Un pacco da 12 kg mi aspetta davanti all’ingresso di casa. Lo vedo da lontano, dall’inizio del vialetto: è rettangolare, marrone, alto, tutto scocciato, un po’ sbilenco. È il pacco da giù! Ed è lì per me!
Già so cosa c’è dentro, più o meno: è l’ordine di cibo che ho fatto a mia madre, che a sua volta ha messo in moto tutta la catena di montaggio familiare fino a creare questo super pacco pieno di leccornie: dentro ci sono dai prodotti più semplici da supermercato (pasta, sugo, pesto, patatine, biscotti) alle cose fatte con il cuore da mia madre e mia nonna, come le ciambelline al vino, gli struffoli e i cappelletti.
Piccolo spiegone per chi non è del sud come me e non conosce queste cose: gli struffoli sono palline fritte tenute insieme con il miele, mentre i cappelletti sono pasta all’uovo con dentro tre tipi diversi di carne (mortadella, pollo e vitello). Seguono foto:


È il 6 di febbraio, ma in un attimo mi sembra Natale: quando nonna fa gli struffoli, inizia ufficialmente il periodo natalizio. Li fa e li nasconde per evitare che li mangiamo prima del 24 dicembre. Invece i cappelletti li fa al brodo per il mio compleanno o, se siamo troppo pieni dai giorni precedenti, per la befana. Stasera io non ho il brodo, e li faccio con il burro. Non è la stessa cosa, però il sapore di casa è lì.
È una casa, ma anche una cosa, un po’ arrangiata, in effetti. Non è così facile far viaggiare le abitudini per 800 km (799, per la precisione, secondo Maps) e pensare che arrivino intatte, che conservino gli stessi sapori, gli stessi odori, la stessa tensione emotiva di casa. E, forse, è anche meglio così.
Ormai due anni fa, era Dicembre e dovevo decidere se restare a Roma per lavoro a Natale, o tornare a casa e passare il 24 con la mia famiglia. Ricordo di aver fatto una seduta intera di psicanalisi su ciò che mi legava al Natale con la mia famiglia. Una delle immagini più forti è un odore: quello delle frittelle di baccalà, che nonna inizia a friggere la mattina del 24. Entro nel portone di casa e, nonostante i due piani di scale, l’odore di fritto mi raggiunge e mi accompagna, scalino dopo scalino, fino in cucina, dove si unisce anche a quello del pesce – baccalà, gamberetti, calamari – e di scarola bollita. Oltre alle tante cose fritte, nonna ci lascia anche la possibilità di scegliere un pasto un po’ più sano!
Alla fine, due anni fa, sono rimasta a Roma, ho lavorato fino alle 17.30 a Porta di Roma e mentre andavo a casa, crogiolandomi già all’idea di stendermi a letto e mangiare davanti ad una serie Netflix, un mio amico mi ha invitato a casa sua e ho passato la vigilia con lui e la sua famiglia. Sempre in famiglia, ma non la mia.
Nel pacco di oggi c’è tanto cibo. E in famiglia mia il cibo è sempre stato molto importante. Nella prima stesura di questo articolo, adesso, c’erano dei paragrafi in cui ricordavo episodi di vita, problematici o meno, sin dall’infanzia. Però non sto facendo terapia e non è di questo che voglio parlare.
Oggi ho guardato quel pacco e, prima ancora di aprirlo, mi sono sentita molto felice e molto amata. Quando l’ho aperto e ho visto cosa c’era dentro, mi sono sentita ancora più amata. Investita di un amore che ha superato i km, le stanze delle poste, il furgone del corriere, che ha resistito al freddo dell’ingresso di casa prima di arrivare nelle mie mani. Investita di un amore che ha superato la porta di casa di Cassino.
Per anni ho temuto il mondo fuori da quella porta, e mi ci sono nascosta perché così mi era più comodo. Più semplice. Perchè così non mi esponevo e non mi mettevo alla prova. Ma soprattutto, e forse è questa la verità più vera, perchè pensavo di non saper vivere al di fuori di quelle mura, al di fuori di quell’amore. Tutto fuori da lì era una minaccia alla mia integrità e alla mia identità, a cui era legata – all’epoca – indissolubilmente anche quella di tutta la mia famiglia. Avevo imparato che questo era l’amore: una porta chiusa a chiave da cui non potevo permettermi di uscire. E lì, in quell’amore, potevo essere solo ciò che gli altri amavano.
