Come si comunica la violenza?
Apro il giornale e leggo come è stata stuprata una donna. Scrollo la bacheca di Facebook e trovo le chat in cui alcuni ragazzi parlano degli abusi che hanno fatto. Ascolto un podcast e il giornalista, tra una notizia di attualità, una di politica e una di cultura, parla di come viene uccisa una persona. Per non parlare delle immagini che girano online.
A parte per i video – che sono oscurati a meno che non si accetti di vederne il contenuto – non ci sono più avvertimenti sui contenuti violenti pubblicati. Parlare di violenza – e mi riferisco ai dettagli crudeli e cruenti con cui questa viene agita – è diventata una cosa ordinaria.
Per parecchi anni è stato un argomento tabù. Un tema che lasciava dietro di sé una scia di sangue e di vittime avvolta nel silenzio. Ora vengono descritti anche i dettagli.
Si è passati dal non parlare di niente a parlare di tutto. E in questo disvelamento della vita, cui è seguito un irrefrenabile desiderio di sapere, la prima vittima è lo stupore.
Non ci si stupisce più di niente. E anzi, ad ogni notizia comunicata, sembra non arrivare mai il punto di non ritorno. Quel limite oltre il quale la meraviglia e lo stupore lasciano il posto all’indignazione, ad una fisiologica sensazione di non poter leggere ulteriormente.
Perché non siamo tutti arrabbiati di avere a portata di mano queste informazioni? Dettagli che raggiungono chiunque, adulti e bambini.
E non sto dicendo che non bisogna parlare di violenza.
Dico che si può fare in un altro modo. Un modo che abbia rispetto per le persone che la subiscono. Per i loro corpi e per le loro emozioni. Per il trauma che hanno subito, anche se sono morte. Rispetto anche per noi che ci informiamo, che a volte dobbiamo difenderci dalla violenza con cui viene comunicata la violenza.
Siamo così assuefatti alla violenza che ci sembra normale dover leggere il racconto chirurgico di un abuso. Al punto che non ci chiediamo: a cosa mi serve? Che cosa generano in me queste scene? E che cosa sono in grado di farci con queste sensazioni?
Allora sarebbe meglio domandarsi: che cosa si comunica della violenza? O, semplicemente, perché?
E la prima risposta, quella più scontata che viene da dare, è: ché esiste.
La seconda è: ché è giusto sapere cosa accade, cosa è sbagliato, cosa non rifare.
Tuttavia, non serve entrare nel dettaglio di come una persona ne violenta un’altra per sapere che quella cosa lì non è giusta.
Serve piuttosto educare a prendere familiarità con la propria emotività – perché non è una cosa innata, ma una dote che si impara – proprio per evitare che si arrivi a livelli simili di crudeltà. Serve insegnare che le emozioni negative fanno parte di noi, che possiamo viverle senza esserne annullati; senza dover annullare l’altro per non affrontare quel dolore. Serve educare a riconoscere e a gestire le emozioni affinché non prendano il sopravvento.
E tutto questo non si fa automaticamente, solo riportando sui giornali le modalità più intime di un abuso, perchè la loro semplice diffusione non permette di creare empatia.
Empatia viene dal greco: empateia. Una parola composta da due lemmi: em – da en – dentro. E pateia – da patos – dolore. Nel mondo greco, l’empatia era quel rapporto di partecipazione emotiva che si creava durante le rappresentazioni teatrali tra il pubblico e gli attori. Perché gli attori portavano in scena delle emozioni e le persone che osservavano si immedesimavano nei personaggi e provavano le stesse cose. Da qui si avviava il processo di catarsi, la liberazione delle emozioni.
Ecco, affinché ci sia empatia, è quindi necessario che una persona racconti la propria esperienza anche attraverso le emozioni che ha provato, e che chi ascolta abbia un tempo e uno spazio per accogliere quella testimonianza. Sia educato all’ascolto, degli altri e di sè.
In che modo si può provare empatia se a raccontare la vicenda è un giornalista estraneo ai fatti, che ha appreso i dettagli che sta comunicando da un’indagine del tribunale o da un testimone? E se quel fatto viene letto da uno smartphone, magari sull’autobus, in mezzo a tante persone che parlano?
È una stortura della nostra società: dare il più possibile, in modo incondizionato. Senza filtri che permettano a quel tutto di poter essere riconosciuto, catalogato, elaborato. Senza dare la possibilità di reagire.
Dare tutto tranne gli strumenti. Strumenti per capire. Per prendere consapevolezza.
Quindi no, quando un giornalista scrive i dettagli di una violenza e li diffonde su un giornale, un podcast, un video, un social, non sta creando empatia. Sta semplicemente aumentando la morbosità delle persone, affamate di dettagli anche raccapriccianti, che di quella storia non se ne fanno niente.
Perché non possiamo davvero sapere che cosa prova una vittima di violenza. La verità è che ognuno reagisce a modo proprio. E non possiamo neanche sapere come reagiremmo noi.
Subiamo il fascino della violenza ma non perché abbia un valore educativo, etico, morale. A volte lo subiamo per dirci che noi siamo migliori. Che quella cosa lì non la faremmo mai. Che non potremmo mai trovarci al posto della persona abusante o della vittima.
Ma noi siamo al nostro posto.
Un’altra verità è che a noi, come società, non dovrebbe interessare solo cosa prova la vittima, ma cosa fare per prevenire la violenza.
Questo ci serve. Trovare la chiave educativa per parlarne, non farlo in modo incondizionato.