Giovedì 9 aprile, h. 18.29, interno pomeriggio: mi allaccio le scarpe da corsa appena comprate. Un modesto 45. Da uomo. Il tipo del negozio che me le ha vendute non ci ha creduto quando gli ho detto che indosso scarpe da ginnastica taglia 43, e voleva farmi uscire con un 42 da donna. Ingenuo, lui. Che poi mi chiedo: ma che differenza c’è tra le scarpe da corsa da uomo e da donna? Guardo quelle esposte e mi sembrano tutte uguali, cambiano solo i colori. Quindi è questo? Un uomo può indossare una scarpa blu e non una scarpa bianca e arancione e la donna viceversa? Eppure io esco dal negozio con un bel paio di scarpe blu, da uomo, e non faccio tragedie. Anche se quelle bianche e arancioni sono davvero bellissime.
Ma mettiamo subito a frutto questi soldi che qui ci sono obiettivi da raggiungere – la maratona dell’anno prossimo potrebbe essere uno, ma per il momento va bene anche sgambettare un po’. L’abbigliamento non è minimamente all’altezza delle scarpe nuove: ho pantaloncini e maglietta da trekking. I luminari del running mi perdoneranno se non ho una pazzesca tuta in tessuto tecnico, con colori sgargianti, rigorosamente da donna, così da chiarirlo a chi mi incontra, che se mi guarda le scarpe, poi, mi scambia per un uomo.
h. 18.33: sono in ascensore con le cuffiette e mi faccio un selfie per immortalare il momento in cui, dopo circa 10 anni, torno a correre. Mi guardo allo specchio e caspita come mi sono vestita male: ho un marsupio con le chiavi e il burrocacao e una felpa legata in vita per il post allenamento. Ma non mi importa, sono emozionatissima, sento l’adrenalina che mi scorre nelle vene e penso che oggi, comunque vada, sarà un successo perché ho iniziato. C’è un unico pensiero che mi totalizza: arrivare alla pista di atletica del parco per iniziare a correre.

h. 18.49, esterno pomeriggio: sono davanti all’ingresso del parco, mi sparo a tutto volume Mackelmore nelle orecchie, “Can’t hold us”, sono gasata a pallettoni. Parto. Inizia la mia corsa. È tutto bello, le persone si spostano quando passo, mi sembra di volare sull’asfalto. Le scarpe sono perfette, valgono tutti i soldi che ho speso, accompagnano i miei passi con leggerezza.
h. 18.53: ANCORA LE 18.53? Sono già tutta sudata, ho il fiatone, non riesco a respirare solo dal naso ma se apro la bocca mi scoppia il cuore. Il cuore batte fortissimo, le gambe sono pesanti. Intanto ho raggiunto la pista di atletica e faccio un po’ di esercizi di riscaldamento, così mi riprendo da questo stress senza precedenti. Inizio a sentirmi inadeguata con i vestiti, vorrei lanciare felpa e marsupio a terra – come se bastasse a darmi la forza per correre.
h. 19.02: sono pronta per riprendere la corsa. Mi posiziono sulla pista, stavolta vado più piano, abbasso il volume della musica e provo a concentrarmi più sui passi che sul ritmo nelle orecchie. La fatica è incredibile. Se prima avevo il mondo ai piedi e mi sembrava di volare, ora è tutto difficile: la pista è lunga 400 m, voglio farla tutta e poi fermarmi a riprendere fiato. Io non ho mai davvero misurato 400 m eppure li faccio tutti i giorni a piedi; e non mi sono mai sembrati lunghi come oggi. Mi giro e guardo a sinistra – grave errore perché se non guardo davanti a me perdo tutta la concentrazione, che è già così inconsistente – sul campo da basket ci sono una ragazza che balla e un ragazzo che le fa le foto. Non è una cattiva idea andare a ballare con loro!
Intanto la pista, che è un anello, mi sembra che si sia deformata, che il punto di congiunzione non arriva mai e io mi allontano sempre di più dalla mia meta. Riesco a raggiungerla con uno sforzo di fiato che non mi fa stare dritta e devo costringermi a respirare alzando le braccia verso il cielo. Quindi niente, per i prossimi 200 m si cammina perché io non corro mica in queste condizioni. Rischio di vomitare un polmone o di far scoppiare il mio cuore, non esiste.
h. 19.05: riprendo la corsa. Nuova canzone nuovo giro. Stavolta c’è “Turn me on” di Kevin Little, che mi dà una bella carica. Corro perché seguo il ritmo della musica, non perché le mie gambe abbiano davvero intenzione di fare quello sforzo. Intorno a me corrono tutti e sono tutti velocissimi! Anche la vecchietta con il bastone mi sembra che mi superi, i bambini che inseguono la palla sono delle schegge, mannaggia a loro. Quelli che stanno lì ad allenarsi come me mi hanno già doppiato 4 volte e io sto lì che arranco male. Ci sono queste due ragazze in tuta e scarpe da corsa, alte, statuarie, capelli perfetti biondi legati in una coda alta, e loro semplicemente camminano. Ci incrociamo e penso che voglio essere insieme a loro a spettegolare anziché torturarmi come sto facendo.
