Sesso, droga e (pre)giudizi facili

Il caso Genovese mi fa riflettere.

Sembra quasi che di fronte a tutto il polverone che si è sollevato passino in sordina i comportamenti dell’imprenditore, che fa uso di droga, che dà denaro in cambio di favori sessuali, che consente, grazie alla sua posizione sociale, a delle giovani donne di realizzare i propri obiettivi lavorativi, a patto che assecondino i suoi voleri.

Mi sembra che ci sia una naturale propensione a considerare normale l’atteggiamento spavaldo dell’uomo, come se fosse socialmente accettato il fatto che una persona di sesso maschile, in quella posizione sociale, possa permettersi tutto. Mentre ci imbarazza, o si prova ribrezzo, per una donna, una ragazza di 18 anni che, vuoi per fare carriera, vuoi perchè debole, vuoi per qualsiasi altro motivo, accetta di “subire” la volontà dell’uomo; o quanto meno, frequenta determinati ambienti, accettando i rischi ad essi connessi.

Mi fa sorridere pensare che nel 2020 ancora si possa biasimare una donna che si comporta in questo modo, senza considerare questa una conseguenza di un sistema marcio all’origine.

Mi fa sorridere anche il fatto che sia dato per scontato che l’accesso a determinati ambienti sia a numero chiuso. E non perchè ci sia un test d’ingresso, bensì perchè ci accede solo chi è disposto a “piegarsi” alle condizioni dettate arbitrariamente da altri. Che si tratti di piaceri sessuali o di raccomandazione.

Fa molto meno scalpore pensare che una persona che “vale”, che ha studiato per anni, abbia ottenuto un posto su raccomandazione (perchè, si sa, in Italia funziona così, se sei bravo ma non hai chi ti aiuta, non vai da nessuna parte, ndr), e non accettare che anche la prostituzione può esserne una modalità.

A me piacerebbe tanto liquidare la questione dicendo “è tutta colpa del patriarcato” (che di fatto sta sempre in mezzo), ma ammettere che sia solo questo il problema, ci evita di affrontare una verità molto più ampia e difficile da accettare.

La nostra non è una società sana. E non lo è perchè siamo noi persone a non accettare di essere deboli. Ammettiamo solo comportamenti che ci rendono apparentemente forti, senza rispettarne tanti altri che evidenziano le nostre fragilità.

Ci fa paura ammettere che il dolore è ovunque, e soprattutto che non si è sempre pronti e sempre forti per reagire a situazioni che ci fanno male. Quando leggiamo le notizie, quando ascoltiamo i telegiornali, con lo smartphone in mano, seduti sui divani di casa, appare incomprensibile che una ragazza possa voler frequentare ambienti pericolosi, o che un’altra, nonostante abbia già subito violenza, non riesca a denunciare il proprio aggressore, continuando a subire soprusi.

Ci sentiamo forti perchè pensiamo che a noi non può succedere, perchè noi siamo fortunati, siamo sani, siamo in grado di riconoscere il dolore quando lo viviamo.

Ci spaventa pensare a quanto possa essere fragile il nostro equilibrio, soprattutto in questo momento storico così precario in cui viviamo di confusione sociale, economica, lavorativa, emotiva.

In realtà siamo terrorizzati dall’idea che la vertigine, o meglio, la voragine, abiti in noi tanto quanto nelle persone che “fanno una brutta fine”. Ma chiudere gli occhi su queste situazioni, e pensare che a noi non capiteranno mai, contribuisce ancora di più a far ammalare la società.

Non sto dicendo che la debolezza sia un male, anzi. È connaturata all’uomo. Accettarla e vivere in pace con noi stessi, questa è una delle grandi sfide cui siamo chiamati per riuscire a vivere serenamente. Ma è appunto fingere di essere forti a tutti i costi, non ammettere che sì, si può soffrire, si può toccare il fondo. Ignorare ciò ci fa perdere umanità, rendendoci cattivi, manipolabili.

È facile giudicare i figli degli altri e puntare il dito su di loro. Più difficile è cercare di comprendere cosa porta una ragazza, a 18 anni, ad introdursi in determinati ambienti, e a continuare a frequentarli anche dopo aver subito violenza.

Non è facile allontanarsi dalla violenza, soprattutto quando la viviamo in casa sin da piccoli. Quando nel mondo che ci viene rappresentato e raccontato, la violenza è l’unica alternativa possibile. Prima di meravigliarci di ciò che fa una diciottenne, chiediamoci intanto in quale contesto familiare vive, e soprattutto, chiediamoci perchè ci stupisce di più il comportamento di una ragazza e non quello di un uomo di 43 anni che approfitta della fragilità altrui.

Anche l’atteggiamento di quest’uomo evidenzia una grande debolezza psicologica, eppure spesso non la percepiamo come tale, perchè è uomo, perchè è ricco, perchè è realizzato, quindi può fare tutto ciò che desidera.

Far passare per normali, giustificabili, comprensibili comportamenti che sono in realtà nocivi, violenti, irrispettosi della dignità altrui. Accettare che per raggiungere determinati obiettivi bisogna pagare un pegno. Pensare che i festini siano normali, che la scellerata sia la ragazzina di 18 anni che sapeva a cosa andava incontro. Questo a me indigna molto.

Perchè deve essere normale che se voglio fare la modella devo drogarmi e fare sesso con l’imprenditore di turno, altrimenti devo rinunciare al mio scopo? Finchè si punta il dito verso chi si è piegato al sistema, e non verso il sistema stesso, non abbiamo scampo.

Non ci diamo scampo nel momento in cui non accettiamo che, nonostante sia il 2020, c’è tanta sofferenza psicologica che viene mascherata. Che nell’immaginario collettivo è più facile parlare di aggressore e di vittima, liquidando la questione, anzichè analizzare il contesto che ha generato due persone con debolezze speculari che non hanno potuto fare a meno di attirarsi vicendevolmente.

Ammettiamo che esiste la paura, il dolore, la disperazione, che non tutti hanno la fortuna di nascere e crescere in contesti sani, che anzi il più delle volte sono proprio questi ultimi che generano veri e propri mostri, perchè la facciata di benessere è più interessante ed importante da salvaguardare della salute mentale.

Accettiamo di non essere invincibili, e che il giudizio ci rende ancora più ciechi dei limiti di noi esseri umani.

Sforziamoci di essere onesti ed umili con noi stessi, chiedendoci se va davvero tutto bene nel nostro sottosuolo, se le emozioni sono davvero in ordine, se possiamo permetterci di criticare l’altro. Perchè, alla fine, quando siamo in pace con noi stessi, non abbiamo neanche il tempo, nè la voglia di guardare nelle vite degli altri ed esultare nel trovarle difettose.

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