L’aria è freddissima attorno a me e io mi stringo nel trench giallo che non mi ripara dalle sferzate gelide di un sabato mattina di aprile. Il prato dell’Auditorium è grande e ci sono tanti camioncini colorati con scritte allettanti: Ape Magna, Ape Fritta, Malandrino, Sponda, Pret a Polpett. E poi i menù esposti: arrosticini, polpette, patatine fritte, pizza, panini con hamburger e pulled pork, ma anche alternative vegane.
Tutto è in fermento per il secondo giorno del festival del Verde e della Natura all’Auditorium. Il primo giorno c’è stata poca gente, mi racconta chi ci ha lavorato. Non si è fatto quasi niente. Una ragazza mi dice che ha fatto la cassa in una postazione bar lontana dal prato, in mezzo agli espositori, dove non c’erano niente e nessuno. Una parte di me spera di finire lì per questa lunga giornata di lavoro, che so che inizia alle 9.45 ma non a che ora finisce.
Siamo quattro ragazze a lavorare alle casse, divise in tre al prato e una al bar tra gli espositori. Io vado al bar, lontana dai camioncini e dal profumo di salsiccia arrosto e polpette fritte che già alle 10 di mattina impregna l’aria di Roma Nord – più o meno.
Lontana da tutto e da tutti, mi sistemo la mia cassa e la zona bar, che il barista ancora non si vede, ma il caffè me lo chiedono già tutti. Pensavo di passare la giornata da sola, e invece arriva Pietro, che è giovane, ha meno di 30 anni e non sa bene cosa vuole fare in questo preciso momento della sua vita. Nel giro di pochi mesi è stato lasciato dalla ragazza, ha ceduto un’attività commerciale ed è tornato a vivere a casa con la madre e a dividere la stanza con il fratello, con cui non parla.
Non sa cosa vuole fare, ma nel frattempo fa: lavora come barista agli eventi e come cameriere tutti i giorni in un ristorante al Colosseo. Mi dice che si guadagna bene per poche ore pomeridiane. Quasi quasi ci vado pure io. “Ma lì siamo tutti amici e tutti uomini, non so se ti troveresti bene” “E mica devi assumermi tu, ma il tuo datore di lavoro” “Vabbè” “Vabbè”. Mentre parliamo sistema la postazione bar per lavorare in modo più agile. Io neanche mi accorgo dei piccoli cambiamenti che fa, tanto è rapido e sapiente nel muoversi in quel luogo.
Chiacchieriamo per un paio d’ore, in cui lui mi ha portato con sè alle Filippine – rigorosamente senza fidanzati, mi dice con sicurezza, che dopo 10 giorni poi si litiga e la vacanza si rovina! – e io gli ho fatto fare un tour dell’Italia tra le Marche, la Toscana, la Puglia e il Molise, con una piccola tappa in Irlanda dove, però, non sono ancora stata.
Ridiamo per un po’. Ma poi il posto di Pietro lo prende Riccardo, che arriva con un paio di Rayban neri e una stretta di mano forte tanto quanto la mia. Riccardo rimane con gli occhiali per qualche minuto. Poi, con calma, se li toglie e inizia a sistemare anche lui la postazione bar, in un modo che mi piace molto. Ed è un modo completamente diverso da Pietro. Sistema gli alcolici e il ghiaccio per i drink, sposta la macchina del caffè, riorganizza il piano di lavoro.
Guardo lui come ho guardato anche Pietro muoversi in modo naturale, seguendo una traccia chiusa nel suo cervello. Con Riccardo la conversazione arriva sin dai primi minuti ad un livello più profondo, o forse solo all’apparenza. Se Pietro mi ha parlato subito di come sta in questo periodo, Riccardo inizia a parlarmi di ambiente, e poi di libri: Murakami, in particolare. Abbiamo letto entrambi “Norwegian Wood” e gli dico quello che non sono riuscita a dire al mio ex, quando mi ha prestato la sua copia e ne abbiamo parlato: la parte che mi ha colpito di più del libro è il modo in cui l’autore descrive il legame tra Naoko e Kizuki, questi due ragazzi che si sono conosciuti e fidanzati sin da ragazzini e crescendo la loro relazione è diventata una tana contro il resto del mondo. Si rifugiavano l’uno nell’altra per non crescere; si fondevano l’uno nell’altra per non esplorare le loro potenzialità individuali. Quando poi la coppia finisce, se finisce, che fine fanno le persone che ne facevano parte?
Sabato ne ho potuto parlare ad alta voce. In passato non l’ho fatto perché mi sembrava che quella parte del libro descrivesse con precisione chirurgica me e la relazione con il mio primo ragazzo. E quando ho letto il libro, evidentemente, vagavo ancora alla ricerca di me stessa e mi vergognavo di essermi persa dopo aver avuto un legame così forte e così dipendente. Così forte e così dipendente che ancora, dopo anni dalla separazione, non ero riuscita a ritrovarmi. All’epoca non ne parlavo con nessuno perché non lo facevo neanche con me stessa.
