Paradosso ortodosso

Durante la quarantena ho fatto l’abbonamento a Netflix, che ho disdetto appena tornati alla libertà. Ho visto poche cose, ma le ho viste senza pormi limiti. “Freud”, “Unbelievable” e “Unorthodox” sono le uniche serie che hanno meritato la mia attenzione, e le ho viste, ciascuna, in un solo giorno. Una full immersion in queste realtà parallele, in questi mondi che qualcuno ha deciso di smascherare e di farci conoscere.

Ho scritto una recensione di Freud, che ho pubblicato su Blasting News – e questo è il link: https://it.blastingnews.com/cultura-spettacoli/2020/04/recensione-di-freud-una-serie-tv-sul-padre-della-psicoanalisi-003123793.html – e una su Unorthodox, che è rimasta nel mio pc da fine Marzo, ed ora credo sia giunto il momento di portarla allo scoperto.

È scritta di getto, e riflette i tormenti, e quindi anche la pesantezza, e le sicurezze del mio animo alla fine di Marzo, quindi non ho modificato nulla.

Mettetevi pronti, PREPARATEVI ALLO SPOILER e buona lettura!

Se siete in cerca di coraggio, “Unorthodox” è la serie che fa per voi.

Disponibile su Netflix dal 26 Marzo, narra la storia di Esther “Esty” Schwartz, ebrea chassidica che a 19 anni decide di scappare dalla sua comunità Satmar, a Williamsburg, Brooklyn, per andare a Berlino, e lì cominciare una nuova vita.

Si tratta di una mini serie di 4 episodi, tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman, raccontata nel libro “Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots”.

La serie è ambientata tra le strade e le case di New York e di Berlino, in cui si delinea il temperamento di una Esty prima sottomessa, poi spaventata, incerta, disperata, ed infine risoluta.

La comunità chassidica è costituita da ebrei fortemente ortodossi, che promuovono la Kabbalah, ossia l’insieme degli insegnamenti rabbinici, estendendola a tutti gli aspetti della vita quotidiana. In questo contesto si impone il gruppo Satmar, composto da ebrei rumeni ed ungheresi sopravvissuti alla Seconda Guerra mondiale, ed emigrati in America, la cui esistenza è votata a ridare vita alle oltre 6 milioni di vittime dell’Olocausto. La rigida chiusura, mentale e comportamentale, di questa comunità si giustifica con la paura di cadere nuovamente vittima delle angherie della società contemporanea, di conformarsi con il resto del mondo, rendendosi così vulnerabili, e perdendo la protezione di Dio e la sicurezza delle proprie tradizioni.

Questo pensiero è espresso in modo chiaro dallo stesso rabbino nella serie: “Signori, il punto è che non possiamo lasciare che la nostra gente si smarrisca. Creeremo un pericoloso precedente. Dobbiamo trovare questa giovane e riportarla dal marito. (…) Un ebreo, anche se ha trasgredito, è un ebreo.”

Esty nasce e cresce onorando la memoria dei morti dell’Olocausto, con la paura del mondo esterno, con lo scopo di mettere al mondo nuovi ebrei e riverire il marito, scelto dalla sua famiglia, facendolo sentire sempre un re. Alla logica e conseguente domanda: “Ciò fa di me una regina?”, posta alla suocera, segue una smorfia che vale più di un rimprovero a tacere.

Tuttavia, la storia di Esty è particolare: suo padre è un alcolista, e la madre ha lasciato Williamsburg per trasferirsi a Berlino e vivere con una donna, ripudiata dalla famiglia del marito e da tutta la comunità, che è riuscita a far ottenere ai nonni paterni la custodia della nipote in tribunale.

Ciò la rende diversa dalle altre ragazze, come ripetono continuamente i membri Satmar, e come ammette lei stessa al futuro marito, Yanky.

La serie è un avvicendarsi di momenti presenti e flashback della vita di Esty a New York, che mostrano il suo cammino verso la conquista di se stessa.

Le scene si caratterizzano per una netta contrapposizione di ambientazione: le immagini girate in America sono quasi tutte in ambienti chiusi, e si contraddistinguono per un’atmosfera cupa, greve, dalle tinte buie. Anche i momenti di festa, come il matrimonio di Esty e Yanky, sono rappresentati con molta lentezza, che appesantisce lo stato d’animo e confonde i sentimenti dell’osservatore: sembra difficile provare gioia tra i membri e le regole della comunità Satmar.

