Mi girano nella mente una serie di cose che devo acciuffare e mettere nero su bianco prima che volino via. E allora farò una lista, che non è affatto il mio forte, non sono abituata e non saprei neanche scandirla per priorità. Però ci provo. La lista delle cose che mi servono per vivere in montagna. O per sopravvivere.
Ho deciso di imbarcarmi in questa esperienza perché è da un sacco che voglio vivere in montagna anche d’inverno, ma quando ho chiuso la mia valigia ero a Roma, e lì l’inverno è diverso rispetto a quello delle Alpi.
La prima cosa che mi serve sono i guanti: quante più paia possibili perché il freddo è pungente e si accanisce soprattutto sulle mie mani. E poi senza l’uso delle mani non potrei lavorare: fare cappuccini, latti macchiati, cioccolate, spritz. Non potrei scrivere queste parole. Non potrei fotografare paesaggi che risiedono prima dentro di me e poi si annidano negli occhi, dove osservarli è puro stupore, pura pace; oppure gli sciatori di fondo, che io davvero non capisco come possa piacere questo sport, quale diletto ne possa derivare o quale soddisfazione si possa provare a fine pista; o i passanti, magari intenti a loro volta a fotografare un tramonto, senza rendersi conto di essere loro stessi paesaggi da immortalare.
Poi uno scaldanaso, semmai esistesse – in caso contrario bisognerebbe inventarlo al più presto, e già me lo sto immaginando come il becco di una papera e sarei così fiera di indossarlo, se dentro avesse un rivestimento in pile che scaldi il mio naso sempre freddo. Senza l’uso del naso, non potrei odorare il brulè di mele, una delle pochissime bevande calde che riesco a bere. È goloso, dolce, caldo, si insinua fin dentro le estremità più lontane e le scalda, compiendo egregiamente il suo dovere. Non potrei odorare una sacher fatta in casa, con lo strato superiore di cioccolato spesso quasi un centimetro e con dentro due strati di marmellata di albicocca che non chiedono permesso, pietà o scusa.
Poi calzini molto caldi e scarpe impermeabili, che se arriva la neve sui piedi è un dramma vero. Senza l’uso dei piedi non potrei esplorare tutti i luoghi meravigliosi che mi circondano: le montagne, le malghe che mi avvisano che la fatica della salita sarà presto ricompensata con un dolce supercalorico. Ma anche i paesini, in cui non c’è niente a parte l’architettura tipica di montagna, con dei campanili gotici appuntiti attorno ai quali si sviluppa tutto l’abitato, ogni tanto qualche fiume e qualche ponte in legno per attraversarlo. I cimiteri, soprattutto quelli della prima o della seconda guerra mondiale, dove il dramma del conflitto, il dramma umano della separazione da casa, dagli affetti, il dramma della violenza, del dolore, della morte, si unisce anche alle difficoltà del territorio, alle asperità della montagna, al freddo in cui tutto ciò si è svolto.
Ho anche scoperto che mi serve una borsa dell’acqua calda, perché non sempre i termosifoni funzionano in casa, e quando fa freddo è impossibile fare ogni cosa. Spesso me ne vado a letto e provo a dormire, ma così mi perdo il mio lavoro da giornalista, mi perdo le serie che mi tengono attaccata al pc fino all’una di notte, mi perdo le conversazioni con i miei amici, che si concentrano tutte quante la sera, quando sono libera mentalmente per riprendere in mano la mia vita. Quegli amici che sono un luogo sicuro, talmente sicuro che posso allontanarmene per mesi e sapere che loro restano lì, che anche io resto lì, che il legame non si spezza, e questa cosa mi fa sentire così adulta, così felice, così grata. Che continuiamo a far parte delle nostre vite anche a distanza, e ce le raccontiamo, le ridiamo, le piangiamo, con una presenza ben più forte dei km che ci dividono.
Imprescindibili sono le cuffie, anche se quelle non mancano mai, neanche in città. Quelle con cui posso sentire la musica, posso osservare la neve che scende su Sesto mentre nelle orecchie Alvaro Soler canta “El mismo sol” e mi sembra che mai una canzone sia stata più azzeccata per questo momento, per questo luogo, per questo stato d’animo. “Vale la pena mi amor” è il verso che accompagna i miei pensieri felici, quelli che rivolgo a me, quelli con cui penso a me stessa, “mi amor” è quello che mi ripeto più spesso in questi giorni, in cui mi sembra così facile essere innamorata di me.
Poi serve anche una cuffia per coprire le orecchie sennò, ghiacciate come sono, come faccio ad ascoltare le storie degli autisti dei bus, più terroni di me, che mi portano da Sesto verso il resto del mondo? O delle persone che incontro tutti i giorni, di quelle che mi prendo la briga di conoscere di più, o di quelle con cui scambio solo un paio di battute. Oppure del controllore sul treno da Brunico a San Candido che, sentendomi terrona e vedendo che non riuscivo ad aprire l’email di Trenitalia con il biglietto, avrà pensato che non ce l’avevo. Ed è rimasto lì di fronte a me ad aspettare che spegnessi il telefono, lo riaccendessi e recuperassi l’email, nonostante avesse altri biglietti da controllare. E quando poi ho finalmente recuperato il biglietto, si è addolcito, è passato oltre ma poi è tornato a parlare con me, a chiedermi del mio lavoro, a raccontarmi del suo, di come è cambiato nel corso degli anni. E che te ne privi?
Fa freddo qui in montagna. A volte le temperature raggiungono anche i -13 gradi, e io ero totalmente impreparata a questo freddo. A volte i -13 gradi li raggiungo anche dentro di me, perché non sempre le cose vanno così bene. Ed essere immersa h24, 7/7 in un ambiente in cui spesso non si parla la stessa lingua, è tosta. E non è l’italiano, o l’inglese o il tedesco il problema. Ma la lingua della comprensione, della reciprocità.
Qui mi viene in soccorso la battuta del film di Sorrentino “È stata la mano di Dio”: “non ti disunire”. Fa niente se gli altri non capiscono, ognuno con la sua storia, con i suoi dolori, con le sue fragilità. Essere un po’ outsider mi dà il privilegio di partecipare alle storie, ma anche di vederle da fuori, di avere il distacco per parlarne, per capirle. Non posso sempre fare parte di tutta l’umanità che mi circonda, a volte devo staccarmene e guardarla da fuori, ammirarla come uno spettacolo riservato solo a me. E le temperature, dentro di me, tornano ad alzarsi.