 194”. E così sta accadendo.
Oggi l’interruzione volontaria di gravidanza – IVG – è una prestazione inclusa nei LEA – Livelli Essenziali di Assistenza. Si tratta di prestazioni e servizi che lo Stato deve riconoscere ai cittadini, gratuitamente o attraverso il pagamento di un ticket; quel nucleo essenziale del diritto alla salute che viene riconosciuto attraverso le strutture sanitarie pubbliche.
Tuttavia la Legge 194, per come è scritta, presta il fianco a condotte e situazioni che impediscono a quel diritto di essere completamente attuato, a partire proprio dall’operato delle associazioni “prolife” antiabortiste. Quelle che fanno propaganda tramite grandi cartelloni pubblicitari lungo le strade che ritraggono l’immagine di un feto e la richiesta di salvargli la vita.
Tra queste ci sono i CAV – Centri di Aiuto alla Vita – che fanno parte della Federazione dei Movimenti per la vita in Italia. Nello statuto è scritto espressamente: “La Federazione si oppone anche alla legge 194/78 così come ad ogni provvedimento che voglia introdurre o legittimare pratiche abortive, eutanasiche e di manipolazione intrinsecamente soppressive della vita umana”.
Già oggi – prima che venisse presentato l’emendamento al DL PNRR – queste associazioni ricevono soldi pubblici. È il caso del bando della Regione Piemonte “Vita nascente” che nel 2022 ha finanziato con 400.000€ “organizzazioni ed associazioni operanti nel settore della tutela materno infantile iscritti negli elenchi approvati dalle ASL”. Nel 2023 i fondi sono diventati quasi un milione. L’obiettivo è finanziare “progetti individualizzati finalizzati alla promozione del valore sociale della maternità e sostegno delle gestanti e/o neomamme e tutela della vita nascente”. Tra gli aggiudicatari del bando ci sono, appunto, i CAV regionali.
C’è poi la questione del personale sanitario obiettore di coscienza: secondo il report “Mai dati” dell’associazione Luca Coscioni, curato da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, e aggiornato a fine 2021, ci sono ospedali con il 100% di obiettori di coscienza o con più dell’80% del personale medico e non – e ne è stata realizzata una mappa, “Obiezione 100”. Dal comunicato sulla pagina dell’associazione, si legge che “sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori. (…) Ad Andria (Puglia) sono obiettori al 100% sia i ginecologi sia il personale non medico. Nel Polo ospedaliero di Francavilla Fontana (Puglia), più del 90% di medici ginecologi, gli anestesisti e gli infermieri sono obiettori“.
Ciò vuol dire che ci sono città in cui non si può abortire in nessun ospedale; bisogna spostarsi di città o addirittura di regione per poter abortire, impedendo di fatto a persone che non hanno la possibilità di viaggiare di vedersi riconosciuto questo diritto.
I discorsi sull’IVG riguardano anche il comportamento del personale medico che accoglie le donne che vogliono abortire. Spesso si tratta di persone piene di pregiudizi, che si traducono in trattamenti poco umani verso chi si rivolge loro. Basti pensare che molti servizi donna – i luoghi ospedalieri in cui si abortisce – sono ubicati proprio nei reparti neo natali.
A ben vedere, dunque, al di là di un riconoscimento europeo, sembra tutt’oggi mancarne uno nazionale, sia a livello legislativo, sia a livello sociale. Ecco perché in Italia il diritto all’aborto scricchiola. Ed ecco perché, a livello politico, occorre una discussione che riguardi l’introduzione di una legge che lo tuteli come diritto a sé e che disconosca e sanzioni tutte quelle iniziative volte a impedirne la piena tutela e adozione. Occorrono programmi di educazione, indispensabili per il personale medico e non, anche per implementare le loro competenze umane; programmi di educazione sessuale nelle scuole, per spiegare ai ragazzi la maturazione sessuale e i conseguenti cambiamenti, l’anatomia dell’apparato genitale, i metodi contraccettivi, i diritti in caso di prevenzione e gravidanze indesiderate. Occorre una maggiore diffusione e accessibilità a strumenti contraccettivi sicuri e gratuiti.
Per riprendere infine le parole della presidente Meloni: “Se oggi ci sono delle donne che in Italia si trovano costrette ad abortire per esempio perché ritengono di non avere i soldi per crescere quel bambino o per portare a termine la gravidanza, per esempio perché si sentono sole perché non hanno istituzioni che le danno una mano, voglio dare loro la possibilità di fare una scelta diversa, senza nulla togliere a chi vuole fare la scelta di abortire. È aggiungere o togliere un diritto?” C’è da chiedersi se siano davvero queste associazioni a dare alla donna la possibilità di fare una scelta diversa. Se c’è bisogno di organizzazioni da cui dipendere o se la vera possibilità di scegliere liberamente se abortire o meno – al di là della pura e semplice volontà di farlo – non derivi da uno Stato che metta ogni suo cittadino in condizione di essere indipendente; in cui non ci sia precarietà lavorativa, ma un accesso e una mobilitazione sicura nel mondo del lavoro; che riconosca congedi parentali di eguale durata sia alla lavoratrice sia al lavoratore; di asili nido a costo zero o a costi ridotti in cui far stare i figli; di mutui garantiti e accessibili per l’acquisto di una casa.
Posto che l’aborto sia un diritto, c’è da chiedersi in che modo, concretamente, in Italia sia riconosciuto. A che cosa bisogna sottoporsi per abortire e se sia giusto così. Se sia corretto che una donna che sceglie di abortire, debba confrontarsi con persone che non la conoscono e che vogliono convincerla a non farlo. Se questi CAV siano davvero risolutivi o se non siano solo uno strumento per arginare temporaneamente una situazione di precarietà. Infine, se ci sono le condizioni economiche, sociali, lavorative e legislative affinché esista davvero una piena libertà di scelta.