Le scene a Berlino sono piene di luce e, sebbene ci siano anche ambienti chiusi, le forme sono leggere, e gli spazi aperti: non ci si sente mai in trappola.

Esty compie una scelta molto coraggiosa scappando dal suo mondo, perdendo i suoi punti di riferimento che, per quanto potessero umiliarla, la facevano sentire protetta.

Quella di Esty è la storia di una rottura, e del coraggio per ricomporsi. Abbandonando la propria comunità Satmar di Williamsburg, Esty rinuncia alla protezione che per 19 anni le ha fatto scudo contro il mondo. Si lancia nella vita, esponendosi a tutti i rischi ad essa connessi, con timore ma mai senza determinazione.

Ci sono dei passaggi fondamentali per capire le ragioni del comportamento di Esty: primo tra tutti, il suo ruolo all’interno della famiglia. Figlia di un alcolista e di una donna lesbica ripudiata da tutti, cresciuta dai nonni, Esty sente fortemente la differenza tra lei e le altre donne con cui vive, al punto da affermare personalmente di esserne diversa. In questa sua dichiarazione non c’è arrendevolezza, o ammissione di inferiorità, ma anzi, c’è un’immensa forza d’animo, che non le fa piegare la testa davanti a niente.

Che il marito o la sua famiglia lo accettino o meno, lei non si lascia scoraggiare, e persegue il suo intento di emanciparsi da una realtà a cui non sente di appartenere.

In tutti i flashback in cui ricorda la sua vita a Williamsburg sembra acquisire, passo dopo passo, il coraggio necessario per prendere le distanze da quel mondo: si ha la sensazione di immergersi sott’acqua e trattenere il respiro, finché lei non parte per Berlino, e allora si riemerge prendendo una boccata d’aria salvifica.

Tutte le oppressioni che subisce, che potremmo definire maschiliste, retrograde, bigotte, alle quali è possibile non trovare una giustificazione, sono in realtà volte a proteggerla, e a garantire la ripopolazione della comunità ebraica, ridando vita alle oltre sei milioni di vittime dell’Olocausto.

È la storia di due forze contrapposte: una che spinge affinché tutto rimanga sotto controllo, in una campana di vetro, al di fuori della quale è il caos, il dolore e la morte; e una, parimenti intensa, che porta alla recisione di tutte le catene, alla conquista di quel sé avvertito così diverso, alla scoperta che, a volte, non bisogna difendersi dal rischio, ma da ciò che da esso ci protegge.

La femminilità e la considerazione di Esty sono tutte riassunte nel suo ruolo di potenziale generatrice di figli, e umile esaltatrice del valore del marito. Al di fuori di ciò, Esty non ha una propria dignità, non le è permesso avere passioni o obiettivi da perseguire; non è neanche padrona del piacere del proprio corpo, essendo costretta a concedersi al suo uomo nonostante il dolore. A nessuno sembra interessare la sua frustrazione, ogni attenzione è rivolta alla sicurezza del marito e alla famiglia che deve essere creata al più presto.

In quest’ottica si spiega il meccanicismo dell’approccio fisico tra Esty e Yanky, finalizzato esclusivamente alla procreazione, e non a provare piacere. In netta contrapposizione con ciò che accade tra Esty e Robert, il primo ragazzo tedesco che lei incontra a Berlino, grazie al quale incontra nuovi amici e conosce l’accademia di musica. Dopo una serata in discoteca, i due si ritrovano in camera di lui e la ragazza gli si getta tra le braccia con fare goffo, e con una gestualità rapida, come per rispondere ad un impulso senza però goderne il piacere che deriva dall’assecondarlo. Di contro, il ragazzo si muove con calma, con una lentezza che fa assaporare anche a chi guarda tutta l’eccitazione, lo stupore e la tensione di quel momento così intimo e segnante.

Esty scopre che un uomo può avere rispetto per il suo corpo e per i suoi sentimenti, e lei stessa sperimenta, con una meraviglia percepibile in ogni angolo del suo viso, il piacere che c’è al di là degli schemi che le sono stati imposti per una vita.

