Andare a ballare, e altri metodi salvavita

Non sono più le lancette dell’orologio biologico a scandire il tempo della nostra vita, ma le scadenze mensili: l’affitto di casa, le bollette, le tasse. E guai a farsi trovare impreparati quando scatta l’ora X e magari non ci sono i soldi per tutto: per i doveri e per i piaceri della vita.

Ho iniziato a vivere da sola subito dopo la prima quarantena, a giugno 2020.

Il periodo era particolarmente adatto per fare programmi, assumersi responsabilità, entrare nel mondo degli adulti dalla porta principale, con il tappeto rosso e un corteo di dubbi che, peggio di paparazzi invadenti, mi domandavano di continuo come avrei fatto, cosa avrei fatto, se ne fossi davvero così sicura etc etc.

Ma la verità è che per riuscire, nella vita, bisogna anche mettersi in una condizione di scomodità.

E quindi ho iniziato il mio percorso di nomadismo tra varie città, senza affezionarmi mai troppo, perché a me i legami piacciono, ma da lontano. Quando ci sto dentro fatico molto a prendere le misure, e anche le distanze.

E se anche il lavoro è una città che abitiamo, io sono stata nomade tra vari lavori, e non ho ancora trovato quello che mi piace davvero.

Sorrido. Perché mai nessuno si chiede se al lavoro piacciamo noi? Tutti noi, giovani e adulti.

Qualcuno ha mai chiesto al “lavoro” cosa ne pensa di noi che ci riempiamo la bocca di lui, lo citiamo di continuo, è al centro dei nostri pensieri e dei nostri desideri? Pensa che mal di testa deve avere.

Ma poi me lo chiedo davvero se il lavoro mi piace, e nell’esatto momento in cui lo faccio, mi sembra di non avere scelta, e di esserne travolta.

E allora i miei sensi di colpa iniziano a bacchettarmi: “Qui potevi dare di più! – Vedi che non sei stata all’altezza – Se fossi stata diversa, sarebbe andata meglio – Quando ti decidi a decidere una volta per tutte? – E poi la pensione? E l’assicurazione sulla vita? E una casa tua?”

E sono tante cose da tenere a mente, ed è difficile riuscire a rimanere intera mentre dono a questi dubbi il beneficio di abitarmi, di logorarmi da dentro. Mentre io stessa mi metto un cappio alla gola.

E tra un dubbio e un altro, finisce anche che io mi senta privilegiata a guadagnare 800 euro per un lavoro a tempo pienissimo, perché “almeno io ho un posto e uno stipendio”.

E mentre lo penso, porto le mani alla corda attorno alla mia gola, e stringo più forte.

Al punto che arrivo a soffocare senza neanche accorgermene: trattengo insicurezze, tengo a bada la mia autostima, ingoio il timore di non avere niente a cui aggrapparmi, se non me stessa.

Poi arriva un giorno in cui smetto di lasciarmi interrogare dai sensi di colpa, e inizio a guardarmi, a pormi delle domande. E con garbo, quasi per paura di sbagliare le parole, guardo Giulia e le chiedo: “Come stai? Cosa accade nella tua vita? Che cosa vuoi fare? Come sei arrivata qui?”

E tutte le tensioni si sciolgono rapidamente, lasciandomi ben poche certezze, ma estremamente granitiche: c’è una crisi economica in corso da più di un decennio, veniamo fuori da quasi tre anni di pandemia, c’è una guerra in atto, una crisi climatica e di governo.

E non è una scusa per distogliere lo sguardo da me, ma un modo per soppesare la situazione e, soprattutto, per dividere equamente il peso di una realtà che non può gravare solo su di me.

Perché io ci vivo dentro questa società (semicit.) e non posso ignorare quanta responsabilità abbia rispetto al fatto che un giovane a 30 anni sia precario.

Non che io voglia il “posto fisso” fantozziano, sia chiaro. Piuttosto vorrei un mercato del lavoro che sia possibile esplorare, in cui risiedere occupando lo spazio che voglio io.

In cui poter crescere, divertirmi e lavorare sodo, fare esperienza senza ipotecare la mia dignità.

Un mercato del lavoro in cui sia possibile mettermi alla prova rimanendo intera, senza svendermi o rinunciando a tutto il resto.

Perché noi non viviamo per lavorare, né tantomeno lavoriamo per vivere.

O almeno, così dovrebbe essere.

Noi viviamo per vivere.

Invece ci riempiamo la bocca con la retorica del sacrificio – sono io la prima a farlo – ma lo spazio per noi e per le domande ce l’abbiamo?

Per esempio: che significato ha il lavoro? Chi gli ha dato tanta importanza? E perché dovrebbe piacermi, se ha un peso che io non condivido? E come abitare il lavoro, senza essere sfrattata dalla mia vita?

E ancora, in questo preciso momento, a cosa stiamo rinunciando?

Forse tutto questo sacrificio, tutto questo lavoro, nascondono il fatto che abbiamo perso il senso della nostra vita (?!)

Cosa succederebbe se togliessimo il lavoro dalle nostre ore? Chi saremmo e cosa faremmo se non dovessimo spenderci anche dieci ore al giorno per uno stipendio?

Mettiamo da parte per un momento i soldi: se non ci fossero loro, davvero ci immoleremmo così tanto sull’altare del lavoro?

Oppure, sempre tenendo da parte i soldi: siamo in grado di vivere, e dare un senso alla nostra esistenza, senza un lavoro?

Io me lo chiedo di continuo che senso ha la vita, privata delle cose che dovrebbero esserne il senso.

Non ho ancora una risposta. Ma non smetto di pormi la domanda.

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