Sabato è stato facile parlarne. Oggi scriverne mi fa piangere. Come quelle cose che siamo stati e che non siamo più, ma che non smettono mai di appartenerci. Alla fine ci appartiene tutto quello che siamo. Anche quello che non ci fa più bene.
La giornata fila via con leggerezza insieme a Riccardo e a tutte le persone che si fermano al bar. Qualcuna rimane un po’ di più, qualcuno vuole fare fin troppo il simpatico, qualcun altro invece vuole rubarci un po’ di giovinezza e sogni. Qualcuno, invece, chiede dove buttare la plastica o il vetro. “Il cestino è qui” è la nostra risposta, cui segue “Ma questa è indifferenziata, io voglio buttare la plastica con l’altra plastica e il vetro con il vetro”. E in effetti non ci sono cestini differenziati. Si butta tutto insieme. Intanto facciamo il festival del verde e della natura, e invitiamo Ama, che regala a tutti i secchi marroni dell’umido. Intanto questo. Ai rifiuti penseremo un altro giorno.
A farci compagnia c’è anche Piero, che vende stampe cinematografiche e ha palesemente sbagliato evento. Gli suggerisco di pubblicizzare le sue come stampe su carta e con colori ottenuti tramite riciclo e lui è d’accordo ma ormai è già alla settima birra ed è più piacevole raccontarci il suo cammino di Santiago e gli altri suoi viaggi intorno al mondo che dedicarsi ai suoi affari.
E poi c’è un altro tipo, di cui non ricordo il nome, che ha in mostra delle piante velenose da mostrare ai bambini. E l’unico segnale di pericolo sono i vasi neri con il teschio bianco. Ma quando il tipo non c’è, chiunque può avvicinarsi, toccare le foglie delle piante, mettersi le mani in bocca e morire.
L’organizzatrice – o quella che io ritenevo tale – viene al bar una volta all’ora a bere acqua e caffè e intanto, davanti a noi, si fanno conferenze e presentazioni di libri. Una donna ad un certo punto parla del fatto che non abbiamo bisogno di dolci, che tagliando le calorie stiamo meglio con noi stessi e il nostro corpo. Non mi ha convinto.
Riccardo studia medicina e non ha ancora scelto la specializzazione. Intanto anche lui lavora come barista agli eventi e fa tappeti. Ascolto le storie delle persone che incontro e mi sembrano sempre incredibili e mi stupisco ogni volta di quanto sia infinita la fantasia umana e di quante strade possano aprirsi davanti a noi. Mi piace parlare con lui, la sua è una presenza positiva. Poi inizia a vantarsi un po’ troppo di se stesso, e non mi piace più.
Alle 19 Riccardo e io ci spostiamo al prato, lui va a fare bar e io cassa, stavolta separati. Conosco Gabriele, che io pensavo avesse 10 anni in più a me, invece è più giovane di me di 8 anni e mi sono dovuta sforzare per non ridergli in faccia quando mi ha detto che è del ’99. Pensavo che fosse più grande perché era tutto posato, tranquillo, sembrava che sapesse sempre cosa fare e non andava mai nel panico per nulla. Poi, però, lo chiama la ragazza e discutono un po’ e tutta la calma svanisce. Gabriele è alto quanto me, e insieme ci pieghiamo sulle ginocchia per provare sollievo dopo 12 ore in piedi.
La chiusura cassa è rapida, almeno per me. Ho meno roba delle mie colleghe. Torno a casa e dopo la doccia sono talmente stanca e con i piedi doloranti che mi addormento con i capelli mezzi bagnati. Domenica ho dei ricci meravigliosi. Anche se mi dimentico di svegliarmi. Parte la sveglia e nel sonno la spengo, e mi alzo di botto mezz’ora dopo. Non faccio troppo danno.
Il bus che mi serve per l’auditorium non passa. Rimango alla fermata con Shariff, un ragazzo incontrato lì per caso, per almeno 30 minuti prima di decidermi a chiamare un taxi: viene con me anche Shariff, che lavora all’Auditorium in uno dei camioncini: fa la pizza. Dividiamo il taxi e qualche chiacchiera, è un bell’inizio di domenica.
Rimango nel prato a fare cassa, con un ombrellone più storto della Torre di Pisa, perché la base non è su un punto piano ma scosceso. L’ombrellone regge, per fortuna. Io pure. Domenica c’è un sacco di gente e di nuovo quattro casse, di cui sempre tre nel prato e una nella zona bar. La ragazza che va lì mi dice, a fine serata, che si è divertita molto e non ha fatto niente. Io, invece, ho fatto migliaia di euro di incasso perché la gente era tantissima.
