Oggi ho fatto la spesa e ho comprato una cassa d’acqua di Nepi che adesso sta facendo compagnia a quella che ho preso sabato scorso, che a sua volta era di scorta, perché quella che avevo in casa non era ancora finita. Non riesco più a bere acqua liscia da quando ho conosciuto quella di Nepi (cioè da quando sono venuta a Roma, quattro anni fa); se questa dovesse finirmi e io non potessi fare la spesa, sarei costretta a bere l’acqua del rubinetto, che è liscia. Il solo pensiero mi mette ansia, e le due casse d’acqua servono per placarla.
Sono passata anche a casa di mio padre a prendere alcuni abiti che gli ho lasciato a luglio, quando ho traslocato. Mi servono i vestiti per lavorare: camicia bianca, giacca e scarpe eleganti nere. Tolgo la camicia dalla busta ed è tutta spiegazzata: l’ultima volta che l’ho indossata era il 2 luglio, ho lavorato ad un evento al Campidoglio e faceva caldissimo.
Da quella sera l’ho messa nella busta e l’ho ripresa solo ora. Ha trattenuto tutto di quel momento: il mio sudore, il profumo della sala dove ho lavorato, l’odore del cibo, l’eccitazione e la gioia all’idea che da lì a due giorni sarei partita per il Trentino. O almeno questo mi piace immaginare.
Oggi dal Trentino sono tornata e sono di nuovo a Roma, nonostante la ferma convinzione di luglio di non volerci mai più rimettere piede; e la disperazione di settembre all’idea di tornarci, di fare un passo indietro rispetto alla decisione che avevo preso.
Lasciare Roma non è una scelta semplice. Non lo è neanche ritornarci, sapendo quello che ti aspetta. Ho sempre pensato che Roma sia quella relazione disfunzionale che sai che ti fa male ma di cui non riesci a fare a meno. A quanto pare non sono neanche l’unica a pensarla così.
E io non riesco a lasciarla perché penso che non sia Roma ad essere sbagliata, ma sia io a non sapere come viverla al meglio; che in futuro sarà diverso; che devo impegnarmi di più per stare bene, per essere finalmente all’altezza delle possibilità che ci sono.
Roma, con la sua confusione, con la sporcizia, con l’immondizia dappertutto, con i topi grossi quanto un avambraccio che ti passano tra le gambe senza chiederti permesso; con gli autobus gremiti di persone dalla mattina alla sera, i finestrini chiusi, le porte che non riescono ad aprirsi e un attacco di panico sempre dietro l’angolo; con le strade trafficate, sempre rumorose; con gli uffici sempre in zone centrali, dove non arrivano i mezzi e cercare parcheggio con l’auto è un suicidio annunciato; dove per fare 3 km, perdi un’ora e mezza, in cui non puoi fare nient’altro che sopravvivere sui mezzi pubblici.
Però, in fondo, Roma è piena di possibilità, sono io che non riesco a sfruttarle.
E in quattro anni, la prima volta che mi sono sentita davvero a casa è stato proprio quando sono tornata dal Trentino; dopo essermi allontanata dalla convinzione di non essere io abbastanza capace di vivere bene qui.
Sono tornata sapendo che sarebbero stati solo due mesi, ottobre e novembre per il tirocinio, e mi sono detta che volevo solo divertirmi in questo tempo. E infatti così è: mi sono iscritta ad un corso di canto, frequento nuovi luoghi, conosco nuove persone. Mai come ora sono aperta alle possibilità che Roma offre a me, senza sentire l’ansia che mi sto perdendo qualcosa.
E tutto questo in un mese solo.
E io non so se questa gioia incredibile di essere a Roma dipenda dal fatto che il mio sia solo un passaggio qui, o dal fatto che, al contrario, voglio rimanerci, voglio vivermela con i miei tempi e le mie energie e non sopravviverci come mi è sembrato di aver fatto fino ad ora.
Questo non sapere mi fa paura.
La paura, questa sconosciuta sempre presente. La paura, che mi sento sempre troppo incapace di affrontare.
Oggi, per esempio, ho fatto una cosa che mi ha fatto paura per un sacco di tempo: ho guardato il profilo facebook di Melissa, la ex di Lucio, un mio ex (i nomi sono di fantasia). Lei è stata sempre presente tra di noi, sin dall’inizio. Praticamente una relazione a tre, ma senza i vantaggi di una relazione a tre: eravamo io, lui e la sua ex che non nominavamo mai, e quando ne parlavamo, discutevamo.
Sentivo il potere di Melissa nelle parole e nelle reazioni di Lucio e ne ero tanto affascinata quanto intossicata. Dalle storie di lui, lei prendeva, faceva, disfaceva, andava, tornava: avevo la sensazione che facesse ogni cosa che le passasse per la mente, coinvolgendo chiunque, andando avanti spinta solo dal desiderio. E mi chiedevo come fosse possibile che lei avesse un ascendente così tanto forte su Lucio, al punto da convincerlo a fare tutto quello che voleva, soprattutto dopo che si erano lasciati.
Ero sorpresa di come lui non riuscisse a parlare di lei, di come procedesse con estrema difficoltà dentro di sé quando si toccavano corde più intime del passato. E di come non se ne rendesse conto. E questa cosa mi faceva paura.
Ho vissuto i primi mesi con il timore che Lucio mi lasciasse all’improvviso perché Melissa aveva capito chi fosse, cosa volesse e tornasse da lui per riprendere la relazione. Avevo timore che lui stesse con me solo perché non stava con lei, ma che nel profondo attendesse il suo ritorno. Ma soprattutto, e questa forse era la paura più grande e più subdola, avevo timore di non essere capace di fare come lei: di prendere, fare, disfare, andare, tornare. Di fare qualsiasi cosa mi passasse per la mente, andando avanti spinta solo dal desiderio.
Insieme alla paura, ho iniziato a provare una curiosità feroce di vedere Melissa con i miei occhi, non solo attraverso quelli di Lucio. Volevo vedere che faccia avesse, che persona fosse, cosa facesse. Ma mi spaventava cercarla sui social: se avessi scoperto che era più felice di me?
La storia con Lucio è finita da un po’, eppure quella ferita si è cicatrizzata nel tempo: la ferita di non sentirmi amata abbastanza perché io non ero Melissa.
Alla fine, però, ce l’ho fatta. Non ho la presunzione di considerarmi guarita al 100%, ma a distanza di tempo, oggi, ho visto il profilo facebook di Melissa. Non ci ho trovato né un unicorno, né una strega né qualche altro essere mitologico: ci ho trovato semplicemente una persona.
L’ambiguità di Lucio mi buttava in un brodo primordiale fatto di dubbi, timori e angoscia, e io non riuscivo a riemergere. Più affondavo, più sentivo che quello era amore. Ero senza fiato quando gli ho detto che non volevo più stare con lui, ma non avevo più paura.
Non siamo mai così fragili come quando amiamo: io non credo. Penso che sia più corretto dire: non siamo mai così fragili come quando siamo feriti e scambiamo quella ferita per amore. Perché amore è potenza, ed è il luogo in cui si ha la forza per superare la paura.
Ora dovrei rileggere quello che ho capito di questa storia e applicarlo alla mia vita a Roma.