Apologia dei trent’anni

Della difficoltà di essere giovani adulti al giorno d’oggi.

E non solo perché c’è una pandemia.

Ma perché noi, che non siamo ancora adulti, ma siamo già un po’ vecchi e deteriorati nei pensieri e nelle aspirazioni, e non siamo neanche più bambini, ma siamo ancora dipendenti dalle nostre famiglie, perché è difficile assumerci la responsabilità economica ed emotiva di noi stessi; ecco, noi giovani adulti, o adulti giovani, non abbiamo ancora capito bene chi siamo.

Siamo nipoti e pronipoti di una generazione che non sapeva di poter volere di più: di più di una casa, di una famiglia, di più della sicurezza del posto fisso e del mattone entro cui addormentarsi e risvegliarsi tutti i giorni, sentendosi fiera del futuro così certo e senza margini di errore che stava costruendo. Per sé e per la propria discendenza.

Siamo nipoti di persone che non vivevano per loro stesse, ma che sapevano sacrificarsi per gli altri; e questo era il massimo del vivere. La gioia dell’esistenza era viverla al servizio degli altri.

Siamo figli di genitori che hanno iniziato a capire troppo tardi che anche loro esistevano, e che potevano volere delle cose. Alcuni lo hanno capito, altri no, ma la tendenza è quella di una consapevolezza a metà.

La consapevolezza di esistere, e l’incapacità di prendersi ciò che si vuole.

Siamo (quasi) tutti figli di genitori separati, cresciuti con l’ideale della famiglia come rifugio di ogni colpa, peccato, debolezza, fragilità. Cresciuti con il miraggio che l’altro è in grado di risolverti ogni cosa, e che tu, da solo, non solo non vali, ma neanche esisti.

Cresciuti in una bolla, che per i nostri nonni andava bene, perché loro hanno vissuto la guerra, le carestie, la povertà, e quindi loro avevano davvero bisogno di sicurezze, di conforto; ma quella bolla si è poi scontrata con una realtà piena di aculei, e questi sono dappertutto.

In primis, in quell’idea di famiglia che tutto può: coprire, raggiungere, dare, proteggere, amare.

E invece no, i nostri genitori, o la maggior parte di loro, ha dovuto fare i conti con la realtà difficile che l’altro non ti salva. Ma anzi, che l’altro può ferirti e farti a pezzi, tanto quanto fai tu con te stesso, quando accetti condizioni e compromessi che non ti piacciono, pur di non perdere sicurezze.

E allora nei nostri genitori si è rotta quella cupola di vetro della famiglia, e i pezzi sono schizzati ovunque. Ferendo loro, ma anche noi, figli di questa generazione.

Perché dopo questa esplosione, i nostri genitori hanno dovuto ricrearsi un’identità, e rendersi conto, troppo tardi, di non essere uno di due, ma uno di uno.

E questa cosa li ha fatti impazzire.

Nella maggior parte dei casi, e per la maggior parte del tempo.

Siamo figli di persone a metà, che hanno cercato le proprie sicurezze prima in alto, nei genitori, poi in pari, nel partner, e infine in basso, nella prole. Che hanno cercato di replicare il modello perfetto, ma la realtà gliel’ha impedito.

Diventando nostri amici, educandoci alla compostezza, al dialogo, al confronto aperto, per cui noi possiamo parlare di tutto con loro, addirittura ci consigliano la migliore marca di preservativi.

Siamo figli educati sin da subito al rispetto, all’amore, alla possibilità di dialogare anziché ribellarci.

E perché?

Perché così i nostri genitori sanno di aver fatto un buon lavoro, e, nonostante i fallimenti cui la vita ci pone di fronte tutti i giorni, possono darsi una pacca sulla spalla quando vanno a dormire, pensando che, almeno con i loro figli, hanno fatto qualcosa di buono.

Siamo una generazione che non sa neanche lei la propria identità: trentenni già affermati, e trentenni ancora in cerca di rassicurazione.

Trentenni ancora figli, che ci tengono a confermare questo ruolo, mettendoci a disposizione dei genitori, non solo per parlare con loro, ma anche per ascoltarli, per ridurre loro lo stress, per sollevarli dai problemi quotidiani, perché i nostri genitori ci hanno amato, è giusto che anche noi facciamo qualcosa per loro.

Siamo la generazione che va dallo psicologo per gli attacchi di panico o per il senso di smarrimento che proviamo nell’essere noi stessi, come se non avessimo il diritto di ribellarci ad una certa educazione. Come se così fossimo meno meritevoli di amore, di accettazione. E andiamo dallo psicologo per affrontare i problemi che la nostra famiglia non ha saputo vedere, gestire, ma che ha riposto in noi, perché non aveva altra scelta.

Siamo la generazione che vive cortocircuiti emotivi ogni giorno, che fa passare troppa luce nelle maglie troppo strette di una consapevolezza troppo grande per essere metabolizzata ed accettata con rispetto verso noi stessi. Una consapevolezza che, a volte, ci spacca, ci annichilisce, ci fa sentire impotenti, perché ci rendiamo conto che l’unico ostacolo tra noi e la vita siamo proprio noi, la nostra insicurezza, il nostro giudicarci in continuazione.