Un tipo in fila da me viene a dirmi l’ordine e si sente in dovere di farmi la predica “Ti conviene fare come le tue colleghe che sono più veloci di te, non ripetono l’ordine come fai tu e ti danno i gettoni ancora prima che sia approvata la transazione sul pos”. Come se la fila ci fosse per colpa mia e non per le centinaia di persone ammassate davanti alle casse. Che irritazione. Lo scrivo subito a due mie amiche, devo liberarmi del fastidio di quel commento del tutto inutile da parte di una persona che non ha diritto di giudicare il mio lavoro. Lui, comunque, non fa la fila dalle mie colleghe ma da me.
Nel pomeriggio la gente diminuisce e quindi vedo Gioele, questo bimbo biondo bellissimo che cammina poco poco e si ferma sempre dietro di me, davanti alla gomma di un camioncino, e fa “bruuum bruuuuum” con le labbra. Io provo a salutarlo ma lui è rapito dalla macchina e i genitori questa cosa non se la spiegano ma l’assecondano.
Poi c’è Gloria, un po’ più grande di Gioele, ma di appena qualche mese, che vuole offrirmi la carta con cui si è pulita la bocca come se fosse il regalo più prezioso della terra. I genitori glielo impediscono.
Alle mie spalle, il camioncino delle polpette e delle patatine e quello del panino con il pulled pork, anche plant based. Divento amica dei tre ragazzi che ci lavorano: mi offrono un panino e tante belle chiacchiere. E poi conosco anche il proprietario dell’attività, che mi porta un caffè e un gelato buonissimo. E poi anche la ragazza, un’architetta, che ha fatto i grafici dei camioncini. Parlo con lei quando finisce il turno, i trucks abbassano la saracinesca e noi possiamo chiudere la cassa.
Mentre facciamo chiusura, chiedo alle altre ragazze dove abitano e una si propone per accompagnarmi in auto lungo la Tiburtina. È la mia salvezza. In macchina parliamo di me e di lei, dei nostri lavori e poi mi racconta l’esperienza traumatica con il suo ex ragazzo e convivente. Sbagliamo strada 4/5 volte ma in quel momento la priorità è parlare, non arrivare a casa.
Alla fermata del bus chiamo la pizzeria sotto casa e ordino un sacco di roba. Inizio a tremare dalla fame, dalla stanchezza, ho la nausea e il mal di occhi. Per fortuna il bus arriva subito e con me salgono una mamma con due gemellini: occhiali da vista rossi, pantaloni e scarpe uguali, cambiavano solo i cappottini che avevano, uno marrone l’altro beige. Non sono brava a dare l’età ai bambini ma quei due avranno avuto pochi anni, tipo 4, o forse 3. Scherzano, si fanno i dispetti, uno mangia l’orecchio all’altro, l’altro gli morde la mano, con tenerezza. Mi fanno compagnia per una sola fermata e danno spettacolo anche quando scendono dal bus, altissimo per loro. Iniziano a saltare, hanno trovato un nuovo gioco.
In pizzeria mangio il supplì e la crocchetta con la fame di una persona che non vede cibo da una settimana, mentre aspetto la pizza. E chiedo di aggiungere anche delle patatine. A casa mi stendo sul letto e mangio vedendo Lol: sono stanca ma l’adrenalina è ancora altissima, non riesco a dormire. Ma non riesco neanche a parlare. Riesco giusto a mangiare e a ridere. Mi addormento senza accorgermene e mi sveglio alle 2.30 di notte senza sonno. Faccio ricerche per scrivere un articolo. Mi riaddormento, suona la sveglia, sono le 7.30. Mi alzo, pulisco alcune cose in casa, ritiro lo stendino e gli abiti stesi da tipo 3 settimane, pulisco la macchinetta del caffè, facendo la gimkana nel disordine accumulato da una settimana in camera.
Avrò fatto casino e le mie coinquiline mi avranno odiato, ma ci rifletto, e alla fine io sono la quota caos che ogni ambiente che si rispetti deve avere. E poi sono anche misurata. Un caos misurato. Esco per andare a scuola ma sul bus ho la nausea: sono sul 448, una circolare. Non scendo a Tiburtina, resto seduta e me ne torno a casa. Ho persino comprato assorbenti e acqua. Non sono ancora le 9 e già ho provato una delusione molto potente: non trovo l’acqua di Nepi. Prendo la Conad effervescente ma non la apro, non voglio aumentare la delusione prima di pranzo.
Mi metto a letto e mi addormento. È scesa l’adrenalina, forse. O forse no.
Come dice la nonna di Mine vaganti, “La vita non è mai nelle nostre stanze”.