L’amico mio Michele – lo stesso che quando ad Aprile avevo iniziato a sfiorare l’idea di correre, mi ha convinto presentandosi ad un compleanno con la medaglia della maratona appena fatta – mi ha detto che per correre serve comprare solo le scarpe buone.
E da quando ho iniziato, ho perso il conto dei soldi che ho speso per allenarmi: oltre alle scarpe – che sì, sono costate più di quanto io abbia speso per tutte quelle che ho indossato tra la primavera e l’estate – ho comprato un orologio che tiene traccia degli allenamenti; degli abiti per stare comoda, in particolare dei pantaloncini adeguati che non mi facciano toccare le cosce, che poi mi vanno a fuoco; l’abbonamento ad una app che mi ha fatto un piano personalizzato per preparare le gare per cui mi sto allenando. Per non parlare dell’iscrizione alle gare – che prevede o l’affiliazione ad una società podistica o il possesso della run card (entrambe a pagamento) più il certificato medico, sempre a pagamento – e dei viaggi per raggiungere questi posti – ma ok, posso allenarmi anche senza gareggiare. Però che senso avrebbe?
Tra l’altro ho fatto già un numero tale di km per cui tra un po’ devo comprare un nuovo paio di scarpe. Non esattamente lo sport economico che immaginavo ma ok. Ormai sono in pista, si corre.
Se ad aprile ho comprato quelle scarpe Brooks blu taglia 45 da uomo perché ero appena tornata a Roma dopo circa quattro mesi a Sesto Pusteria, e avevo bisogno di darmi degli obiettivi e di scandire le mie giornate con un ritmo, ora continuo ad usarle perché ho bisogno di concentrarmi, di sentire il mio corpo attivo, di stare bene e male nello sforzo che faccio.
A maggio, poi, quando ho partecipato alla Race for the Cure, la corsa mi ha anche permesso di scoprire cosa significa che Roma è nata su sette colli, e di inventare una serie di nuovi e molto fantasiosi improperi davanti a tutti quei saliscendi ai quali non ero affatto preparata.
E in questi giorni, in cui sono molto sola – perché non c’è proprio nessuno, o chi c’è è molto lontano e fa troppo caldo per muoversi dentro Roma – ma con le mie persone del cuore sempre presenti, la corsa – e i relativi improperi – mi fa compagnia. È un appuntamento fisso al quale voglio arrivare nella mia forma fisica e mentale migliore.
Ed è proprio in questa solitudine qua, che va avanti ormai da un po’, che mi piace creare dei rituali. Cose piccole, di cui però non mi sono mai curata, vista la vita frenetica che ho fatto fino ad oggi. Anzi, se potevo evitare di crearmi abitudini, o mettere radici in qualsiasi modo, ne ero ben contenta.
Uno di questi appuntamenti fissi è con la gelateria sotto casa: ogni giorno c’è una coppetta media con Nutella gelato e nocciola, o fior di latte – senza panna e senza cialda – che mi aspetta.

Oggi ero al parco a mangiarla e mi sono passate davanti due persone: un uomo adulto e un ragazzo, non ho capito se erano padre e figlio o nonno e nipote. C’era una tale tenerezza tra di loro che non sono riuscita a smettere di guardarli. Il ragazzo era nello spettro autistico, e tollerava per poco la vicinanza dell’altra persona.
Erano seduti su una panchina e non facevano niente. Non parlavano, non giocavano, non si guardavano. Fissavano un punto davanti a loro, chissà se lo stesso. Ad un certo punto l’adulto si è girato e ha fatto una carezza sulla guancia del giovane, e poi l’ha abbracciato. Il ragazzo è rimasto in quell’abbraccio per pochi secondi, poi l’ha sciolto e ha messo una mano sulla testa del padre, o del nonno. E sono rimasti così.
Da un anno, ormai, ho capito che se voglio fare foto di momenti belli devo mettere da parte molta della mia discrezione e scattare. Anche se poi mi vedono, anche se mi vengono a chiedere perché lo sto facendo, e così via. Quindi oggi ho preso il telefono – che tra l’altro è nuovo di zecca, scelto proprio per la sua fotocamera – e ho iniziato a scattare con lo zoom. E questo è quello che sono riuscita a rubare: attimi di tenerezza nella vita di due sconosciuti.





Le giornate trascorrono lente e calde nella mia camera, che ad un certo punto si riempie del suono della mia voce: ogni giorno mi registro mentre canto Adele, 4NonBlondes, Jack Black, Britney Spears, Mango e così via. Non guardo mai le registrazioni, a volte le cancello tutte insieme, altre volte me ne dimentico, e ora che ho trasferito i dati dal telefono vecchio al nuovo mi sono trovata qualcosa tipo 30 video di me da novembre che canto: a Roma, a Cassino, a Sesto. Dovunque.
E intanto continuo a lavorare e penso che sono anni che intervisto persone che fanno cose spettacolari: girano il mondo in bici, scalano le vette più alte, incontrano culture, sfidano l’ignoto con la loro sola organizzazione e intraprendenza. E io sto lì ad ascoltare tutte queste storie, mi bevo ogni goccia di entusiasmo, ogni sussulto nel ricordare un momento particolarmente pericoloso e tutta la fierezza di avercela, alla fine, fatta per davvero.
Quindi è il momento di fare lo zaino, mettermelo sulle spalle e partire per un cammino. Lo zaino è pronto nella mia camera da 10 giorni, ogni tanto aggiungo qualcosa, a volte tolgo quello che mi sembra superfluo e che mi appesantirebbe inutilmente.
C’è una leggerezza nell’aria che mi disarma.
Quando stamani mi sono svegliata prima delle sei per andare a correre, mi è passata davanti agli occhi l’anteprima delle prossime due settimane in cammino e ho pensato di annullare tutto. Ma chi ce la fa a svegliarsi tutti i giorni prima delle sei per camminare per 20 e passa km?
Beh scopriamolo!