Dal binario 5 di Tiburtina parte il treno FL1 in direzione Fiumicino. Si snoda sinuoso tra le stazioni ferroviarie assecondando le curve, attraversando ponti e fiumi, sfiorando con rispetto antiche costruzioni romane che sopravvivono al tempo e alle infrastrutture, come i binari delle stazioni.
Mi aspetto che ci sia parecchia gente, nonostante siano le 7.31. Non prendo questo treno così presto da quasi un anno. Ma ci sono sempre le stesse persone. Che magari non sono proprio loro, ma fanno le stesse cose, indossano le stesse borse, hanno lo stesso sguardo perso nel telefonino mentre mangiano una brioche, parlano concitatamente al telefono. C’è qualcuno che legge un quotidiano, qualcuna che si trucca, altri che, semplicemente, aspettano: in piedi, senza fare niente, braccia conserte e sguardo fisso verso la direzione da cui arriva il treno. Sono le stesse persone che riescono ad accaparrarsi il posto davanti alla porta d’ingresso del vagone, calcolando in modo impeccabile il punto in cui si fermerà il treno.
Una volta dentro, la prima cosa che avverto è l’aria condizionata. Inevitabilmente. Dritta sul collo. Tocca sopportare, anche perché posti vuoti non ce ne sono, e oggi il viaggio è lungo. Guardo la città che mi sfila davanti agli occhi: la Tuscolana, il Tevere, il Gazometro. Il treno procede spedito mentre il territorio urbano lascia spazio ad un’area sempre più selvaggia, più brulla: da Villa Bonelli si arriva a Muratella, poi a Ponte Galeria. Dopo questa fermata, non ci sono più tracce di Roma. Ci sono solo campi con qualche rado albero. La zona sembra non essere stata ancora contaminata dalla città, dal caos, dalla fretta, dal vociare, dalla puzza di immondizia. Anche le case che ci sono hanno un aspetto placido, ordinato. È una bella visione, strana, se si pensa che anche questa è Roma. Quanto è grande questa città? Ingloba anche ciò che non le assomiglia, ciò che ha un’anima distante dalla sua. Si nutre di tutto senza distinzione. Non si avvelena mai, rimane eterna.
Sono a Fiera di Roma. Insieme a me scendono altre persone, poche. Me ne aspettavo molte di più, considerando che oggi è giorno di concorsi. Ho i Dire Straits nelle orecchie, Sultans of Swing, e questo mix mi rende contenta. Ho già visto questo panorama in altri scenari, altrettanto belli e felici. Sarà il paesaggio a darmi gioia, oppure la consapevolezza di frequentarlo per una scelta esclusivamente mia. Il tema delle scelte, che enorme capitolo aprirebbe.
Anche se siamo pochi, scendiamo dal treno in più di quanti eravamo saliti a Tiburtina e inizia il pellegrinaggio verso l’ingresso est della fiera. Circa 15 minuti di camminata sotto il sole bollente delle otto del mattino, senza ripari, con la testa fumante e i vestiti che si attaccano alla pelle. Siamo circa una ventina a muoverci, tutti a gruppi sparsi. Chi si conosce parla tra sé, chi è solo resta solo, alcuni ragazzi sono accompagnati dai genitori che portano loro la borsa, il caffè, il panino, la pizzetta, i libri.
Davanti alla porta d’ingresso siamo in tanti: tante macchine parcheggiate, accompagnatori che restano più o meno in disparte. Ragazzi seduti sotto i radi alberi in cerca di refrigerio. Ci faranno entrare alle 9.30. Alle 8.40 siamo già più di 200. E a ondate sparse ne arrivano altri.
Inizio a parlare con due ragazze, poi si avvicina un tipo che non mi molla dall’ingresso fino al padiglione della prova: mi racconta della sua ansia e di come non riesce a contenerla – questa cosa non me la dice, ma me la vomita addosso quindi è palese che sia così – mi racconta la sua storia, in che modo dovrebbe essere riformata l’università, quanta gente viene dal sud a fare i concorsi, quanto la gente del nord odia quella del sud, che lavoro fanno i genitori, quali aspirazioni ha nella vita. Un fiume in piena.
