Dopo 33, quasi 34 anni di vita, apprendo oggi per la prima volta quanto tempo impiega una caldaia a scaldare l’acqua della doccia.
Oggi, una domenica che ha avuto il sapore di vita lenta fino a 10 minuti fa, perché ora devo sbrigarmi a prepararmi per uscire con una mia amica che non vedo da luglio. Un classico: resto ferma immobile per ore, e poi dò tutto sul finale.
In questa domenica al sapore di vita lenta, dicevo, che è il momento giusto per riprendermi da una serie di cose che un po’ mi tormentano, un po’ lascio che mi tormentino per avere la mente impegnata in qualcosa.
Sono tornata a Roma dopo tre mesi sulle Dolomiti, e questo lo sa bene chi ha visto le mie storie di Instagram della settimana scorsa, dove ho aperto il vaso di Pandora su una serie di fastidi e malumori che riguardano la mia vita a Roma e che ostruiscono le arterie della mia anima da ormai quattro anni.
Sono tornata a Roma e ieri ho vissuto una delle più tipiche giornate romane che esista: sono uscita per andare a visitare una casa da affittare a Novembre, nel quartiere San Giovanni; poi ho incontrato due amiche che non vedevo dall’inizio dell’estate a San Paolo – e sono ovviamente arrivata in ritardo, come nel più classico dei copioni della mia vita (l’esperienza sulle Dolomiti è stata arricchente per tante cose, ma per cambiare alcuni schemi ci vuole ben altro. È addirittura crollata la cima Falkner, che resisteva lì da secoli, mentre io continuo ad arrivare in ritardo e a dare la colpa ai mezzi e al traffico di Roma).
Da lì, ci siamo spostate a Monti e abbiamo cenato e poi sono rimasta da sola a sentire il concerto della tribute band degli 883, dove ho incontrato altri amici che non vedevo da prima dell’estate. Infine, sono tornata a casa, a Montesacro.
Quattro quartieri, quattro panorami diversi, quattro programmi diversi, amici diversi, imprevisti su imprevisti, e così Roma è riuscita anche ieri a sorprendermi, a farmi bestemmiare e a regalarmi molta gioia.
Al punto che ho pensato addirittura “Ma quanto ci sto bene in questa città!”. E per la prima volta in 4 anni ho pensato di starci davvero bene qui, di combaciare con un certo spirito di intraprendenza che devi avere necessariamente se abiti in questa città che sono 25 metropoli una dentro l’altra, e poi ecosistemi sociali diversi, habitat urbani che non si incastrano neanche per sbaglio.
Ebbene, da ieri sera non faccio che pensare quanto è bella questa città quando si hanno le energie e la voglia di coglierne le occasioni e di non rinchiudersi in se stessi. Perché tanto anche chiusa in me stessa, in casa, con le serrande abbassate, lo spirito secolare di Roma è riuscito sempre a scovarmi e a torturarmi, a ricordarmi quanta parte di vita stavo evitando, quante occasioni stavo perdendo, quanta energia stavo sprecando per lamentarmi, anziché fare qualcosa di sensato, di bello e utile per me.
E dopo tutta la vita che è venuta a visitarmi ieri, o che io ho voluto ardentemente visitare, questa domenica mi chiede pace, mi chiede di fermarmi, di lasciare spazio al vuoto, di non ingombrarmi ulteriormente perché ci sono parti di cuore di cui devo prendermi cura. Ci sono ferite che devono cicatrizzare, relazioni concluse che devo metabolizzare, perché hanno ancora potere su di me.
Ho un cuore che mi chiede di fermarmi, mi prega di prendermi una pausa da tutta quella razionalità con cui ogni volta lo ingabbio, mi scongiura di lasciarlo libero semplicemente di battere. Anche se non posso predire dove mi porterà quel battito, anche se non posso controllarlo.