Il mood di tutta la mini serie è proprio questo: scoprire la vita oltre le regole. Al riguardo, è emblematico il parallelismo tra la vita e la musica. Grande passione di Esty, non ha potuto coltivarla perché alle donne chassidiche è vietato suonare strumenti. Tuttavia lei riesce ugualmente a prendere lezioni di pianoforte, scoprendo la sua bravura, e trovando proprio nella musica la via di fuga: il biglietto aereo per Berlino, infatti, glielo consegna la sua insegnante di piano.

Una volta in Germania, trova rifugio nell’accademia di musica, in cui le verrà insegnato che, nonostante regole ferree, bisogna infrangerle per fare un capolavoro.

Fuori da Williamsburg, Esty inizia una seconda vita, senza punti di riferimento né difese, se non quelle apprese nella sua comunità. E che ben presto imparerà non essere sufficientemente forti per sopravvivere nel mondo. È significativo il fatto che, inizialmente, utilizzi gli insegnamenti chassidici per difendersi dai discorsi degli amici tedeschi, in modo da giustificare l’abisso tra le due diverse mentalità. Quando viene raggiunta da Moishe, che vuole riportarla a casa, quegli stessi discorsi li utilizza contro lo stile di vita in cui ha vissuto per 19 anni, dimostrando una libertà mentale e una forza d’animo indici di una ritrovata sicurezza in se stessa.

Esty non ha bisogno della protezione della famiglia ebrea per affrontare il mondo, perché può contare su se stessa, decidendo da sola cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Questa sua evoluzione non è però priva di momenti di crisi. Confrontandosi con persone diverse da quelle della sua cultura, si rende conto di quanto le sue credenze possano essere relative e che il passato tanto tragico degli ebrei non deve essere un ostacolo alla crescita. Esty si rende conto che, al di là del suo essere credente, può essere molte più cose, dalle quali deriva una grande realizzazione personale, e che ci vuole impegno per ottenere i successi per i quali si sente portata.

Scopre così che può fallire: che il talento che riteneva eccezionale nella sua cultura, è appena sufficiente in una realtà più complessa, in cui finisce per confrontarsi con se stessa e con le proprie (in)capacità. Se inizialmente le provoca una grande sofferenza non sentirsi all’altezza, impara che grazie alla disciplina e alla costanza può colmare la distanza che separa le sue capacità dal miglioramento necessario per eccellere.

Mentre tutti gli altri ragazzi si complimentano con Esty per un brano suonato al pianoforte, Yael è l’unica che le fa fare i conti con la realtà: non basta essere portati per fare qualcosa, bisogna sacrificarsi quotidianamente per perfezionare il proprio talento. E se tutti la ritengono pungente e cattiva nelle sue critiche, saranno proprio queste a far aprire gli occhi alla protagonista sulla sua realtà. Al di fuori della sua comunità, lei non vale nulla. Ciò la induce a tornare sui suoi passi e a chiamare la nonna in America, per ricercare un conforto che in se stessa non riusciva a trovare.

La svolta della serie sta nel fatto che la nonna le attacca il telefono in faccia. Quel nucleo originario, portatore di certezze, e che si era sostituito alla sicurezza di Esty, le viene meno; lontana dalle sue origini, non ha nulla in mano, se non la sua forza.

Da qui in poi, Esty sa che può contare solo su se stessa.

Va a casa della mamma, quella stessa che era stata ripudiata dalla comunità Satmar, e in lei non trova pregiudizio, ma viene accolta con amore: in questo contesto così diverso da quello in cui è sempre vissuta, inizia a sentire che va bene così com’è. Che la sua diversità non è una cosa così straordinaria ed inaccettabile.

Ci sono dei momenti in cui Esty suscita sensazioni di forte antipatia, in chi guarda la serie, per il suo modo quasi presuntuoso ed arrogante di rivolgersi alle persone: forte delle sue convinzioni ortodosse, le impone agli altri come se non ci fossero alternative, come se le tragedie del suo popolo fossero insuperabili e da compatire con estrema pietà.

