Amici libri #1

Giro la pagina e non c’è più niente da leggere. Mi sento un po’ più sola ora che è finita questa storia, ma anche un po’ più salda con me stessa. Salda nella solitudine che mi ha permesso di accogliere questo libro, di lasciarmi cambiare da lui.

“Ognuno muore solo”, di Hans Fallada, è la storia di una particolare solitudine che viene condivisa, più o meno inconsapevolmente, dagli abitanti del mondo.

In questo caso specifico, dai cittadini tedeschi, durante il periodo nazista.

Scritto nel 1946 in soli 24 giorni, prima di morire, Fallada ha rielaborato in chiave letteraria gli incartamenti dell’indagine della Gestapo su una coppia processata e decapitata per alto tradimento.

Nel capitolo finale, note dell’autore, intitolato “Sulla resistenza che nonostante tutto i tedeschi opposero al terrore hitleriano”, Fallada parla di questa indagine, dei motivi che hanno spinto i coniugi ad agire in un certo modo, dei verbali degli interrogatori e dell’udienza, ponendo massima attenzione ai sentimenti dei protagonisti. Si stupisce che, in tali incartamenti, non ci sia traccia circa le emozioni provate da essi durante i mesi di arresto e rispetto alla loro condanna.

Questo libro mi sembra un vero e proprio tentativo di dare voce a quelle emozioni così forti che hanno permesso alla vicenda di accadere, ma che sono state completamente annullate dalla Gestapo. Il tentativo di Fallada è, sì, far conoscere la storia, ma anche umanizzarla, conferire sentimenti a quegli incartamenti sterili e vuoti dai quali non emergono la tenacia e la forte resistenza opposta da queste persone al regime nazista.

È la storia di tante solitudini raccontate attraverso cartoline di protesta. Veicoli di paura e insieme di libertà. Di resistenza.

Ad una coppia tedesca, i coniugi Otto ed Anna Quangel, lui capo officina, lei casalinga, viene comunicata la morte eroica del figlio, Otto, al fronte, e ciò scuote l’inerziale tranquillità e sottomissione alle regole in cui essa aveva vissuto fino a quel momento.

Il dolore della perdita apre loro gli occhi su una realtà tanto terribile quanto innegabile: il popolo tedesco è stato privato della propria capacità di pensare. La paura ottenebra la mente e il giudizio di quanti, anziché osservare con occhio critico le decisioni del Fuhrer, le subiscono, diventandone complici.

È la storia di un attaccamento vigliacco alla vita, perché, pagina dopo pagina, emerge con forza che i giorni non vanno solo vissuti, uno dopo l’altro, tutti uguali, scanditi dal timore di vivere, di ribellarsi, di liberarsi dall’angoscia di morte (che è, in effetti, angoscia di vita), ma vanno riempiti di senso; del senso che ognuno desidera imprimere al proprio tempo, del senso per cui ognuno decide di vivere e di combattere.

Ed in questo la vita, nel libro, si rivela tragicamente meritocratica, perché rende a ciascuno ciò per cui lotta.

Si parla di schiavitù, ed in ogni personaggio questa assume una connotazione diversa: schiavitù dal ruolo di moglie, di madre, di donna utile unicamente a procreare; schiavitù dalle corse dei cavalli, dalle donne, dal denaro, dalle malattie inventate per disertare il lavoro e l’esercito; schiavitù dal potere; schiavitù dall’inettitudine e dall’irresponsabilità cronica con cui si vive; schiavitù anche dalla volontà di giustizia, e di aiutare, che si batte contro un muro di paura e di ostinata cecità anche di fronte all’evidenza della realtà, del dolore, dell’oppressione.

I protagonisti decidono di contribuire ad insinuare il dubbio nel popolo berlinese: scrivono cartoline contro Hitler e contro il nazismo, che parlano di guerra, di ingiustizia, che esortano le persone ad aprire gli occhi e a pensare, non ad agire su imposizione del regime.

Cartoline rivelatrici di una verità così semplice eppure così complessa e temibile, sia per i cittadini sia per il nazismo stesso: se circolassero come i Quangel sperano, ci sarebbe una sommossa da parte del popolo, e il tappeto di omertà, di vigliaccheria e ottundimento che permea Berlino verrebbe sostituito da una tensione alla libertà e alla riconquista del proprio pensiero.