Siamo i giovani adulti che vanno a dormire con la coscienza pulita per aver fatto il proprio lavoro, per esserci comportati bene, per non aver dato dispiacere alla nostra famiglia.

Ma poi, di notte, abbiamo sogni movimentati, sogni che ci fanno sentire a disagio con un’emotività che, a differenza della coscienza, è zozza, è una latrina di sentimenti repressi, che prudono, che fanno venire l’orticaria alla nostra mente.

Lasciamo che la vita ci viva, ci attraversi, passi sopra di noi, e a noi sta bene. Perché questo moto inerziale, che sono i giorni che passano, tutti uguali, ci dà la sensazione che ci stiamo comportando bene.

Ma quanto ci costa, effettivamente, comportarci così bene?

Quanta realizzazione personale richiede essere bravi figli, bravi lavoratori, bravi nipoti, bravi compagni?

Siamo anche la generazione che, da una parte, desidererebbe creare una famiglia come quella che le era stata promessa da piccola, ma che non ha gli strumenti per dialogare, per conoscere, per amare.

Perché, in primis, non lo facciamo con noi stessi.

Per questo viviamo a distanza tutte le nostre relazioni. Perché viverle da vicino ci fa male. Ci fa mettere in gioco, ci fa aprire gli occhi sulla nostra fallibilità.

Storie nate online, persone che non si sono mai incontrate eppure si giurano amore eterno.

Persone che stanno insieme semplicemente stando uno affianco all’altra, senza conoscersi, senza scoprirsi, senza prestare attenzione.

E così, quel sogno romantico così ambito, si trasforma nell’ennesimo fallimento, e negli ennesimi metri di distanza che guadagniamo con noi stessi e che interponiamo con gli altri.

Arrivando, addirittura, ad incolpare l’altro se noi lo amiamo. E se desideriamo qualcosa di più da lui. Da noi.

Siamo la generazione che non sa prendere le misure: sappiamo benissimo a che distanza vivere con noi stessi e con gli altri, ma non abbiamo ancora capito questa cosa quanto ci costa.

Non sappiamo ancora quanto possiamo osare, quanto possiamo spingerci oltre quelle distanze maledette che sono la nostra sicurezza, il nostro margine di successo, ma anche il nostro dramma, quell’insicurezza di cui non ci riusciamo a liberare.

Non sappiamo quanto, dentro di noi, ci sia effettivamente la forza di ribellarci al mondo così come ci è stato presentato, per avere l’ardire di costruirne un altro, uno tutto nostro, in cui le cose abbiano, in noi, il posto che noi decidiamo.

E non ce l’abbiamo anche perché è difficile fare a meno di ciò che amiamo. E del mondo di cui siamo contenitori.

E chiederci, seriamente: chi vogliamo essere “da grandi”?

Come se “da grandi” fosse la stanza dello spirito e del tempo, un luogo e un tempo immaginario in cui possiamo rimandare tutte le nostre incertezze, e tutti i nodi che non riusciamo a districare, le emozioni che non sappiamo affrontare, le domande che non riusciamo a porci.

E allora io mi chiedo, senza rimandare a quando saremo grandi questo dubbio: è davvero questa precarietà emotiva che meritiamo di vivere? Fare un passo avanti e sette indietro, per paura di guardarci allo specchio e vederci e sentirci soddisfatti?

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. ugologu ha detto:

    E questo bisogna leggerlo con attenzione, prima di rispondere.😏🤗

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  2. ugologu ha detto:

    Si 😬e mi è difficile bloggare su questo tema.Sono uno della generazione…di mezzo.Ho attraversato (due volte 😂) i trent’anni e…. ricordo qualcosa.Ma devo risponderti.Prometto,te lo devo🤗🤗🤗

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  3. er puleggia ha detto:

    Guardare sempre avanti, mai indietro

    Anche se dobbiamo fare sette passi indietro ci sarà un giorno che ne faremo otto in avanti , fidati 😁

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    1. ailuig91 ha detto:

      Prendiamo la rincorsa 😊

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  4. er puleggia ha detto:

    Si ma se sentiamo cadere l’acqua chiudiamo il rubinetto centrale 😂😂😂
    Potremmo o non dormire o scivolare

    Bumaona scrittura 😜😜😜

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    1. ailuig91 ha detto:

      😂😂😂 no, direttamente il contatore😄

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  5. ugologu ha detto:

    Ma lo sai,che davvero mi riesce difficile!!! Allora faccio un ‘ altra cosa,ti posto un link,che è…
    Con molta probabilità, frutto anche della educazione che ho impartito… Ma poi dirò anche la mia. https://www.instagram.com/p/CKj7YApFMRW/?igshid=pm85ccfrm5e7

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    1. ailuig91 ha detto:

      Bello. Però arriva anche il momento in cui i genitori non c’entrano più e siamo liberi di colpevolizzarci se le cose non vanno come vogliamo 😊

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