Dove sono le chiavi?

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Sto rileggendo gli articoli sul blog e mi rendo conto che non parlo mai di amore.

Ci gravito intorno e lo guardo dall’esterno.

Non gli dedico mai tempo, perché c’è sempre qualcosa di più importante da trattare, di più urgente o di più utile.

L’amore sta da una parte e io non guardo mai nella sua direzione, perché sento che, se lo facessi, mi scotterei.

Riesco a prenderne le distanze con precisione e dedizione, in modo da centrare l’obiettivo.

E per essere ancora più sicura di riuscirci, ho sigillato la porta del mio cuore da quando ho chiuso la relazione con il mio ex.

Mi guardo intorno e non trovo le chiavi. Dove le avrò messe? Mi ricordo che quando le ho usate, avevo il terrore di dover riaprire la porta, e le ho nascoste. Ho continuato a nasconderle sempre di più in questi anni, e ne ho coperto anche le tracce. Le ho messe dove ero sicura di non poterle trovare.

Ma, piano piano, con le mani, provo a spingere, e mi accorgo di quanto la porta sia pesante e arrugginita dalla fatica che faccio per spostarla.

Vedo qualche fascio di luce che trapela dagli spiragli che sono riuscita a smuovere, ma non mi basta. Voglio che questa porta si spalanchi.

Ho fatto una breve ricerca su Google sulle canzoni scritte dalle persone che hanno lasciato, perché ho bisogno di ritrovarmi in una narrazione che parli di me senza fare lo sforzo di trovare io le parole per descrivermi.

Eppure non ho trovato niente di soddisfacente, quindi è necessario che io mi sforzi.

Sono vicina alla porta, sento che ormai sono abituata alla fatica di aprirla, e non è più così pesante. Ma appena vedo filtrare un po’ di luce, mi spavento e, istintivamente, abbandono l’impresa.

Allora mi chiedo cosa sia quella luce che mi terrorizza tanto: e la risposta mi travolge.

È la consapevolezza di essere cambiata.

È la fragilità di sentirmi estranea nella pelle che ha ospitato un’altra me per anni.

È lo spavento di riconoscere come miei i desideri che prima non osavo desiderare, o sentire.

È lo stupore di sentirmi funzionante, viva, e completa, assecondando ciò che viene da dentro.

È la difficoltà di parlarmi e di accettarmi, così desiderante e desiderosa.

È stato necessario allontanarmi da tutto per cambiare, perché la vecchia me era troppo magnetica e forte per permettere alla nuova me di vedere la luce.

E qui io ricomincio a sentire il blocco: mi annodo su me stessa alla ricerca di spiegazioni, di risposte che mi anestetizzino dalla consapevolezza di essere cambiata, e dalla mia difficoltà a comunicarlo.

La verità è che siamo complessi, e conteniamo moltitudini. E non è possibile escludere nulla di noi, né tenere tutto taciuto, senza che questo ci disintegri piano piano.

Per me lo spavento di questa moltitudine è stato destabilizzante, e ho preferito allontanarmene, chiudendo le porte in primis a me stessa, e poi a chi amavo, a chi mi amava.

Ho pensato di essere più funzionale con le emozioni spente, ma se non sento loro, come faccio a conoscermi?

E così ho guardato talmente tanto quella porta chiusa, che mi sono dimenticata di guardare me.

La vita mi scorre avanti, mentre io sono relegata all’ingresso della porta, alle soglie di me. Proprio lì dove ho lasciato le chiavi.

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