La newsletter quotidiana di Domani mi fissa in attesa che la apra: ci sono quattro email in grassetto che stanno lì da altrettanti giorni. A loro si aggiungono anche la newsletter di Lucy sulla Cultura, quella di Francesco Oggiano (“Ciao, sono Francesco Oggiano”, che lavora per Will) e di Alessandro Tommasi di Nos.
Apro l’email ma mi fa fatica leggere ogni cosa. Non ho consapevolmente voglia di occuparmi di nient’altro che non sia io in questi giorni. Kamala Harris e Donald Trump dibattono, in Italia vengono approvati ddl e io non ne so niente. Ignoro cosa stia accadendo da quattro giorni sul fronte Ucraina Russia e su quello israelo palestinese. Il mondo va avanti mentre io mi sento in debito di ossigeno con me stessa.
Settembre è partito con il piede sbagliato: sono saltati un paio di lavori sui quali puntavo molto in vista dell’autunno, e ha iniziato ad incombere su di me quello spettro nero che è la precarietà. Una tassa inevitabile in questo periodo della mia vita – che va avanti da un bel po’. Precarietà lavorativa (chi l’avrebbe detto, in fondo il mercato del lavoro è così vivace e accogliente per i giovani che hanno una qualche ambizione), ma anche emotiva perché qui, ricordiamocelo sempre, camminiamo sulle uova rotte (frase che mi ha detto una mia amica lo scorso autunno e da allora l’ho eletta mia espressione preferita nella vita per indicare la mia stabilità mentale). Il significato di questa precarietà, e i pensieri che ne derivano, sono quella mano attaccata alla mia gola che mi toglie il respiro.
Discuto con tutti. E con le persone con cui non voglio discutere, metto in pausa il rapporto. A volte faccio fatica a tracciare un confine e ad esprimere chiaramente cosa provo. A dire “ora basta, non ne posso più”. O meglio: quando lo faccio, è già troppo tardi e io sono piena. Se ci penso, è esattamente il mio pattern nelle relazioni. Ma comunque sono migliorata molto!
E a proposito di confini, il ritorno a Cassino riserva sempre gioie, tipo una bella discussione con la mia famiglia. Immaginate un tranquillo post pranzo settimanale: io mi vedo su un divano a guardare nuvoloni neri che fanno ombra sul giardino e sento voci soffici che piano piano spariscono perché mi addormento. Venti minuti dopo mi sveglio e non ho digerito niente, ovviamente, e vado a farmi un caffè per riattivarmi. Provate invece a immaginare di sedervi sul divano e iniziare a discutere con tutta la famiglia. Così sì che lo digerite il pranzo! Roba che non basta un Gaviscon combinato con una bella seduta di psicoterapia per riprendersi.
Psicoterapia, che bella parola! Da quando ho terminato il mio percorso, durato ben sei anni, non faccio che pensare quanto è stato bello intraprenderlo e quanto è bello adesso avere gli strumenti per poter gestire la mia vita. Per provare a farlo, eh. Mica per riuscirci davvero. Negli anni ho iniziato diversi percorsi di psicoterapia, cui è seguita sempre una fine: uno nel 2013, due nel 2017, due nel 2018, uno nel 2023.
Il percorso più importante è iniziato a fine 2018, quando sono entrata nella stanza del mio terapeuta per la prima volta e gli ho detto “Allora, io soffro di disturbi alimentari, sono in fase di binge e mangio di tutto perché sto facendo un percorso lavorativo che non mi piace ma lo mando giù perché mi sembra di non avere alternative”. È stato un percorso lungo, molto difficile, pieno di ostacoli soprattutto interni. Uno dei ricordi più vividi che ho dell’inizio è che non riuscivo a parlare. Ero seduta sulla sedia davanti allo psi e non sapevo avventurarmi dentro me stessa. Tutto quello che sapevo, gliel’avevo detto alla prima seduta, che altro c’era? Spoiler: tutto quello che non sapevo.
All’inizio ho vissuto la psicoterapia come una specie di paracadute, o di tappeto elastico dove poter rimbalzare senza rompermi. Durante la settimana, qualsiasi cosa mi accadeva mi dicevo “ne parlerò in terapia e lì non potrà succedermi niente”. Era un pensiero confortante che ha reso subito quelle sedute una dipendenza. Finita una, volevo farne un’altra il giorno dopo. Avevo attivato una sorta di radar per le mie emozioni e stavo attentissima a tutto, perché avevo qualcuno con cui parlarne e con cui sciogliere quei gomitoli indistricabili che sentivo nel petto.
