Primo giorno in quel di Ostra Vetere, un paese in provincia di Ancona.
Quando stamattina sono uscita di casa per mettermi in viaggio, ho fatto partire il podcast “Troppo poco” di Will Media e Mindwork. Parla di benessere psicologico a lavoro. Avevo davanti a me circa 4 ore di viaggio quindi ho fatto binge listening, si dice? Mentre ascoltavo Luna Luciana Esposito e Bianca Maria Cavallini che parlavano di ansia e stress, di gestione del tempo libero, di notifiche e mail, di rapporti con i datori di lavoro e con i colleghi, di identità personale e lavorativa e tanto, ma tanto altro ancora, la mia mente si riposava, accarezzata dalle parole delle due speakers.
Uno dei concetti che mi ha colpito di più è che per alcuni il lavoro è strettamente legato alla propria identità, un po’ come può avvenire con il partner. E senza lavoro – e partner – quelle persone non riescono ad immaginare la propria vita.
Ho sorriso. Nell’ultimo mese, infatti, nel giro di 3 giorni, mi sono ritrovata senza partner nell’immediato e a sapere che da dicembre sarò senza lavoro.
A parte il fatto che si potrebbe scrivere un libro sulla difficoltà di lavorare in un luogo in cui sai che, a partire da un certo momento in poi, non lavorerai più.
Ma voglio concentrarmi su altro: a breve accadrà che otto ore della mia giornata non saranno più impegnate in ufficio – e altre 3 non le passerò più sui mezzi per muovermi verso e dal lavoro.
È notizia proprio di questi giorni che Brielle Asero, una giovane ragazza americana appena uscita dal college, ha pubblicato su tiktok un video in cui si lamentava di aver iniziato un lavoro con turni da ben 8 ore al giorno. Brielle lavora a Manhattan e vive nel New Jersey. Dopo il primo giorno di lavoro, racconta in lacrime che 8 ore in ufficio sono tante, che torna a casa e non ha tempo per avere la sua vita, per andare in palestra, per uscire, per avere un ragazzo. Non si lamenta del lavoro in sé, quanto del doverlo svolgere in ufficio. Dice che esce la mattina alle 7.15 e non rientra a casa prima delle 18.15. Così non ha tempo per sé.
Prima di tutto ho controllato che tipo di collegamenti ci sono tra il New Jersey e Manatthan; distano 82 miglia, circa 132 km. In auto, secondo Maps, sono 2 ore. C’è poi un treno, il Path, ma non ho capito bene quanto tempo impieghi. Sta di fatto che 132 km sono proprio tanti da fare.
Il video ha registrato un numero altissimo di visualizzazioni – compresa la mia. Hanno scritto di lei testate come Open, Vanity Fair, Tgcom24, Il Messaggero, Rolling Stone, Forbes. Insomma, ha avuto un impatto mediatico altissimo. E lei stessa, per ironizzarci su, ha condiviso un altro video in cui chiede “Chi mi ha pubblicato sul giornale senza il mio consenso?”. In questo video, precisa nuovamente che le piace lavorare, è la modalità che non condivide. Fa il paragone con la mitologia greca, citando un personaggio chiamato a fare tutti i giorni la stessa cosa per il resto della propria vita. Conclude dicendo che è così la vita di uno che lavora dalle 9 alle 17.
Oltre alle visualizzazioni, sono arrivati i commenti. Tra chi valida le sue emozioni – “you are so valid” e questa cosa mi spacca dal ridere perché mi fa pensare al rapporto terapeuta-paziente più che follower/creator” – chi si indigna come lei, chi racconta la propria esperienza, chi fornisce consigli per gestire al meglio il tempo e chi la critica.
Ha ricevuto 25k di commenti, ne ho letti una decina ma quello che mi ha colpito di più è stato questo:
“È assurdo per me che le generazioni più giovani non siano pronte al lavoro. Entrambi i miei genitori lavoravano, sapevamo che la vita adulta era ed è così”.
La vita adulta era ed è così.
Immagino la ragazza che ha scritto il commento – e chiunque altro lo condivida – che pensa “Ma come si permette Briella di dire certe cose?” “Ma perché non va a faticare anche lei come me?”
Allora mi chiedo: è condivisibile quello che dice Briella?
Sì e no.
Non lo è per il semplice fatto che ci è stato insegnato un sistema diverso.
Non lo è perché oggi vale l’equazione: essere adulto=lavorare=sacrificarsi. Ed è così scandaloso pensare che qualcuno voglia diventare o essere adulto continuando a godersi anche la vita, e non solo lavorando.
Non lo è perché, se lo fosse, allora ci sarebbe un altro modo di vivere. Un modo che non contempla il sacrificio. O che lo contempla diversamente. Un “sacrificio”, se così vogliamo chiamarlo, che non deve riguardare anche il modo di lavorare e quindi di vivere.
Non lo è perché, se lo fosse, saremmo stati fregati da chi ha messo in giro la voce che il sacrificio è l’unica strada percorribile per essere adulti nella vita.
C’è poi chi ha già il privilegio di poter scegliere un’altra vita. Di aspettare l’occasione giusta e rifiutare offerte scadenti; di formarsi per fare solo quello che ama; di lavorare part time; di non lavorare e costruire la vita attorno alle proprie passioni. Si tratta, appunto, di persone privilegiate. Qui si parla di tutti gli altri.
Insomma, un bel casino. Soprattutto ora che le nuove generazioni – abituate ad avere spazio e a prenderselo, quando non viene dato loro – iniziano a ribellarsi a questo sistema capitalistico che sfrutta il tempo e la vita delle persone.
Il punto è anche un altro: spesso sento parlare del mondo del lavoro come di un’entità astratta, lontana dal quotidiano. Ma il lavoro permea le nostre vite in modo così radicale che è qui anche mentre scrivo queste parole, nella camera del bnb dove sto dormendo, per le strade che ho percorso nelle Marche, nel tempo che state impiegando voi a leggere questo articolo.
Il mondo del lavoro è ovunque. Noi riusciamo a vederlo?
E ancora: riusciamo a farne a meno?
Riusciamo a creare un’alternativa sostenibile? Esiste già da qualche parte? Spoiler: penso di sì.
Io posso dire che dopo un anno di lavoro entrando in ufficio alle 9 e uscendo alle 17.30, in una città come Roma in cui impiego 1 ora e mezza per spostarmi la mattina e un’ora e mezza la sera – quando e se va bene – non so bene cosa farò da dicembre, quando avrò di nuovo tutto il mio tempo a disposizione.
Il mio tempo.
Mi viene difficile immaginare una giornata in cui la maggior parte del tempo non la impiego lavorando. Perché così mi è stato insegnato, perché così è stato fino ad ora. Sto facendo i conti con questa consapevolezza arrivando anche a dirmi: ok, accetto qualcosa che non mi piace pur di mettere a tacere la coscienza. Ma è davvero questo che voglio?
E allora mi chiedo anche se non passiamo da un lavoro ad un altro come se fosse una schiavitù. Se ad un certo punto l’essere schiavo non sia una scelta perché non siamo in grado – o non possiamo, date le condizioni della nostra attuale società – di pensare alla nostra vita in modo diverso.
Allora, il ragionamento di Briella è condivisibile per le stesse identiche ragioni per cui non lo è.
Ci dicono che non dobbiamo essere il nostro lavoro – che occupa la maggior parte del nostro tempo. Ma cosa saremmo senza?
Detto ciò, mi disconnetto perché ho bisogno di silenzio, di pace e di leggere un libro.
Buona giornata a tutti – voi eroi che avete letto fino in fondo!