Quando si parla di aborto, non possiamo mai stare serene.
Ce lo dimostra l’apertura della stanza dell’ascolto, il 9 settembre, all’ospedale Sant’Anna di Torino. Una stanza aperta con fondi pubblici della Regione Piemonte e gestita da volontari dell’associazione antiabortista Movimento per la vita.
Una stanza in cui opereranno i volontari più esperti dell’associazione per offrire ascolto, vicinanza e supporto materiale ed economico alle donne incinte che hanno problemi a proseguire la gravidanza, e ne valutano l’interruzione. Una stanza in cui si accede su appuntamento o attraverso rinvio da parte del personale sanitario dell’ospedale.
Se ne parla già dal 2023. Il 31 luglio, sul sito della Regione Piemonte, alla sezione Delibere, è apparso il comunicato stampa che annunciava la sottoscrizione di una convenzione tra l’assessore alle Politiche sociali Maurizio Marrone, il direttore generale dell’AOU Città della Salute Giovanni La Valle, il direttore sanitario del Sant’Anna Umberto Fiandra e il presidente regionale della Federazione del Movimento per la Vita Claudio Larocca.
Già nell’ottobre 2023 la Cgil e il movimento femminista “Se non ora quando?” di Torino hanno presentato un ricorso al Tar per violazione dei principi della legge 194. Ad oggi l’apertura di questa stanza ha suscitato non poche critiche da parte dell’opposizione, a partire dalla segretaria del PD Elly Schlein, seguita dalla senatrice PD Valeria Valente e dalla capogruppo alla Camera AVS Luana Zanella.
Tralasciando il fatto che l’aborto è un diritto.
Tralasciando il fatto che chi abortisce sceglie di farlo, non ha bisogno di assistenza o di accertarsi di aver deciso per il meglio.
Tralasciando il fatto che sono stati usati soldi pubblici per dare la possibilità ad un’associazione di interferire con l’attuazione di un diritto.
Come sempre, anche stavolta le lotte femministe pagano uno scotto molto pesante: quello di voler cambiare il sistema.
In questa vicenda ci troviamo davanti a due attori e due interessi diversi.
Da una parte c’è chi ci governa.
Nelle stanze di chi ci governa non importa a nessuno se vogliamo abortire o meno. Se abbiamo problemi economici o lavorativi o familiari. Se ci sono le condizioni per diventare genitori. Se abbiamo dubbi sulla genitorialità.
Nelle stanze di chi ci governa interessa che ci sia una platea di gente che possa lavorare, produrre, pagare tasse e contributi, che possa votare, pagare le pensioni, che possa contribuire a conservare l’attuale assetto economico, istituzionale, sociale del paese.
Dall’altra ci sono le associazioni antiabortiste.
Agli antiabortisti è invece probabile che interessi davvero che un feto diventi un bambino e poi nasca. È probabile che ritengano davvero che abortire corrisponda a compiere un omicidio. E sono talmente convinti di questa idea da unirsi in associazioni che tutelino il “diritto alla vita del feto”, da difenderlo in piazza, da riuscire a farsi sentire in politica.
E la politica li ascolta. Da loro un ruolo, un potere.
Ma qui sta l’inghippo: alla politica, di quello che pensano gli antiabortisti, non importa niente.
La causa della politica è evitare che cambi il sistema. La causa dei provita è evitare che i feti vengano uccisi.
E il loro entusiasmo e il loro impegno ha come obiettivo quello di ridurre gli aborti e quindi è funzionale alla causa della politica.
Vista in quest’ottica, la politica si deresponsabilizza completamente dalla propria missione. Fa fare il lavoro sporco agli altri. Lei ci mette solo i soldi.
Prendendo in giro tutti.
I cittadini, perché la politica non si dice apertamente nè favorevole nè contraria all’aborto ma intanto spende soldi pubblici per finanziare una causa che lede il diritto all’autodeterminazione delle donne.
Tutti coloro che sono impegnati nella tutela dell’aborto, ai quali la politica non dirà mai di essere contraria, ma ripeterà sempre il solito ritornello: “è diritto della donna autodeterminarsi ma è dovere di uno Stato rimuovere gli ostacoli che impediscono la prosecuzione di una gravidanza”. Come se bastasse un contributo economico una tantum e una scorta di pannolini per un anno a convincere una donna a diventare madre. Come se bastasse parlare con qualcuno che ti incoraggia a diventare madre per volerlo diventare davvero, in quel modo irreversibile che è tipico della genitorialità.
E gli attivisti prolife, che comunque sono quelli che ne escono meglio, perché ricevono i soldi, ricevono le strutture e il sostegno mediatico istituzionale per portare avanti la loro causa. Anche se alla politica, della loro, non interessa nulla.
