Martedì 12 marzo 2024, h. 07.07 parte “Oh! Hey Oh!”
OH! Ma com’è possibile che questa maledetta sveglia stia già suonando se mi sono addormentata 5 minuti fa? E soprattutto, com’è possibile che io non abbia ancora cambiato questa canzone dopo due anni che è la mia sveglia?
Per nessuna delle due domande è dato sapere la risposta.
Quindi andiamo avanti.
La giornata di oggi è iniziata così presto – e non succedeva da tempo immemore, cioè almeno da dicembre 2023, cioè da quando avevo un luogo di lavoro in cui dovevo passare il badge alle 9.00 – perché avevo una cosa molto bella da fare: andare a Castel di Tora a fare plogging con le Amiche del Cammino di San Benedetto. In poche parole si tratta di ripulire la strada e differenziare i rifiuti. E questa attività – inventata da uno svedese – si fa camminando.
Castel di Tora è una delle sedici tappe del Cammino di San Benedetto, che parte a Norcia, dove è nato il santo, e termina a Montecassino, dove lui stesso ha inventato la regola “Ora et labora” e ha costruito l’abbazia – sono ancora molto limpidi nella mia testa i cori “Se non vedo l’abbazia non mi sento a casa mia” che partivano in pullman quando ero a scuola e con la mia classe rientravamo a Cassino la sera tardi da una gita di uno o più giorni.
Ho appuntamento con Rita, ma non so che faccia abbia. Ho sentito la sua voce una settimana fa, dovevo scriverle lunedì – cioè ieri – per ricordarle di venirmi a prendere alla stazione di Carsoli e mi sono dimenticata di farlo, presa da altre mille cose. Allora a mezzanotte di ieri – in realtà di oggi – le ho scritto se l’appuntamento di oggi fosse confermato ma alle 7.10 di questa mattina lei non mi aveva ancora risposto.
Io comunque mi vesto perché ormai mi sono alzata dal letto, il crimine contro l’umanità si è compiuto e indietro non posso più tornare. Il telefono non squilla per parecchio finché alle 7.38 mi arriva una notifica. C’è scritto solo “Sì”. È Rita.
Perfetto, sono pronta per prendere il bus verso Tiburtina. E lui è lì, fermo al capolinea che mi aspetta. Salgo e le porte si chiudono. Partiamo subito.
Dovete sapere che la gente che è sui mezzi prima delle 8.00 è profondamente infelice.
Perché è presto. Perché davanti a sè ha almeno un altro cambio di bus da fare e altri tre quarti d’ora di viaggio. Perché bisogna stare a contatto con tante persone in un posto molto piccolo. Perché spesso i finestrini sui mezzi sono bloccati quindi fa troppo caldo. Perché spesso ci sono odori molto forti, troppo forti per le 7.30 del mattino – e per qualsiasi altro momento della giornata. Perché spesso la gente parla a voce molto alta e mentre tu sei completamente rintronato, devi pure sentire i cavoli altrui. Perché rischia la vita: chi te lo dice che di punto in bianco non sale un qualsiasi folle con una bomba, aspetta che si chiudano le porte e si fa esplodere con tutti i passeggeri? Ma senza arrivare a questo, non è una novità che gli autobus vanno a fuoco nella Capitale – un paio di anni fa ero su un 338 che all’improvviso ha iniziato a bruciare.
Se c’è una cosa che ho imparato da quando sto a Roma – cioè da tre anni, dal 2021, ma era così anche dal 2010 al 2014, quando vivevo qui per l’università – è che bisogna baciare la terra quando si scende da un bus sani e salvi.
Insomma, alla gente che è sull’autobus lo leggi proprio negli occhi che è lì contro la sua volontà, a prescindere da cosa stia andando a fare. Con l’aggravante che pochi autobus sono pieni quanto quelli che viaggiano tra le 7.30 e le 9.00. Forse solo quelli tra le 18.30 e le 20.00.
E qualcuno ancora pensa che non sia un problema dover iniziare a lavorare tra le 8 e le 9 del mattino in una città come Roma in cui per fare 5 km devi cambiare minimo 3 mezzi e viaggiare per un’ora e mezza. E no, la strada non puoi farla a piedi o in bici perché, se ti va bene, devi passare per la tangenziale, altrimenti ti becchi il raccordo. O comunque una strada così trafficata in cui anche solo il pensiero di muoverti con un mezzo a due ruote senza motore ti procura delle lesioni non indifferenti. E no, neanche in macchina la situazione migliora perché ricordiamoci che i bus viaggiano su corsie preferenziali, quelle dove non dovrebbe esserci traffico. Sulle corsie delle auto, invece..