Un cuore che chiede di essere visto, perché negli ultimi anni non me ne sono presa cura: troppo impegnata a costruirmi una vita, un futuro, una stabilità. Troppo concentrata sull’essere intelligente più che emotiva, sul non lasciarmi fermare da un cuore che andava ad una velocità totalmente diversa rispetto alla mia mente, e che ho sempre forzato a stare al suo seguito. Troppo convinta che trovare un lavoro, un lavoro a tutti i costi, mi avrebbe definito come una persona di successo, di valore, rispettabile; se invece non ce l’avessi avuto, un lavoro, se non avessi saputo con precisione chirurgica cosa fare della mia vita, allora sarei stata un totale fallimento.
E quindi, dopo aver tentato ancora una volta di ridurre ogni emozione ad una frase composta in perfetto ordine grammaticale, senza sbavature, senza errori, senza che il cuore potesse permettersi di sobbalzare tra una parola e l’altra; dopo aver tentato ancora una volta di ridurre ogni emozione ad un punto sulla lista delle cose che devo raccontare con estrema lucidità al mio psicoterapeuta, dimostrandogli quanto sono brava a capire le cose, quanto sono intelligente a sapere la causa dei miei traumi e, indirettamente, quanto sono pippa ed impaurita nel lasciare che la vita fluisca comunque.
Ecco, dopo aver fatto questo esercizio anche stamani, per la prima volta dopo un sacco di tempo, forse per la prima volta davvero in questa mia bella vita, mi è venuta la nausea. Non ne ho potuto più di tenere tutto sotto controllo, non mi è più bastato sapere con precisione cosa mi succede, ma ho avuto bisogno di viverlo senza farmi troppe domande. Di assecondarlo. Di lasciarmi scivolare sul telo saponato dei desideri e delle emozioni, permettendomi di soffrire, di vivere il dolore senza andare in frantumi.
Permettendomi di stare male e al contempo bene, cioè di stare bene in quello stare male, perché dopo anni ho scoperto che la mia vita non finisce se sto male; che io non smetto di essere io se ho il cuore ferito e se mi fermo a curarlo; che posso crollare rimanendo me stessa; che posso passare dentro il dolore senza evitarlo perché non c’è il rischio che mi annulli.
E io per anni non mi sono permessa di lasciarmi andare al dolore perché pensavo di perdermi. Mi sentivo vulnerabile e fragile davanti al mio cuore spezzato. Sentivo che se mi fossi permessa di soffrire, mi sarei dovuta fermare, avrei dovuto fare un passo indietro rispetto alla vita che mi stavo costruendo; avrei dovuto metterla in pausa per guarire. E non volevo questo.
In questa domenica trascorsa con calma, tra il letto, la cucina e il divano, tra un libro, un film e Roast in Peace visto con una calda copertina che mi copriva mentre alle 19 ero ancora in pigiama, ho scoperto che anche quel dolore lì, quel cuore spezzato che non volevo vedere, ha cose interessanti da raccontarmi.
Che dopo un anno di scuola, dopo una quantità indescrivibile di lavori, anche di qualità diversa, fatti per mantenermi, dopo un’estate passata ad imparare un nuovo mestiere, tra paesaggi meravigliosi e il desiderio realizzato di viverci in mezzo, di sognarci dentro; che dopo essere tornata in fretta e in furia a Roma per iniziare di nuovo a lavorare, senza avere avuto il tempo di riposarmi e riabituarmi davvero ai ritmi e alla bolgia di Roma.
Ecco, dopo aver vissuto un anno a rincorrere quello che volevo, quello che mi serviva, quello che mi faceva bene e anche quello che mi faceva male; dopo una vita trascorsa a voler pianificare ogni giorno, settimana e mese, per non vivere con l’insicurezza di non sapere dove stessi andando, proprio in questa domenica mi sono guardata allo specchio e mi sono detta “io non ho idea di quello che succederà dopo questo tirocinio” e non ho avuto paura.
Mi sono anche detta che ho amori da smaltire e un cuore grande di cui prendermi cura, e questo può significare fare un passo indietro rispetto ai piani. E neanche questa cosa mi ha fatto paura.
Ora però devo uscire perché sono in ritardo per l’appuntamento con la mia amica. E questa cosa, un po’, ancora mi fa paura.