Sarebbe molto più onesto sentir dire ad un deputato o ad un assessore: “Noi supportiamo i centri prolife perché abbiamo bisogno di più figli – e fratelli d’Italia – altrimenti tutto il baraccone in cui viviamo, il sistema pensionistico, di tassazione, lavorativo, d’istruzione, di sanità, come si regge se non ci sono più persone che lo alimentano? Abbiamo bisogno che ci siano più bambini che domani diventeranno persone produttive che firmeranno contratti di lavoro che i lavoratori iniziano a scarseggiare e noi le pensioni come le paghiamo? Abbiamo bisogno di cittadini bianchi altrimenti siamo costretti a far portare avanti il sistema agli immigrati, che sono già tantissimi e potrebbero tranquillamente colmare quel gap che c’è già oggi tra anziani e giovani, quindi poi dobbiamo dare loro la cittadinanza e poi con chi ce la prendiamo per i problemi dell’Italia?”
E invece, nel 2023, era con queste parole che il presidente del Piemonte Alberto Cirio – l’ennesimo uomo che parla di aborto, avanguardia pura – commentava l’iniziativa: “E’ una materia delicatissima sulla quale bisogna fare attenzione alle parole che si usano, però bisogna anche essere chiari: l’apertura della Stanza dell’ascolto al Sant’Anna è semplicemente l’attuazione di una legge del nostro Paese, una legge ben fatta e che non vuole assolutamente limitare l’autodeterminazione della donna, che deve esserci per statuto, bensì solo accompagnarla in un momento così importante della sua vita – si, Alberto Cirio, sottolinea ancora una volta che momento importante è nella vita di una donna andare in ospedale e non poter abortire un embrione indesiderato – (…) Peccato perché un tema delicato e importante come questo non dovrebbe diventare politico, ma essere solo umano e sanitario. Per questo mi sento lontano, anzi lontanissimo da qualsivoglia strumentalizzazione politica”.
E invece l’aborto è proprio un tema politico, e siamo ai limiti del ridicolo se pensiamo di poter ancora negare che impatto ha avere o meno la possibilità di abortire nella vita di una donna. Il tema umano e sanitario è secondario e ha a che fare con le modalità con cui questo diritto viene attuato negli ospedali.
Dopo Alberto Cirio, è stato il turno di Maurizio Marrone: “Ogni volta che una donna abortisce perché si è sentita abbandonata di fronte alla sfida della maternità siamo di fronte a una drammatica sconfitta delle istituzioni – allora chissà perché le istituzioni non si attivano per consentire alla donna di poter conciliare il carico lavoro-genitorialità, che non è distribuito né all’interno della famiglia né con lo Stato – Per questa ragione aprire nel principale ospedale ostetrico-ginecologico del Piemonte uno spazio dove donne e coppie in difficoltà possano trovare aiuto nei progetti a sostegno della vita nascente è una conquista sociale per tutta la comunità, soprattutto in questa stagione di preoccupante inverno demografico”.
La parte di dichiarazione evidenziata in grassetto sul sito della Regione Piemonte è una frase puramente propagandistica, che serve a ricordarci quanto è buona e brava quest’amministrazione a decidere quali sono le priorità per la comunità e a perseguirle senza confrontarsi con le persone che ci vivono. La vera frase importante di tutto il discorso di Marrone è l’ultima: “stagione di preoccupante inverno demografico”.
Diciamo che nelle stanze della politica non importa a nessuno come vengono trattate le donne, dal punto di vista umano e sanitario, né se in quella stanza dell’ascolto raccontano quanto sia difficile, al giorno d’oggi, essere donna, lavoratrice, madre senza il sostegno delle istituzioni – un sostegno vero, non un contentino. Se così fosse, la politica si attiverebbe con una serie di misure per tutelare davvero le persone: istituirebbe dei corsi di comunicazione per il personale sanitario così da imparare ad ascoltare e a rivolgersi alle pazienti nel modo più trasparente e funzionale possibile e scevro da pregiudizi. Si attiverebbe con asili nido statali e funzionanti, con congedi di paternità e parentali più estesi e paritari, con tutele sul lavoro, con tutele nel mercato immobiliare per chi acquista o affitta una casa, con un adeguamento degli stipendi all’inflazione, per dirne alcune.
Diciamo che nelle stanze della politica non interessa a nessuno cosa pensano gli antiabortisti; che le proposte di legge per obbligare le donne a sentire il battito cardiaco del feto non sono altro che micro concessioni per accontentare i provita; che la proposta di reddito di maternità, per disincentivare l’aborto, non è altro che un trucchetto, un sistema per dare soldi alle madri che così possono rispenderli; un sistema per assistere i cittadini nel loro ruolo di consumatori, non perché alla politica interessi davvero che loro abbiano gli strumenti per vivere una maternità serena.
Strumenti che la politica potrebbe dare, che sono sotto gli occhi di tutti, come ho accennato due paragrafi fa, ma che richiedono troppi investimenti economici, troppi sforzi, troppi cambi di assetto.
E questo la politica non lo vuole.
Diciamo quindi che nelle sue stanze, alla politica interessa solo che si facciano più figli possibili e appalta l’impegno di portare avanti quest’istanza alle associazioni prolife.