Insomma, a qualsiasi ora tu debba entrare a lavoro, arrivi che hai già vissuto metà della tua giornata, hai già impiegato tre quarti delle tue energie, hai ricordato mentalmente almeno tre volte tutti gli improperi che conosci e ne hai inventati tre nuovi – così tutti i giorni – e probabilmente non hai neanche preso il caffè.
Chiaro no?
E io mi chiedo come faccio a vivere a Roma.
Comunque: sono le 7.41, salgo sull’autobus e mi guardo intorno. Tra chi è seduto e chi è in piedi, ci saranno almeno 50 persone e sono tutte impegnate a: dormire, scrollare il telefono, scrivere in chat. E di nuovo. E non necessariamente in questo ordine.
Mamma mia che angoscia. Io scelgo di non indossare le cuffiette perché voglio che il mio cervello non si stressi più di quanto non lo abbia già stressato la mia sveglia delle 7.07 e resto silente a guardarmi intorno e ad osservare i volti dei passeggeri profondamente infelici. Proprio come me.
Il viaggio fila liscio perché a quell’ora chi vuoi che ci sia? Eh, tutta via Tiburtina intasata, ovviamente. Ma l’autobus ha la corsia preferenziale, vedi che a volte essere poveri e non avere l’auto non è poi una condizione così malvagia quando abiti a Roma. Certo, potrei non essere povera e decidere di non avere ugualmente la macchina, ma al momento non ho alternativa quindi va benissimo così.
Entro nella stazione Tiburtina e sul monitor individuo il mio treno: è quello che va ad Avezzano, la mia fermata è Carsoli, e parte alle 8.10 dal binario 3-est.
3-est. Ma com’è possibile? Dico, ci sono 25 binari. Che ti costa farne 28? No, il 26, 27 e 28 sono 1, 2 e 3-est. E stanno, ovviamente, dopo il binario 25.
Quindi non so, non capisco.
Immagino l’ingegnere che ha progettato la stazione che sta lavorando ai numeri dei binari e li sta trascrivendo su un pannello su cui – nella mia testa – bisogna scrivere la versione definitiva del progetto, quella che non si può più cancellare. Arriva al binario 25, sta per scrivere 26 ma viene distratto dal suo collega di stanza “Cumpà – non so perché ma li immagino siciliani (forse perché mi piacciono molto i siciliani) – che ore sono?” “Eh cumpà sono le 17” “Dai, ancora mezz’ora e ce ne andiamo da qui” “Eh sì ma poi domani sempre qua siamo!” e il resto della conversazione è troppo triste anche solo per pensarlo quindi lo tengo nelle stanze segrete del mio inconscio.
Insomma, l’ingegnere dice “sono le 17” e sul pannello su cui sta progettando, quello su cui non si può cancellare, scrive “1” anziché “2”. E quel numero ormai l’ha scritto, non può modificarlo. Quindi, da bravo ingegnere, trova un’altra strada per risolvere il problema e, ispirandosi a quello scempio che è il binario 20bis della stazione Termini, capisce che può osare anche lui come quegli altri ingegneri e si inventa un nome simile.
Ma solo simile, altrimenti poi si penserà che avrà copiato. E una soluzione abbastanza simile nelle intenzioni, ma assolutamente dissimile nella pratica, è l’attributo “est”. Che poi perché non ovest, o nord o sud? Forse perché Est sta per “esterno” e poi comunque si sa che nord e sud sono una presa di posizione troppo netta, ovest invece è troppo lungo da scrivere sul cartellone. Quindi est va benissimo.
(Ho appena letto la storia delle stazioni Termini e Tiburtina, che sono nate rispettivamente nel 1862 e alla fine del XIX secolo quindi tutto questo film mentale è abbastanza inutile comunque io me lo sono fatto e lo scrivo lo stesso. Non vincerò l’Oscar ma tanto a me interessa di più il Pulitzer. E comunque, per concludere, questa cosa sarebbe potuta accadere tranquillamente anche ai grafici, nello stesso identico modo in cui ho immaginato accadesse agli ingegneri.)
Dicevo quindi di questo binario 3-est alla fine della stazione. Ok, mi incammino. Lo raggiungo dopo un lungo tragitto e il treno è già lì che mi aspetta. Salgo e niente. Mi stendo con la testa sulla borsa come cuscino e mi addormento fino ad arrivare a Carsoli alle 9.42. Per il resto della giornata sono successe cose troppo belle da raccontare in questo sproloquio quindi finirà così.
Alla prossima.