I fatti di violenza accaduti quest’estate mi hanno profondamente turbato. E mi hanno lasciato una rabbia che chi mi sta vicino fatica a capire. Eppure io questa rabbia ce l’ho dentro e non posso ignorarla.
Ne parlo prendendo spunto dalle parole del giornalista Andrea Giambruno che su Rete4 conduce “Diario del giorno”. Il 28 agosto, commentando con Senaldi le violenze di Caivano e Palermo, Giambruno parla di gesti di autotutela che devono avere le donne: “Se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti di incorrere in determinate problematiche e poi rischi effettivamente che il lupo lo trovi”. Accusato di vittimizzazione secondaria da buona parte dell’opinione pubblica e politica, il 29 agosto ha replicato “Nelle ultime ore sta impazzando una polemica surreale, mi è doveroso precisare che nessuno ha giustificato l’atto, anzi sono stati utilizzati termini precisi: abominevole per l’atto, bestie per gli autori”.
Il giornalista ci tiene a sottolineare questi termini, ed è proprio qui il punto. Gli abomini e le bestie sono cose lontane da noi, dal nostro mondo, dal nostro immaginario, anche da ciò che possiamo comprendere, controllare, cambiare. Sono cose contro le quali noi non possiamo fare niente.
Invece la violenza è tra di noi ed è agita da persone che hanno nomi e cognomi. Persone capaci di pensare, che sanno cosa stanno facendo, che hanno tutte le capacità per decidere come agire, quando agiscono con violenza.
Persone che non compiono uno stupro dal nulla, ma come conseguenza di una miriade di altri atti che vengono sottovalutati, sui quali si scherza. Atti che se provi a criticare, ti viene risposto che sei pesante, che è solo uno scherzo, che in fondo non c’è niente di male, che si è sempre fatto così. Commenti indesiderati fatti da sconosciuti lungo la strada, palpate, foto fatte di nascosto al mare e poi fatte girare nelle chat degli amici, tanto per dirne alcuni.
Atti che rivelano che, nell’immaginario collettivo maschile, la donna e il suo corpo sono considerati disponibili, un terreno sul quale rivendicare diritti. E con che facilità!
Ecco allora che chi agisce violenza non è una bestia, ma è una persona educata a fare tutto, cresciuta in una cultura che le dà il potere di imporre la propria volontà e i propri desideri fregandosene se l’altra parte non è d’accordo o non glielo vuole permettere. In cui esistono unicamente la realizzazione e il soddisfacimento di sè e le altre persone ne sono un effimero strumento. Una cultura, in poche parole, in cui tutto le è concesso.
Finché non viene problematizzata questa cultura, sarà sempre la donna a doversi autotutelare, a non doversi ubriacare, a non dover uscire con la scollatura profonda, a non dover salire sulla macchina di uno appena conosciuto in discoteca e ormai, come hanno dimostrato gli ultimi eventi, a non doversi fidare di amici e parenti.
C’è, invece, urgenza di educazione, di una rivoluzione culturale. La rivendicano le donne dappertutto, e iniziano a farlo anche alcuni uomini, quelli che riescono a vedere quali e quanto grandi sono i limiti di una cultura così disfunzionale, che li considera solo quali “bestie” asservite ai propri istinti, senza possibilità di recupero.
Sarebbe quindi molto più opportuno, oltre che funzionale alla costruzione di una società più sana, smettere di dire alle donne cosa non dovrebbero fare, ma iniziare a dirlo agli uomini.
Ci tengo inoltre a specificare che ho generalizzato parlando di “uomini” e “donne” perché la violenza è un fenomeno sistemico. E sebbene io non creda affatto che tutti gli uomini siano dei violenti, è altresì fondamentale sottolineare che siamo cresciuti – ed evidentemente lo stiamo ancora facendo – in una cultura in cui al genere maschile vengono associate le caratteristiche della forza, della virilità, della potenza, della conquista, del successo a tutti i costi, anche a dispetto di un’introspezione emotiva profonda; insomma, una cultura che insegna al genere maschile a prendersi tutto ciò che vuole.
Di contro – e direi anche per forza, a fronte di un’educazione così incentrata sul successo maschile – il genere femminile deve da sempre fare i conti con i diritti che non le vengono riconosciuti.