Finisce questo secondo giro e torno a camminare respirando. Intanto, sulla pista, arrivano questi 4 ragazzi a farsi foto: c’è una bella luce, ma anche un bel paesaggio naturale. Loro sono lì che camminano e si fanno foto e si spostano per farmi passare. Vorrei dire loro “no guardate davvero non serve, anzi facciamoci le foto tutti insieme”. Ma non ho fiato a sufficienza per parlare.
Nonostante mi aspetti vari pensieri di morte, il mio cervello mi stupisce e inizio a pensare ad una serie di situazioni divertenti che mi sono capitate questa settimana, e inizio a ridere. Così, a caso. Probabilmente è la disperazione che ha deciso di manifestarsi così oggi. Non so a che ora riprendo a correre perché già mi sono stancata di guardare l’orario – io ancora non lo so, ma penso che orari e tempi diventeranno i miei migliori amici in questo lungo percorso che sarà la strada per riprendere confidenza con la corsa.
Soprattutto ripenso a Michele, un mio amico che ho incontrato due sabati fa e indossava la medaglia per aver partecipato alla maratona di Roma: mi ha raccontato la sua esperienza con gli allenamenti e io ero gasata a mille. Io già volevo ricominciare a correre, le sue parole mi hanno solo convinto che fosse la scelta giusta per me.
Poi ho pensato a quante volte ho preso in giro gli amici miei che correvano, dicendo che anche la terapia è una valida opzione. Ho pensato alla mia terapia, che resta comunque un validissimo strumento per vivere la mia vita ma a quanto pare non mi basta più.
E quindi ho pensato “ma chi cazzo me l’ha fatto fare?” e lì è arrivata la visione: mi è passato davanti tutto il video di “Farò di te un uomo”, di Mulan – migliore canzone italiana di tutti i tempi, tutti d’accordo sì? – e ho subito provato una fortissima empatia nei confronti di Mulan – che sì, è un cartone, ma l’empatia non lo sa.
Questa giovane donna che in una Cina profondamente patriarcale in cui le donne dovevano solo essere mogli e madri, parte per addestrarsi alla guerra per salvare il padre, troppo anziano e anche malato per tornare a fare il soldato. Ho pensato intensamente a lei che, nel video, faceva fatica a fare tutto – e infatti non le riusciva niente. Ho pensato intensamente a quanto si sia sentita a disagio ma anche che stava facendo quella cosa di cui non aveva minimamente cognizione per aiutare il padre; per un obiettivo nobile come difendere la Cina degli Unni; ma soprattutto per trovare la propria identità, che evidentemente non era di madre e moglie. Anche se resta il fatto che ha iniziato questa cosa senza sapere in cosa si stava andando a cacciare. E non poteva incolpare nessuno se non se stessa (?).
Ma io perché sto facendo tutto questo? Per correre la maratona tra un anno? E quindi cos’è la maratona per me? È concentrazione. È stare nella fatica: viverla e non lasciarmi sovrastare. Abitare pensieri positivi, che mi danno la forza di portare a termine la corsa, nonostante sia sfiancante. Ok, ci sta, è un buon obiettivo. Anche questo in qualche modo va a definire una parte della mia identità che, evidentemente, fino ad ora mi è rimasta del tutto ignota. Nel frattempo che formulo tutti questi pensieri, senza neanche rendermene conto, ho girato attorno alla pista 7 volte, alternando 400 m di corsa a 200 di camminata.

h. 19.24: come cazzo è possibile che non sia passata neanche mezz’ora? Io sto qui da tre ore a correre, a sudare, a ridere, a farmi venire una crisi isterica, a maledirmi, a pensare a centocinquanta cose diverse per distrarmi dalla voglia incredibile di mollare, a cambiare canzone alla ricerca di quella che può darmi la carica giusta. Intanto, i 4 ragazzi che ho incontrato prima si sono fermati a farsi foto e ogni volta che passo affianco a loro mi giro verso il telefono per entrare negli scatti. Posso dire: il momento più alto dell’allenamento.
Il primo pensiero, dopo aver realizzato che effettivamente era davvero quello l’orario, è stato voler tornare a quando ero minuscola, accarezzarmi la guancia e darmi un bacio, avvicinarmi alla me bambina e sentirla che mi dice “Per piacere, almeno tu non farmi del male” – e invece! – e dirle a mia volta “Fidati, sarai fiera di noi anche se ora non sembra”.