A cuor leggero pt 1

Era l’estate del 2013, fine luglio più o meno. Ero rientrata a Cassino dopo essere stata a Roma per la sessione estiva. Avevo procedura civile quell’anno, un esame da 14 crediti, 4 libri e un migliaio e passa di pagine da studiare.

Sono ritornata a Cassino e con alcune amiche stavamo organizzando una vacanza di una settimana al mare, in Calabria a Sibari.

Ero contentissima, era la prima vacanza che facevo da sola, senza nessun tipo di accompagnatore. Eravamo io e le mie tre amiche, pronte per divertirci.

Un giorno mi guardo allo specchio e i miei occhi si posano sui fianchi. Erano larghi. C’era molta carne sulle mie gambe. Il mio riflesso era strano. Molto largo sulle spalle, molto stretto sulla vita, sproporzionatamente largo, per i miei standard, sui fianchi.

E così ho deciso che dovevo dimagrire. Che non potevo andare al mare, indossare un costume, con quei fianchi così enormemente larghi. Che figura ci avrei fatto?

Comunque non era la prima volta che prendevo una decisione del genere, e non era la prima volta neanche nel 2013.

Oltre a mettermi a dieta – l’ennesima dieta da fame della mia vita – mi sono iscritta in palestra, dicendo al proprietario/istruttore che volevo dimagrire. Anzi, che volevo perdere centimetri dai fianchi. Giusto, perché quello era il periodo in cui mi misuravo con il metro. Sapevo le dimensioni del mio corpo in centimetri e, guarda un po’, erano sempre troppi.

In ogni caso avevo fretta: sarei partita per la vacanza da lì a pochissimo tempo, forse 20 giorni, quindi non potevo perdere neanche un minuto se volevo dimagrire.

Sono andata in palestra ogni giorno: non ho saltato neanche una domenica, ero lì, sempre. Se mi cercavate, non potevate sbagliarvi: ero sull’ellittica. A macinare km e km, a volte più velocemente, a volte più lentamente.

Non ho più mangiato in quei 20 giorni, o se ingerivo qualcosa, era estremamente leggera e quasi inconsistente. Mi sono nutrita di soddisfazione a sentire i pantaloni più larghi, e di fame.

Sì, mi nutrivo di fame. Perché sentirne i morsi mi faceva bene. Mi faceva pensare che ero sulla strada giusta, che stavo facendo ciò che serviva per dimagrire. La cosa che mi faceva davvero bene, in realtà, era controllare la fame. Decidere se e quando assecondarla mi faceva sentire potente. Avevo il dominio assoluto di me, e questo mi lusingava.

Alla fine ho perso circa 8 cm. Sono andata al mare, e anche lì continuavo a non mangiare niente. Solo prugne, così potevo andare al bagno e dimagrire ancora di più.

C’erano un sacco di cose buone ai buffet, ma io avevo paura anche solo di desiderarle. Appena sentivo di avere fame, scappavo il più lontano possibile dal cibo, al massimo bevevo una cedrata, in modo da tenermi anche su di morale.

Le mie amiche lo vedevano che non mangiavo, e mi chiedevano perché. Io non sapevo spiegarlo, e più loro mi incalzavano a mangiare, più mi innervosivo. “Scusate, io sto dimagrendo, non rompetemi le scatole voi e il cibo!”

Ho mangiato solo gli ultimi due giorni: due piatti di pasta a cena, ma quanto era buona! Il gusto era finalmente soddisfatto, ma la mia pancia continuava a brontolare. Se prima era la fame a farla innervosire, stavolta era stato il troppo mangiare.

Non c’è redenzione per le pance di chi soffre di disturbi alimentari. Soffrono indifferentemente la fame e la pienezza, senza vie di mezzo.

Un disturbo alimentare non si vede in una foto, neanche se ne scatti mille. Non si descrive alle amiche, non si cura perdendo o rimettendo peso. Il disturbo alimentare cammina a braccetto con te, è lì nella testa, e ti suggerisce il prossimo passo.

In ogni caso, ero fiera dei miei 8 cm persi. Erano un vanto, come può esserlo avere una laurea, o aver conseguito un obiettivo lavorativo.

E intanto i chili che avevo perso? Erano dietro l’angolo, e la mia testa non voleva fare altro che raggiungerli.

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