La storia dei coniugi si incontra con quella di altri personaggi, alcuni disperatamente schiavi di questo sistema, altri in grado di dissociarsene, di trovare la propria pace anche in mezzo a quella guerra intestina dichiarata da Hitler contro il pensiero critico e la capacità di riflettere a mente libera.

È un libro che affronta in modo molto intimo anche il tema della morte.

Molti personaggi devono affrontarla, che siano o meno d’accordo.

Ognuno per motivi diversi: chi si suicida consapevolmente, chi istigato da altri, non vedendo chance di sopravvivenza, chi prima la provoca per il proprio tornaconto, per poi mutare, e uccidersi, non riuscendo più a reggere il peso delle proprie azioni, di condotte beffarde e disumane, chi la accoglie con pace, considerandola un atto di libertà dalle condizioni a cui non intende più sottostare. E allora ben venga la morte, se per vivere bisogna uccidere i propri ideali, il proprio modo di sentire la vita.

Solitudini che corrono parallele sui binari della vita, a volte incontrandosi, altre volte allontanandosi, altre volte ancora non lasciandosi più.

È forte il senso di solitudine come condizione primaria: “Ognuno muore solo”, una solitudine accettata, ma dalla quale tutti cercano un ristoro, un alleato per poterla affrontare con più coraggio.

Come se fosse più semplice essere forti se si ha qualcuno per cui lottare, e non se quella lotta viene combattuta solo per se stessi.

Ed in effetti è proprio così: i personaggi soli sono quelli a cui la morte, e la vita stessa, pesa enormemente di più rispetto a chi, pur essendo solo, riesce ad accogliere l’altro, a dargli spazio, ad amarlo e a lasciarsi amare.

Dopo circa due anni di scrittura e diffusione di cartoline, i coniugi Quangel vengono scoperti e arrestati e, dopo aver passato una vita da soli, solo loro due, un nucleo stretto, chiuso e compatto in cui l’uno non può fare a meno dell’altra, vengono divisi per sei mesi prima di morire giustiziati.

Sei lunghi mesi in cui, pur lontani, non si abbandonano mai nei pensieri, nei gesti, nei sentimenti; in cui acquistano nuova forza e coscienza di loro stessi, in cui cambiano, in cui soffrono profondamente, sia per la violenza del carcere, per la disumanizzazione a cui sono sottoposti, sia per le abitudini alle quali sono stati strappati così, all’improvviso, sia per la loro distanza.

E alla fine giunge la morte, ma non è la fine. Perché ciò che connota il libro è la ricerca di senso: senso da condividere, senso da inseguire, senso da vivere.

Ogni personaggio, seppur nella limitatissima, se non inesistente libertà concessa dal regime, decide come vivere. Ed in questo la vita, o la morte, è meritocratica, perché rende a ciascuno esattamente ciò che esso è.

È un libro in cui, dalla prima all’ultima pagina, trionfa la vita. Nonostante la solitudine, la morte, la violenza, nonostante gli orrori descritti e lasciati immaginare, la vita è protagonista indiscussa.

Così come la speranza che qualcosa di migliore sia ancora possibile, che non tutto è perduto perché qualcuno ha deciso così. Perché c’è qualcosa di più forte dell’ingiustizia e della cattiveria, un barlume di luce e di vita che sopravvive a tutto, una forza che può essere repressa per un po’, ma che si libera sempre dalle costrizioni dell’uomo.

Si celebra la vita, anche nelle decisioni che portano ad una morte preannunciata, perché, a volte, anche morire è la scelta consapevole di ideali e valori che resistono quando attorno tutto crolla.

Rimane un grande senso di vuoto quando è l’ultima pagina, e dopo il punto finale non ci sono più parole da leggere, pagine da sfogliare e in cui perdere la concezione del tempo.

È un libro da assaporare, da gustare con calma: darsi il tempo per metabolizzare ogni singola parola, lasciarla agire in noi e permetterle di cambiarci. È un libro per cuori forti, che non temono i dubbi, ma che anzi, ne sono appassionati; che non si tirano indietro davanti alla solitudine, trovando in essa la propria naturale espressione e spazio di realizzazione; e in questo spazio, riescono a trovare posto da condividere con chi, questa solitudine, è in grado di comprenderla e arricchirla.

Non è un libro, ma un amico discreto ed indispensabile per imparare a concedersi spazio.

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