Quando c’è l’amore c’è tutto

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Esistono delle prigioni che non ti permettono di evadere in nessun modo. Che ti danno l’illusione di poterti allontanare, ed è così veritiera che tu ti credi e ti pensi libero dalle catene. E quando ti ritrovi a fare i conti con quei lacci così stretti, e con l’impossibilità di slegarti, allora puoi avere la misura di quanto fosse fittizia la libertà che stavi assaporando.

Una libertà che altro non era se non un laccio più lungo a cui rimanere attaccato.

A volte questa prigione è proprio l’amore. Ma l’amore nella sua forma più perversa, nel senso di controllo, mascherato da attenzione, premura, altruismo.

Amore nel senso di sottrazione: di se stessi a se stessi per fare spazio all’altro, un altro estraneo a noi, che però non risiede in se stesso, ed ha bisogno di noi per identificarsi.

Ed è tutto molto bello quando questo “amore” offre protezione, un riparo sicuro, quando ci dà la sicurezza che, avvolti nel suo abbraccio, non potrà succederci nulla. Diventa meno bello quando questo eccesso di interesse, quando troppe attenzioni non richieste diventano l’ostacolo principale alla realizzazione di noi stessi, dei nostri desideri, dei nostri obiettivi.

Può essere un partner, che ci manipola affinchè noi non possiamo scappare da lui e lasciarlo solo; un’amicizia, che ci risucchia tutte le energie e per noi non rimane niente; un lavoro, che non ci dà tempo per nient’altro, che ci assorbe e pretende da noi di più, fino a prosciugarci; può essere la famiglia, che si dona completamente a te, e appena fai qualcosa che può urtarla, che fa piacere a te e solo a te, ma che lei non approva, è in grado di farti sentire ingrato e di trasformare quell’amore in senso di colpa. E quando è così, dove pensi di scappare?

Perchè, in fondo, siamo noi ad autorizzare gli altri a trattarci come vogliono. Ed è difficile rendersi conto di quelle catene mentali, quando ci sei cresciuto in mezzo. Soprattutto quando tutto viene fatto passare per “amore”. Come se l’amore potesse giustificare tutto. Come se avessimo bisogno solo dell’amore altrui, e non, invece, di amore per noi stessi, di soddisfazione, di realizzazione. Come se l’amore per chi te ne ha dato senza riserve fosse più importante di te. E tu non potessi in nessun modo alterare l’equilibrio cristallizzato da anni. E tu non potessi ribellarti a tutto quell’amore non richiesto che rappresenta più un limite che una salvezza.

Bisogna rompere gli schemi quando fanno male. Bisogna prima accorgersi di essere chiusi in prigioni di vetro, e poi è necessario far saltare tutti gli equilibri per ritrovare se stessi. Perchè, a volte, la conseguenza di tutto questo amore è la perdita di noi stessi. Ed io ho sempre pensato all’amore come una menomazione di me stessa: lascio spazio all’amore amputando pezzi di me.

Sono stata cresciuta in un ambiente in cui ciascuno pensava di più all’altro che a se stesso, in cui si agiva sempre per il bene della “famiglia”, mai dei singoli, in cui ciascuno perdeva se stesso, assorbito completamente in quel nucleo che ti prometteva amore e felicità. Non ci sono mai stati limiti nel mio ambiente: nessuno aveva una propria identità, ma tutti erano persi e mischiati negli altri. C’è sempre stata tanta disperazione in questo sistema, ma mai nessuno lo ha davvero capito.

Non può esserci benessere in chi cerca al di fuori di sè la propria ragione di vita. Non può esserci pace in chi subisce questi legami, senza neanche comprenderli fino in fondo.

Le famiglie sono una cosa parecchio strana.

Lev Tolstoj diceva che “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”, e Gabriel Garcia Marquez che “Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

Tutto estremamente tragico e struggente, soprattutto se si comprende che è effettivamente così. E non perchè voglia essere particolarmente disfattista o negativa, ma perchè ciò che uno è inevitabilmente lo imprime su chi gli sta intorno.

Da sempre ho la sensazione che alcune persone mettano al mondo i figli quando non riescono più ad affrontare determinate situazioni, quando arrivano al limite, e non riescono ad attraversarlo. Ci sono dei momenti della vita in cui devi decidere se andare avanti o rimanere bloccato lì dove sei, e credo che tanti decidano semplicemente di non affrontarsi. E, in questo caso, mettere al mondo un figlio è proprio una soluzione ottimale, perchè ti consente di distogliere l’attenzione da te stesso e catalizzarla tutta su un’altra persona. Un bambino richiede i riflettori puntati su di sè, e quale momento migliore per averlo se non quello in cui ti vuoi dimenticare di te?

Tipo quelle coppie che fanno i figli per riprendersi: ma perchè lasciarsi è così fuori discussione?

Ho osservato questa cosa guardando “Vite al limite” su Real Time: la maggior parte dei pazienti del dottor Nowzaradan sono figli obesi di genitori altrettanto obesi (quasi mai gravi come i figli). E ascoltando le loro storie e guardando gli estratti dei colloqui psicologici, tutte le problematiche di questi figli sono sempre generazionali: parlano sempre di traumi familiari che vanno avanti da anni, e che sembra solo loro siano destinati ad affrontare.

Figli come contenitori dei genitori, del loro bene e del loro male. Raccoglitori di tutti quei limiti invalicabili, e di identità confuse e perse, che non sanno stare insieme.

A volte un figlio è l’unica soluzione per evadere da una situazione senza uscita.

Penso che alla fine ognuno, poi, scelga le proprie prigioni. Per quanto uno provi a rinchiuderti, siamo sempre noi che gli diamo il permesso. Scegliere la libertà è più rischioso che scegliere di allungare un po’ di più la catena.

Comunque in Irlanda non ci vado più. Perchè io voglio andare alle scogliere di Moher, ma atterrando a Dublino devo attraversare diverse contee e gli spostamenti sono permessi solo per motivi lavorativi. Quindi niente, è stato bello finchè ho creduto che fosse possibile.

(Sì, se il mood delle mie parole è particolarmente depresso è anche perchè non posso partire, e guardo la mia carta d’imbarco che mi fissa e ancora non trovo il coraggio di strapparla.)

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Scribacchino ha detto:

    Comunque la prima parte dell’articolo, che dovrebbe parlare d’amore, in realtà descrive tutto tranne l’amore 😓

    E alle scogliere ci andrai, non disperare 😉

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    1. ailuig91 ha detto:

      Credo che l’amore abbia tante declinazioni, positive e negative, e tutte dipendano da ciò che noi vogliamo leggere nell’amore. Non ne esistono solo di sani. Forse è sbagliato che quelli malati vengano chiamati amore, ma in suo nome sembra più facile sacrificare qualcosa di noi stessi

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      1. Scribacchino ha detto:

        Giusta riflessione. Ma ricorda sempre che con te stessa ci devi passare tutta la vita 😉

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      2. ailuig91 ha detto:

        Non potrei immaginare nessun altro con cui passare la vita 😀

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