Liberi di

Ho comprato “Libertà” di Jonathan Franzen a dicembre dell’anno scorso, mentre decidevo che regali fare a Natale ai miei amici.

E ho deciso che questo libro sarebbe stato il mio regalo, in un momento in cui sentivo forti vincoli che limitavano la mia libertà, e non sapevo come liberarmene.

Ho impiegato quasi un anno per leggerlo. In realtà meno di un mese per arrivare a tre quarti del libro, per poi interromperlo e dedicarmi ad altro. Ma lui era sempre lì sulla scrivania che mi guardava, e mi sussurrava di proseguire con la lettura.

Ho iniziato a leggerlo quando mi sono trasferita in una casa dove sono rimasta circa sei mesi, e pur stando a Cassino, vivevo da sola, lontano dalla mia famiglia.

Questo libro è emotivamente legato a quel periodo di grande solitudine e ricarica personale, in cui occupavo completamente gli spazi aperti della mia casa, mi intrufolavo in ogni angolo possibile e lo marchiavo con la mia presenza. Mi sentivo estremamente libera di essere me stessa. Una Giulia che si esplorava indisturbata. Vivevo a braccetto con la solitudine e questa mi sembrava la libertà più grande cui potessi aspirare. E rileggere questo libro ora mi fa ricongiungere con quella me che è rimasta un po’ in quella casetta al pianterreno, un po’ in alcune profondità che sono state ricoperte dalla vita che ho vissuto poi.

Ma arriviamo al libro, e al significato intimo di libertà. Avviso: potrebbe esserci qualche minuscolo spoiler sulla trama.

Franzen scrive di individui, di famiglia, ma anche di società, di economia, di musica. È un’opera in cui ogni tematica trova il suo spazio, ogni personaggio il proprio tempo.  

Patty Emerson e Walter Berglund sono una coppia con due figli, Joey e Jessica, e vivono in Minnesota, a Ramsey Hill. Una tipica famiglia media americana, lei una promessa del basket, che dopo un incidente diventa un’affascinante casalinga, dedita alla famiglia, lui un mite avvocato ambientalista. Ma dietro la facciata politicamente corretta si nascondono segreti troppo oscuri per poterci convivere in pace.

Sia Patty sia Walter sono stati infatti prima bambini e poi adolescenti vissuti senza amore e senza attenzioni, tra i litigi e i silenzi, hanno conosciuto la violenza fisica e verbale, l’indifferenza di fronte alle ingiustizie subite.

E le ferite dell’infanzia crescono insieme ai bambini, e diventano il dolore, la frustrazione e l’inadeguatezza degli adulti.

Privati dell’amore e incapaci di amare se stessi, cercano un riscatto nella vita adulta, e si legano reciprocamente per darsi quel sostegno che è mancato loro da piccoli. Si può far entrare un altro nel nostro cuore, quando è inaccessibile anche per noi?

Le vite dei protagonisti si mischiano con quelle di Richard Katz, il migliore amico di Walter sin dai tempi dell’università: un cantante alla continua ricerca di qualcosa, innamorato del vuoto e anche lui incapace di amare se stesso e gli altri. Il triangolo che si crea tra Richard, Patty e Walter è pericoloso, ricco di tensione pronta ad esplodere. E diventa ancora più rischioso con l’arrivo di Lalitha, giovane e determinata assistente di Walter che sa bene come ottenere ciò che vuole.  

Jonathan Franzen parla proprio di questo: di quelle sensazioni scomode, quelle fitte in grado di sgretolare l’anima, ma che spesso ignoriamo, perché sono troppo dolorose. Parla di quelle emozioni con cui conviviamo quotidianamente, e che ci riserviamo di affrontare un altro giorno, quando saremo più capaci, più forti.

Le storie dei genitori camminano di pari passo con quelle dei figli, e con la politica degli anni 2000, sotto il governo Bush, all’insegna della libertà.

Walter, ecologista fino al midollo, intraprende l’ambizioso progetto di salvare la dendroica cerulea, un uccellino simile al nostro colibrì, in via d’estinzione, e vuole addirittura avviare una campagna contro la sovrappopolazione della terra. Finché il New York Times non lo definisce “eticamente compromesso”, per i suoi rapporti con un’industria del carbone.

Il figlio Joey, invece, a vent’anni guadagna migliaia di dollari per forniture di materiale all’Enduring Freedom, le operazioni militari in Afghanistan condotte da Bush in nome, appunto, della libertà. E si lega a Connie, la figlia degli odiati vicini di casa di Ramsey Hill, con grande disappunto della mamma Patty.

Libertà e responsabilità; libertà e moralità; libertà e politica; libertà e amore; libertà e dolore; libertà e indipendenza; libertà e felicità; libertà e “l’altro”.

Jonathan Franzen effettua una chirurgica analisi delle conseguenze di questa tanto agognata libertà: siamo davvero sicuri di saper vivere liberi da ogni cosa?

Leggendo il libro, sorge il sospetto che la libertà svincolata da tutto non sia poi la scelta più vantaggiosa: che ci sono dei confini naturali che delineano un perimetro all’interno del quale possiamo sentirci liberi, ma al di fuori di esso la libertà può fare molto male.

Pagina dopo pagina i protagonisti crescono; sfogliando la carta, vengono meno strati di superficie e mentre io mi convincevo della mia forza nel sentirmi libera da ogni legame, sono rimasta in realtà nuda di fronte alla vita di Patty e Walter che andava a rotoli.

Da qui in poi si genera un turbine di eventi che mi ha letteralmente investito e io, impossibilitata a frenare, non ho potuto far altro che accelerare, per scoprire cosa si nascondeva alla fine della corsa.

Quella di Franzen è una scrittura impegnata, ma non impegnativa: le sue descrizioni sono tanto profonde quanto dirette ed immediate. Sceglie con dovizia parole che hanno il potere di farti immergere nell’abisso, e intanto ti avvolgono per farti risalire; è rassicurante sapere che da qualche parte qualcuno ha dato voce a quelle sensazioni. Parole che potrebbero essere pallottole, e invece sono piume che ti sollevano dal loro stesso peso. Che fluttuano nell’aria finché non sei pronto ad acciuffarle, a lasciare che ti scorrano dentro.

E mentre stavo lì a soppesarle, eccole pronte a svelarmi il segreto che aleggia tra le pagine di tutto il libro: libertà non è assenza di vincoli, ma scegliere con cura e amore i legami da non recidere, quelli di cui, per quanto dolorosi, non si può fare a meno per essere se stessi.

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