La mia coinquilina è una psicoterapeuta. E fa questa cosa bellissima di chiedermi cosa vedo, cosa sento, cosa provo e come sto nei luoghi in cui mi trovo. L’ha fatto quest’estate in Puglia. Eravamo in acqua e mi ha fatto immaginare di avere un barattolo di vetro dove raccogliere tutto: la sabbia, l’acqua del mare, le urla di chi ci circondava, la sensazione di avere il corpo che galleggia nell’acqua, il calore sulla pelle, le dita che sfiorano la superficie del mare, i nostri abbracci. Poi mi ha fatto immaginare di richiudere quel barattolo, di sigillarlo, e di riportarmelo a Roma per aprirlo quando ho voglia e bisogno di un po’ di estate, di spensieratezza e leggerezza.
L’ha fatto oggi, che io sono a casa mia a Cassino, seduta sul divano. Non siedo su un divano da un sacco di tempo – anzi, da quest’estate che sono andata in Puglia da lei – perché a Roma non abbiamo questa dotazione da benestanti. Siamo più minimal e ci accontentiamo delle sedie dure dell’Ikea da spostare in giro per casa quando servono.
Seduta sul divano di casa mia, chiudo gli occhi e la prima cosa che sento è il freddo. Accanto a me è aperta la finestra ed entra aria fredda che si avvicina al mio corpo, ci si poggia piano. Lo so perché ho le gambe piene di brividi. Insieme al freddo mi raggiungono vari rumori: macchine che passano e che parcheggiano, portiere che sbattono, urla di bambini, ragazzi che ridono, cani che abbaiano. I cani non mancano mai. In questo quartiere di Cassino ci sono tanti cani e spesso parlano tra di loro, nelle ore più assurde. Di sera, mentre tutto sembra pronto per andare a dormire, i cani iniziano ad abbaiare e chissà che cose importantissime si dicono: il mio umano mi ha dato delle crocchette buonissime oggi, io invece ho mangiato tanta carne, avete visto che c’è una nuova fontanella lungo la strada? Domani giochiamo insieme? Vieni a prendermi tu e andiamo al parco.
Ora c’è un motorino che sta uscendo dal cancello e lo sento che si allontana. Non vedo il rosso del fanale perdersi nella notte, ma sento un cane che abbaia mentre gli passa davanti e pian piano il rumore sparisce. Una cicala inizia a frinire. Scandisce gli altri rumori del quartiere finché anche lei si stanca e si zittisce. Non c’è mai un momento in cui ogni cosa tace ma c’è sempre un momento in cui tutti i rumori si sovrappongono tra loro, come in una danza caotica di piedi calpestati, braccia levate verso l’alto e respiri affannosi.
Qui è così. Non è cambiato niente in questi 30 anni. E 30 anni non sono pochi e solo a pronunciarli ti riempiono la bocca. E stanotte mi sembra di sentirli scorrere ad uno ad uno lungo i brividi che ho sulle gambe. Questi stessi rumori li sentivo quando andavo a scuola e finivo di studiare tardi e loro mi facevano compagnia mentre traducevo una versione di greco o dimostravo un teorema di matematica. Solo io e i rumori. Mi facevano compagnia nelle sere in cui avevo iniziato a mangiare di più davanti a qualcuno, senza più nascondermi, senza più fingere di non avere un disturbo alimentare che controllava la mia vita, i miei pensieri. Anche nelle sere in cui, messo da parte quel disturbo alimentare, affrontavo la vita senza capirci niente, senza avere idea di cosa fosse e senza sapere di dover essere pronta.
Ora la cicala ha ricominciato a frinire e mi accorgo che dalla cucina arriva odore di patate bollite. Allora guardo la casa, i muri che la sostengono da più di 30 anni e mi chiedo loro cosa hanno fatto in tutto questo tempo. Nel tempo in cui io non ci sono stata, nel tempo in cui io non li vedevo. E se per loro la risposta è semplice (niente, sono semplicemente rimasti al loro posto, senza spostarsi mai, senza cambiare, se non quando li ho ridipinti insieme al mio ex e a tanta pizza con patate e cipolle) per me è un po’ più complessa. Dove sono stata io in questi anni in cui non sono stata a casa? Sono stata nel mondo e dentro me stessa. Non più in una casa fisica, abitata da altri, arredata da quadri e tappeti, ma in uno spazio in cui ci sono io e dove mi sento al sicuro, anche se non sono circondata da mura.
La mia coinquilina mi chiede come sto e io le dico che sono irrequieta. Che in questo luogo in cui dovrebbe essere facile trovare la quiete, il sollievo e il riposo, io sono agitata. Adesso c’è silenzio e io sento il ticchettio dei tasti e dei pensieri che si accavallano in testa, in attesa di diventare parole scritte su questa pagina. Uno scroscio improvviso mi riporta sul divano: qualcuno ha buttato il vetro. E a me sembra di sentirmi esattamente come quel vetro che si rompe: con bordi affilati e taglienti. Ogni interazione umana potrebbe farmi male o io stessa potrei fare male, se toccata nel verso sbagliato. Ma mi sento anche a mio agio in questa inquietudine. A mio agio nel poterla vivere. Stasera va così.
Che si fa quando si è irrequieti? Si torna a casa.