Confrontandosi con il mondo, con altre diversità, con altre storie, si rende conto che non esiste solo il suo dolore, e che superarlo non significa non rispettarlo, ma avere più spazio per se stessi, per le proprie passioni: capisce che compatire i morti dell’Olocausto è un modo per investire le proprie energie nel passato, anziché impiegarle nella propria realizzazione.

Tuttavia, non bisogna buttare tutto degli insegnamenti ricevuti: d’altronde Esty è appartenuta al mondo Satmar per 19 anni, e non può spezzare quella vita da un giorno all’altro. Ecco che il giorno dell’audizione per l’ammissione alla scuola di musica le viene chiesto di cantare una canzone più adatta ad un mezzo soprano, quale era la sua tonalità, e lei sceglie un brano che cantava con la nonna, quando il nonno non c’era, e che era stata cantata dal rabbino al suo matrimonio.

Il passato, per quanto complicato e doloroso, fa parte di noi, ed è grazie a lui se oggi siamo chi siamo. Non bisogna rinnegarlo, ma farci pace e accogliere ciò che di buono ci ha insegnato, perché è la radice della nostra crescita. Rinnegarlo significa negare una parte di noi, non darsi mai pace.

Esty riesce a capirlo e a considerarlo una risorsa da mettere al servizio del suo talento.

Dopo l’audizione si incontra con Yanky, che vorrebbe riportarla a casa, dimostrando di accettare la sua diversità e di volerla scoprire con lei. Le regala una collana a forma di nota musicale, ma la ragazza è ormai fuori dal suo mondo, e per quanto lui si tagli le ciocche di capelli più lunghe, per provare di essere cambiato, e di voler un altro rapporto con lei, ormai è troppo tardi.

È questo il vero momento di strappo: fuggire a Berlino è stato un atto rivoluzionario, ma lei stessa non sapeva bene ciò da cui stava scappando. Dopo aver vissuto una profonda crisi dei suoi valori e delle sue certezze, e aver imparato a fare affidamento su di sé, Esty comprende davvero chi non vuole più essere, e cosa è disposta a perdere, e a fare, per andare incontro a se stessa.

Il suo sorriso, mentre si allontana dall’albergo di Yanky, la fierezza con cui si incammina sulla sua vera strada, ripagano di tutte le tribolazioni e le sofferenze provate durante la visione della serie.

Se da una parte c’è Esty, che è riuscita ad affrancarsi da quel mondo, e a trovare la sua via, dall’altra c’è Moishe, un personaggio maschile che, come lei, tenta una fuga dalla comunità, dalla quale viene però riassorbito, e rispetto alla quale prova sentimenti di grande ambiguità.

Moishe deve combattere con dei demoni molto forti, perché se per un verso non accetta la rigida austerità imposta dalle regole chassidiche, contro cui dimostra di ribellarsi, utilizzando uno smartphone, navigando in Internet, frequentando bar con compagnie ambigue, giocando a poker, per un altro verso vi fa egli stesso ricorso per riportare Esty a casa.

È un personaggio molto complesso, perché sembra non avere il coraggio di allontanarsi definitivamente da un mondo che non condivide, ma non si rassegna neanche a viverci in pace. Si può dire che il suo sia un cambiamento a metà, fortemente voluto ma aspramente criticato da lui stesso, e questo lo fa rimanere in un limbo in cui lui per primo non comprende la sua identità.

La miniserie è la storia dell’emancipazione dal proprio passato, e dalle convinzioni che ci vengono imposte. Un atto senza dubbio rivoluzionario, ancor di più se si pensa a quanto possano essere rigide e svilenti le regole cui Esty era sottoposta, e quindi labile la sua autostima.

Ma è la storia di tutti coloro che rompono le righe, che portano confusione in schemi chiusi per trovare loro stessi. È la storia di chi non accetta di avere una strada già segnata davanti a sé, e di non essere artefice del proprio cammino, bussola di se stesso.

Verrebbe da chiedersi, a parità di condizioni iniziali, perché una persona riesce a ribellarsi così tanto, affrontando da sola paura ed incertezza, e un’altra accetta, tace, chiude gli occhi su ciò che non le sta bene, adattandosi ad una realtà sicura, ma rinunciando alla propria libertà.  

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