Cambio di stagione

Domenica 27 Settembre 2020.

4 escursioni in montagna rimandate perchè per oggi era previsto maltempo.

Di fatti sta piovendo.

Ma io, solita ideare scenari apocalittici nella mia mente, complici le numerose serie tv such as Criminal Minds, CSI et similia, o i programmi di Real Time come E.R.: Storie incredibili, in cui viene presentata una realtà ai limiti dell’immaginazione, se non oltre, in cui c’è comunque sempre qualcuno in grado di risolvere queste situazioni, uscendone intero e addirittura migliore, mi aspettavo una qualche anticipazione della fine del mondo, con tempeste di pioggia, tornado, corrente saltata, fulmini e saette da cui neanche sotto il letto ci si può proteggere, case e famiglie intere da portare in salvo su zattere di fortuna alla Titanic.

Invece è stata una modesta domenica di pioggia, con un po’ di vento, che comunque non guasta, e neanche un tuono percepito.

Una domenica fredda, sicuramente, ideale per il cambio di stagione nell’armadio.

Ed io che volevo passare la giornata sotto il piumone e davanti alla tv (ebbene sì, ho comprato una tv da mettere in camera, per chi mi conosce sa che questo è un cambiamento epico e senza precedenti perchè sono sempre stata contraria a questa pratica, ma poi l’età avanza e gli ideali e le buone usanze cedono volentieri il posto alla comodità)!

Che dire: un cambio di stagione estremamente difficile, perchè mettere da parte gli abiti estivi è sempre un piccolo lutto nel cuore, a maggior ragione quest’anno che non ho avuto modo di gustare nulla, nè il mio guardaroba, nè la leggerezza connaturata all’estate.

Ma questo è un anno sui generis, e tali devono essere le aspettative. Ammesso che qualcuno sia ancora convinto che sia il caso di aspettarsi qualcosa.

Tuttavia la solitudine di questa domenica tempestosa mi ha aiutato a riflettere su una serie di cose che latitavano tra l’inconscio e la mia coscienza da molto tempo ormai.

Purtroppo i miei tempi di realizzazione sono lunghi, e ormai non mi stupisco (QUASI) più di pescare al volo conclusioni che galleggiano nella mia testa già da settimane (in passato, da anni).

Ad esempio: perchè non realizzare questo blog? Sarà da Aprile che mi informo su come aprirne uno, sulle strategie di comunicazione e di diffusione, ho scaricato pdf gratuiti e altri li ho addirittura acquistati, ho scritto pagine e pagine nei giorni che si sono alternati vorticosamente da Aprile ad oggi, eppure? In cinque mesi solo oggi ho trovato il coraggio di rendere pubblici i miei pensieri, di farmi conoscere e di conoscermi io stessa in uno spazio nuovo, in una situazione così lontana dalla mia idea di scrittura, molto più intima e dedicata.

Oggi mi sono domandata: a cosa serve tanta solitudine se non si impiega nel modo giusto?

Quest’estate non ho vissuto a casa mia, a Cassino, ma a Gaeta, una città di mare a circa 50 km da qui. Vivevo da sola, ma lavoravo talmente tanto che non avevo neanche il tempo di dormire. Che uso ho fatto della mia solitudine in questi mesi estivi? Ho provato a vivere con leggerezza un contesto, lavorativo, in cui era tutto difficile, a partire dall’organizzazione, per finire con la relazione tra titolari, dipendenti e clienti. Era difficile anche vivere in un monolocale tanto carino quanto inadatto alla vita, con ventisettemila scale alte la metà di metà, e dei proprietari pronti tanto ad aiutare quanto più a rinfacciare. Ho imparato sicuramente degli escamotage mentali per sorvolare sulle cose, trucchetti necessari per sopravvivere.

Ma davvero vogliamo accontentarci di sopravvivere? Di provare ad arrivare interi a fine giornata o a fine mese? Forse, e dico forse, meritiamo tutti qualcosa di più, di guardarci da punti di vista diversi per apprezzarci anche lì dove, ostinandoci a guardare sempre e solo in una direzione, pensiamo non ci sia nulla.

