Che cosa vuole il mondo del lavoro dai giovani?

Per l’ennesima volta ho chiamato quel datore di lavoro che mi deve pagare, e ancora non lo fa.

Attacco il telefono. Una scarica di adrenalina mi fa girare la testa.

Stavolta lui si è innervosito perché l’ho chiamato. Mi ha detto che non devo disturbarlo perché sta guidando, e non può rispondere a queste domande.

Eppure lui ha risposto al telefono, nonostante stesse guidando.

Mi ha detto che mi pagherà a fine mese. E mi ha attaccato il telefono in faccia.

Avevo chiamato anche la sua segretaria, prima di lui. Mi aveva detto che mi avrebbe pagato, ma non sapeva quando. Le avevo chiesto il numero del direttore. Mi aveva detto che non poteva darmelo.

“Io non posso darglielo il numero”. Lo stesso numero che avevo tra le mani sul suo biglietto da visita.

Quando gliel’ho detto, lei mi ha risposto: “Se ce l’ha lei bene, però gli dica che non gliel’ho dato io”.

Io ho attaccato il telefono un po’ confusa.

“Gli dica che non gliel’ho dato io”.

Che clima di paura c’è in quella redazione?

Ma al di là di queste considerazioni, mi chiedo: cosa vuole il mondo del lavoro da noi giovani?

Vuole che lavoriamo. Il più possibile. Pagati il minimo.

Vuole che diciamo grazie quando arriva lo stipendio.

Vuole che non disturbiamo, quando non arriva lo stipendio.

Vuole che non ci difendiamo, quando i nostri diritti vengono calpestati.

Anzi. Ci fa la predica, perché abbiamo osato difenderci.

“Non si fa così. Non si mette in mezzo l’avvocato. Le cose si risolvono in un altro modo”.

Infatti. Fosse per i datori di lavoro, le cose si risolverebbero sparendo. Dando scadenze false. Non rispondendo. Generando il terrore in tutti. Minacciando la nostra reputazione “Se si viene a sapere che metti in mezzo l’avvocato, poi non ti vorrà più nessuno. Questo è un mondo piccolo, le voci girano”.

Trascurando il fatto che siamo noi a non voler lavorare con chi ci obbliga a mettere in mezzo l’avvocato. E che, se l’azienda si comporta come dice la legge, non c’è bisogno di ricorrere alle vie legali.

Il mondo del lavoro ci vuole schiavi. Ci vuole addormentati.

Il mondo del lavoro vuole che noi ci pieghiamo a quello che esige. Senza dire una parola. Senza ribattere.

Il mondo del lavoro vuole che siamo noi i primi a non portarci rispetto. A considerarci un numero. A ricoprire un ruolo, facendoci pensare che siamo solo uno tra le migliaia di giovani intercambiabili che possono sedere su quel posto. E non perché abbiamo abilità particolari. Ma perché il caso ha voluto così. Perchè il datore di lavoro è magnanimo e ci dà questa opportunità.

Il mondo del lavoro ci vuole zitti.

E noi, invece, urliamo.

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