Mi guardo intorno: non conosco nessuno. Intanto sono arrivata al padiglione 3. Dopo aver consegnato il telefono e aver preso il tablet, mi giro verso il tipo che non mi molla “In bocca al lupo eh” e scappo via velocemente. Mi siedo al mio banco in attesa di iniziare la prova. Attorno a me, sono sedute tante persone.
Siamo seduti in file da 20 banchi disposte su due blocchi: uno avanti e uno dietro, divisi da un lungo e relativamente stretto corridoio. Non ho contato quante file ci sono in tutto il padiglione. Potrei farlo ma se inizio poi non riesco a smettere – l’ho detto che sono ossessionata con i conti? Voglio avere la mente libera per fare la prova, non voglio affaticarmi con i calcoli.
Due ragazze affianco a me parlano di contabilità di Stato, mamma mia che ansia, ma a giudicare da quello che dicono, io non so niente. Forse avrei fatto bene a studiare un po’ di più.
Come in una visione, appare una ragazza con un vestito lungo, sui colori del blu, celeste e viola, con una cinta nera in vita. Il vestito è morbido, ad ogni passo i lembi inferiori si alzano e sembrano prendere il volo. Sta camminando lungo il corridoio orizzontale tra i due blocchi di banchi. Chiudo gli occhi per un istante, quando li riapro questa ragazza sta ballando. Volteggia leggiadra lungo il cunicolo. È una ballerina di danza classica che balla sulle punte blu come il vestito. Adesso fa un grand jetè e l’abito si apre tutto. Atterra e inizia a muoversi piroettando per tutto il corridoio, che è la passerella su cui può liberare la sua arte. Il suo vestito continua a volare, lo indossa con grazia. Chiudo gli occhi e quando li riapro, lei mi ha appena superato e sta andando al bagno. Inizierà davvero a danzare?
La fila al bagno è interessante. Davanti alla porta d’ingresso ci sono due assistenti, dentro i servizi per persone con disabilità motoria, per donne e per uomini. Davanti a me ci sono almeno 6 persone, tutte donne. Un ragazzo, circa cinque persone dopo di me, chiede ai due tipi “Scusate ma il bagno per gli uomini è occupato? Perché se è libero, io andrei” e uno dei due omoni a difesa dell’ingresso sorride “Sto facendo entrare le persone in base all’ordine di arrivo”. E niente, il ragazzo ha aspettato il suo turno al bagno, come è giusto che sia.
Ritorno alla mia postazione: il mio sguardo si perde tra tutti i banchi occupati. Dove sarà il mio posto? Inizio a cercarne uno vuoto ma ce ne sono almeno 30. Mi passo perplessa una mano sulla testa. Vista da fuori devo essere buffa, penso. Poi vedo il tipo che all’inizio non mi mollava e 4/5 posti davanti a lui c’è la bottiglia dell’acqua che avevo lasciato sul mio tavolo. Eccolo lì il mio posto.
Ma quanti siamo? E soprattutto, senza cellulari in mano, cosa si fa mentre l’esame non inizia? La maggior parte di noi fissa il vuoto davanti a sé. Braccia conserte, accasciati sulla sedia. Testa immobile. Alcuni parlano con i vicini. Il tipo davanti a me si gira e parla con una che sta dietro di lui, cinque file sulla sinistra. Fa dei gesti, ha fame e lei deve avere del cibo, infatti lui si alza e va a prenderselo. Altri si allungano verso la persona che è dietro di loro, la sedia dondola. Io non riesco a fare a meno di pensare: e se cade? Gli assistenti saranno in grado di prestare soccorso?
Gli assistenti al concorso si aggirano come fantasmi tra di noi. Quando meno te l’aspetti ne spunta uno alle tue spalle, e la cosa più inquietante è che non ti dice niente. Te lo ritrovi affianco e basta. Con lo sguardo fisso procede oltre di te, guardando chissà che stella cometa che lo direziona chissà dove.