Nonostante questo, i primi mesi vivevo comunque la terapia con un certo disagio perché non ero abituata a parlare di me. Non l’avevo mai fatto e non sapevo bene come iniziare. Anche quello era un nodo da affrontare. Pian piano che la terapia entrava nel vivo, io mi sentivo sempre più esposta e a disagio, le cose da affrontare erano tantissime e io mi percepivo minuscola rispetto a loro. Eppure non c’è stato un solo giorno in cui abbia pensato di mollare. Non un giorno in cui abbia detto “non oggi”. Facevo i salti mortali, sia lavorativi sia fisici per riuscire a fare quell’ora, per arrivare puntuale e non sprecare neanche un secondo di quel tempo.
La terapia è un processo. È lenta, richiede pazienza ma soprattutto una grande disponibilità a guardarsi dentro. A prendere la lente d’ingrandimento e posizionarla su quelle parti di noi che vivono all’ombra, nascoste da tutto, in zone remote e mai esplorate. A prendere il dolore e a crescerci attorno; crescere al punto da versargli un bicchiere di vino e brindare dandogli del tu, come si fa con i veri amici. Quelli con cui puoi discutere per ore perché avete una visione diversa della vita, della politica, dell’amore, della scuola e del lavoro, ma che non tradiranno mai la tua fiducia. A volte, la terapia richiede anche la disponibilità a fare cose che sentiamo giuste senza capirne necessariamente il motivo, che si svelerà più tardi. Ecco, la terapia richiede fiducia. Fiducia che quelle sensazioni che proviamo, e che spesso ignoriamo, ci portano invece sulla strada giusta.
È successo che l’anno scorso, dopo alcuni mesi di tentennamento, ho interrotto il percorso con il mio psi dopo cinque anni. L’ho interrotto con un messaggio “Domani non vengo” ed è finita lì. Con quel modo diretto e un po’ brusco con cui l’avevo iniziato. E questa decisione io non sapevo spiegarmela, ma era giusta in quel momento, in cui erano tante le cose da gestire e tutte complesse, e quella terapia stessa era diventata un nodo incomprensibile. A volte bisogna uscire dalle situazioni per capirle. Per capire il nostro ruolo e sentirci qualcosa di diverso. E per scoprire tutto il resto che possiamo essere.
Tra l’anno scorso e adesso, ho affrontato un altro percorso di psicoterapia, che è terminato con tanti sorrisi e in serenità. E in questi giorni di forte inquietudine, la cosa che mi turba più di tutte è avere a che fare con i fili spezzati dentro di me. Quelli che si rompono quando non riesco a dire chiaramente come mi sento, vado in debito d’ossigeno e devo allontanarmi per ricominciare a respirare. E la terapia con il mio vecchio psi è proprio uno di quei fili spezzati che ho bisogno di riannodare per andare avanti.
Una delle cose che mi ha insegnato la terapia è darmi la possibilità di tornare indietro. Andare incontro alle situazioni chiuse troppo velocemente per trovare una spiegazione soddisfacente, che non mi faccia girare la testa e sentire catapultata in un’altra realtà. Tornare indietro e permettermi di uscire di nuovo, stavolta dopo aver salutato e abbracciato tutti, e per tutti intendo le parti di me che lascio in quella situazione.
Spesso torniamo indietro a qualcosa che è finito. Alla decisione di chiudere qualcosa, alla volontà di uscire da qualcosa. E io ho sempre vissuto questa come una scelta irrimediabile. Un punto di non ritorno. E guai a cambiare idea! Ma ho scoperto che possono esserci mille motivi per cui si arriva alla parola fine e non tutti sono subito ben chiari. Spesso non abbiamo le energie per sentirli e capirli. E a volte deve passare del tempo prima che la domanda “Perché questa cosa è finita davvero?” ottenga una risposta. E se riusciamo a comprenderla, non abbiamo neanche bisogno di condividerla con chi abbiamo tagliato fuori. Perché, in fondo, gli altri sono personaggi secondari nella storia che ci raccontiamo, anche se è difficile ammetterlo.
La terapia mi ha insegnato che tornare indietro significa darci la possibilità di rispiegarci con noi stessi e salutarci con un calice di vino brindando alla salute di chi resta indietro e a quella di chi va avanti.