Un ritratto del pittore di anime

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Barcellona di inizio Novecento: lotte operaie, arte, amore e politica in un romanzo che sa emozionare

Le grida di centinaia di donne e bambini echeggiavano nei vicoli del centro storico. Sciopero! Sbarrate le porte! Fermate le macchine! Abbassate le saracinesche!”.

Con queste parole inizia il nuovo libro di Ildefonso Falcones, dal titolo evocativo “Il pittore di anime”. In libreria e in edicola dal 16 settembre 2019, il romanzo è edito da Longanesi, nella collana La gaja scienza. L’autore è spagnolo, e la versione italiana è stata tradotta da Pino Cacucci e Stefania Cherchi.

Chi lo compra avrà per le mani un’opera corposa, di ben 686 pagine, in cui Ildefonso parla di tutto: annidati tra queste righe ci sono l’amore, la tristezza, la rassegnazione, la disperazione. Ma anche il fervore, la lotta, la rivendicazione dei diritti, una resistenza estenuante contro chi prova a mettere a tacere la voce della giustizia.

Il libro è ambientato a Barcellona, durante i primi anni del Novecento. Qui vivono Dalmau Sala e Emma Tasies. Sono due giovani innamorati, che iniziano a scontrarsi con le difficoltà dei loro tempi.

Emma è una ragazza anarchica ed energica, un’attivista che lotta contro le ingiustizie del suo tempo. Si espone contro i potenti, anche a costo della sua sicurezza. La giovane si fa portavoce delle istanze dei lavoratori, rivendica sicurezza nei cantieri, salari adeguati, diritti. È il simbolo della lotta operaia, che in quegli anni raggiunge una tensione massima: “I suoi discorsi erano veementi ed entusiasti: le piaceva parlare in pubblico (…) Ogni volta riusciva sempre ad appassionare il pubblico”. Insieme a lei, combattono tante altre donne, guerriere che dettano il passo e non retrocedono davanti a niente. Lo fanno solo per aiutarsi a vicenda.

Dalmau è un pittore eccezionale, in grado di catturare l’anima delle persone che ritrae; i suoi dipinti parlano a chi li osserva, e raccontano quelle storie di miseria e disperazione di cui i marciapiedi di Barcellona sono pieni. La sua arte gli dà accesso ai ricchi salotti di quegli stessi imprenditori che sfruttano il popolo, contro cui Emma combatte tutti i giorni: “Sta bene attento – gli disse la madre – che uno di questi borghesi non rubi la tua, di anima”.

Barcellona è l’altra grande protagonista del romanzo: le sue strade, i suoi poveri, le sue case e i suoi tesori. Sono tempi di lotte e rivoluzioni, anche artistiche: sta nascendo il Modernismo: “Gli artisti, i pittori e gli scultori (…) ormai non dipingevano, non scrivevano e non scolpivano più quello che piaceva al pubblico, ma si dedicavano all’arte per l’arte: non si adeguavano ai gusti, bensì li imponevano”. Ciò non fa che rendere ancora più evidenti le profonde contraddizioni che dividono la città. Da una parte le lotte dei lavoratori per la sicurezza, i salari, il lavoro; dall’altra i salotti dei ricchi, che rivendicano l’unico diritto che conoscono: quello di avere più soldi, anche negandoli a chi lavora per loro.

È un romanzo storico. Ildefonso ama la storia, e la studia con passione. Ma è anche un romanzo di formazione, perché sia Dalmau sia Emma hanno molto da imparare, molto da conquistare. Verrebbe da chiedersi se Barcellona, infine, si evolve come gli altri due protagonisti.

Le parole di Ildefonso sono graffianti, spregiudicate. Fanno male perché raccontano la realtà. E soprattutto sono vere: non c’è paura né reticenza nel presentare tutte le emozioni umane: “Quello stile nel costruire, decorare, dipingere e persino scrivere, quell’impegno nel creare un impatto in chi guardava, fosse torcendo i ferri che prima erano dritti o le parole per azzardarsi a colorare Dio, creava in Dalmau un’angoscia che riusciva a mitigare solo una volta superato il culmine di emozioni.

L’autore ci ha già abituato al suo stile con le sue opere precedenti, in particolare con “La cattedrale del mare”. Uscito nel 2006, il libro è campione d’incassi, con un milione di copie vendute. Ne è stata prodotta una serie per la tv spagnola nel 2017, disponibile in Italia su Netflix.

Povertà, lotte di classe e prevaricazione: sono i temi che ritroviamo anche in questo romanzo, ambientato in una Barcellona del XIV secolo. Com’è cambiato il contesto sociale spagnolo negli anni?

Tra questi due libri, ci sono sei secoli di narrazione, ma anche altri romanzi: “Gli eredi della terra” nel 2016, il seguito de “La cattedrale del mare”; “La mano di Fatima” nel 2009, in cui Ildefonso affronta lo sterminio dei moriscos da parte dei cristiani nel XVI secolo nella Spagna meridionale; “La regina scalza” nel 2013, che vede protagonisti i gitani di metà Settecento tra Madrid e Siviglia, negli anni in cui si diffonde il teatro.

Ildefonso è spagnolo, e vive a Barcellona con la sua famiglia. Il fil rouge che unisce i suoi libri è proprio la Spagna, terra di tutte le sue narrazioni. La Spagna con le sue rivoluzioni interne e la sua meravigliosa arte. E con la bellezza, triste, dei contrasti insanabili che non hanno mai smesso di frammentarla.

Lo stile dell’autore è schietto e senza veli, ma anche senza giudizi morali: questa spontaneità nello scrivere ci fa entrare in confidenza con ogni sfaccettatura di umanità.

Un altro elemento che caratterizza la scrittura dell’autore è il suo punto di osservazione: la narrazione segue le vicende degli oppressi, dei vinti. Il suo sguardo è quello degli umili, di cui racconta i legami di sangue e di cuore, la forza d’animo con cui impongono loro stessi al mondo. Ma è anche la voce interiore dei mendicanti, dei rifiuti della società, ai quali nessuno si avvicina. Lui dà loro un volto, e ne rivela il cuore, sotto gli stracci che indossano: “Dalmau prese un foglio di carta e cominciò a ritrarne il viso, cercando di riprodurre quello sguardo, la tristezza… no, forse non era tristezza quanto disincanto, delusione, disillusione nei confronti della vita, del mondo intero, degli uomini e di quel Dio cui il maestro lo costringeva a far visita ogni domenica”.

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