C’è un ticchettio strano che mi risveglia dai miei pensieri. È la sedia di un tipo tre posti avanti a me a destra che agita freneticamente i piedi. È un rumore fastidioso, sottile, ben cadenzato. Mi entra in testa e non mi molla, vorrei dirgli “Ti prego smettila di muoverti” ma intanto sono tornata nel presente, e oltre a questo fastidio mi accorgo che ho fame e sonno, insieme, nella stessa misura.
Ho le braccia conserte e appoggio la testa sul banco. Chiudo gli occhi per dormire. Dieci secondi dopo li riapro, non è cambiato niente. Ho solo più sonno e più fame.
Sul lato sinistro del mio banco c’è dello scotch carta con una scritta nera: 3b. Ho pensato a quando andavo al liceo, in terza b c’era sempre qualcuno che mi piaceva, infine anche il mio primo ragazzo. Non ci sentiamo da 12 anni, tipo. E lui adesso ha due gemelli.
Sul banco ci sono anche delle operazioni a penna: addizioni con tanti numeri, moltiplicazioni e sottrazioni. Mi viene in mente il mio ex – non quello del liceo – che quando ha fatto il concorso per la scuola mi ha detto che per la prova di matematica non gli hanno dato neanche la carta e lui aveva dovuto fare i conti a mente. Chissà se quel banco è stato usato (anche) in quel concorso lì. Chissà se è stato usato da lui.
Ma quanti siamo? La gente non finisce di entrare. Sono le dieci e mezza e le persone ancora entrano.
Ad un certo punto un tipo prende il microfono e inizia a parlare: capelli lunghi, gilet nero, camicia bianca e pantalone beige. Inizia a darci delle istruzioni sulla prova. Si muove tra i banchi con sicurezza. Mi ricorda così tanto il mio psicoterapeuta da cui ho smesso di andare a gennaio dell’anno scorso. Dovrei risentirlo per recuperare delle cose, in effetti. Ho fatto un gran bel lavoro con lui.
Pochi istanti prima dell’inizio della prova, inizio a sentire un po’ d’ansia. Fino ad ora abbiamo scherzato, adesso si fa seriamente. Siamo in gioco, giochiamo. E come per tutti i giochi che si rispettano, divertiamoci!
I risultati escono nel pomeriggio: mi arriverà un’email, penso. Per mezz’ora aggiorno la casella postale ma niente. Poi mi arrivano due messaggi su ig di due ragazzi conosciuti stamattina: sono usciti i risultati!
Dove? Come faccio a vederli? Vai sul sito “concorsi smart”, accedi con lo spid, registrati, lì vedi gli esiti.
A mia volta avviso il marito di una ragazza che conosco era lì ma di cui non avevo il contatto.
Questo concorso è stata un’esperienza tanto individuale quanto collettiva. Ero sola a fare la prova e come me c’erano altre centinaia di solitudini una vicina all’altra, nella stessa situazione, perseguendo lo stesso obiettivo. Durante la prova non potevamo parlare, ma quando è finita, un brusio si è diffuso in tutto il padiglione. Ognuno interagiva con gli sconosciuti al proprio fianco. Io mi sono girata e ho parlato con la ragazza dietro di me delle domande della prova, ma nessuna di noi due aveva davvero voglia di quello. Volevamo parlare di noi, recuperare una qualche umanità che fino a quel momento avevamo tenuto a bada per fare altro di ugualmente importante. Mi ha raccontato che il giorno prima si è dimessa dal lavoro, ora vuole studiare per i concorsi. Che è toscana ma è a Roma per amore. Mi rasserena sapere che dove finisco io, inizia qualcun altro e viceversa. Che c’è una collettività, e questo significa che non siamo in balia di noi stessi. Che in questa collettività si possono creare rapporti di condivisione, anche limitati ad un solo momento, in cui ritrovare parti di noi.
Ho risposto bene a 22 domande su 40. L’ho superato!
Invece no, nel bando è scritto che 21 è il punteggio minimo per passare, non il numero minimo di domande a cui rispondere correttamente.