Ecco, mi sono risposta, qual è un buon uso che si può fare della solitudine: concentrarci su noi stessi sperimentandoci su terreni incontaminati. Ciò che conosciamo di noi ormai è nostro, ma lo è anche ciò che ancora non sappiamo, che ci attira ma respingiamo, a volte con forza, perchè siamo atterriti dal nostro stesso potenziale.

Credo dipenda dal fatto che, una volta familiarizzato con uno schema, abbiamo difficoltà ad uscirne. Anche se questo è un sistema disfunzionale, che ci fa male, siamo più portati a chiederci “Perchè mi succede sempre questo?” anzichè metterci alla prova con nuove sfide, soprattutto con nuovi approcci mentali.

Siamo comodi, preferiamo galleggiare a stento anzichè imparare a nuotare, patire sempre le stesse pene piuttosto che impegnarci a trovare nuove soluzioni.

Io ho indugiato a lungo, ho rimuginato su quanto possa essere difficile provare a cambiare e ritrovare tutto uguale a prima. Come se esigessi dalla vita che anche lei cambiasse, a fronte della mia decisione. Con fatica mi domando, incessantemente, quale sia il mio ruolo, non dico nella vita in generale, ma almeno nella mia realtà, e qual è effettivamente il mio potere decisionale.

Per poi dirmi che a 27 anni ho lasciato una carriera da avvocato, un eventuale futuro nello studio legale di mia madre, ho lasciato famiglia, amore e amici per andare a fare l’animatrice, e poi la hostess e anche, perchè no, la cameriera e la barista.

Wow, il mio potere decisionale è schizzato alle stelle! Se prima mi sentivo in trappola, mi vedevo percorrere, a fatica, una strada che era già stata segnata per me da altri, ora posso sentirmi libera di camminare dove voglio. E a nulla valgono le critiche, a volte veramente spietate, di persone tanto care, perchè se una svolta si deve dare, i tagli, per definizione, devono essere netti.

Ci piace pensare di essere in grado di cambiare, aspettandoci le circostanze favorevoli per farlo o, meglio, che sia la realtà a cambiare per noi. “Quando supererò l’esame.. – Quando sarò laureata.. – Quando troverò un lavoro.. – Quando mi trasferirò” come se tra tutti questi avvenimenti non ci fosse la vita, una vita che merita di essere migliore da subito, non a partire da un ideale momento X che, ovviamente, non arriverà mai.

Cambiare è difficile, ma lo è ancora di più rimanere intrappolati nella propria impotenza.

Il mondo è pieno di storie di persone che cambiano vita, non è una cosa speciale, nè una cosa irrealizzabile: ma è sicuramente una cosa che fa la differenza, e la differenza è la propria soddisfazione e stima.

Al riguardo mi vengono in mente le parole di Zeno Cosini, personaggio di Italo Svevo: “Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

Per chi non l’avesse ancora fatto, consiglio un’attenta lettura della Coscienza di Zeno, libro estremamente denso ed intenso, da risultare a volte un po’ pesante. Errata corrige: ne consiglio una lettura, più che attenta, curiosa, sì, perchè è in grado di regalare tantissimi spunti e altrettante domande scomode da porre poi a noi stessi.

Dunque io mi domando, e vi lascio con questo dubbio: qual è quella grandezza, di cui ognuno è portatore, per inseguire la quale siamo disposti ad abbandonare una vita comoda, per diventare la persona ideale che ci aspettiamo di essere?

Dopo tutta sta riflessione, prendetevi il tempo di ammirare la mia bellissima e nuova tv (le luci che si riflettono dentro sono quelle a led attaccate al muro – quelle della foto del post, per intenderci – che illuminano a giorno, sono più efficienti da un punto di vista energetico, pesano meno sulla bolletta della corrente e sono pure sostenibili, quindi che aspettate a comprarle??), per cui ho dovuto rivoluzionare, per l’ennesima volta, la posizione dei mobili nella mia camera. Negli ultimi due anni ci sono stata appena 5 mesi a casa, ed ho cambiato la mia camera almeno 10 volte. Forse questa cosa del cambiare mi sta sfuggendo un po’ troppo di mano!

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