E se fossi stata diversa dalla Giulia che i miei avevano cresciuto e tanto amato? E se quella Giulia diversa non fosse stata degna di quel loro amore? Una famiglia, e una casa, che nella mia mente non erano solo un porto sicuro, ma anche, e soprattutto, un peso che io non sapevo come lasciar andare. Che non volevo lasciar andare.
E poi, un giorno, sono uscita.
Uno dei ricordi più lucidi che ho è di un pomeriggio di agosto 2019, quando lavoravo in Puglia, in un villaggio turistico. Alle 16.30 c’era l’appuntamento fitness, che si svolgeva davanti al Punto Blu, dove io lavoravo. Alle 16.55 iniziava lo stretching finale e, tutti i giorni, la canzone su cui si faceva era “Photograph” di Ed Sheeran. Un pomeriggio ricordo di aver aperto Ig mentre c’era quella musica e il primo post che mi è apparso è stato del mio ex, che avevo lasciato da appena due mesi, dopo 6 anni insieme. C’era lui seduto su una sedia, con la mano sotto il mento, un vestito elegante e gli occhiali da sole al matrimonio di qualcuno. Ho perso i sensi. Mi sono fatta sostituire per dieci minuti perché non riuscivo più ad essere lucida. Il sottostrato d’amore che provavo per lui era lo stesso della mia famiglia.
Finché non l’ho lasciato perché avevo bisogno di essere altro. Avevo un fuoco dentro che mi portava lontano da tutto quello che ero sempre stata e che non avevo mai messo in dubbio. E queste erano le risposte che avevo all’epoca.
E in quei mesi ero così concentrata a trovare una nuova identità, a mettermi alla prova, a testarmi in situazioni nuove, che ignoravo tutto il resto: l’amore, la dipendenza che avevo con i miei legami. L’amore. La dipendenza. E ancora, l’amore. E poi, ancora, la dipendenza.
C’era tutto, dentro di me. Solo che io facevo finta di niente, perché quell’amore lì era talmente tanto forte che se l’avessi assecondato, io non sarei stata nient’altro che sua. Sarei dovuta tornare indietro e avrei dovuto rinunciare alla vita che mi stavo costruendo. Ogni cosa dentro di me urlava affinché io tornassi indietro, ma una voce ancora più forte mi urlava di andare avanti. E io, semplicemente, lo facevo ignorando il dolore. Quella foto mi ha fatto fare i conti con la realtà per un breve momento perché ho continuato ad ignorare quello che provavo. Era, semplicemente, più semplice così. E lo è stato per un sacco di tempo.
Non lo è stato affatto, in effetti, ma lì per lì mi sembrava di sì. Quando poi ho capito che potevo essere anche altro, oltre a quella Giulia là, allora ho potuto dare attenzione anche a quell’amore. Piangere per averlo, in qualche modo, tradito – per essermi permessa di essere anche altro, per l’appunto. Ho potuto guardarlo in faccia senza la paura che mi uccidesse. Dedicargli attenzione, lacrime e voce, sapendo che non mi avrebbe, ormai, più annullato. È successo anni dopo questo episodio estivo, perché c’è voluto del tempo prima di guarire da quella dipendenza.
E proprio stasera, mentre mangiavo i cappelletti, da sola, su un tavolo di legno, senza tovaglia, senza brodo, a centinaia di km dalla mia casa, ho risentito per caso proprio “Photograph” di Ed Sheeran. E non sono svenuta.
E poi ho sentito la mia famiglia ed è stato semplice.
Ho mangiato i cappelletti ed è stato bello.
Per me, ormai, quell’amore iniziale è una porta spalancata e mi segue negli angoli di mondo che esploro. Senza più paura che ci siano altre case, altri amori e altre vite che aspettano, tra le portate di un tavolo imbandito, di essere scelte.