L’arte di confondere

Mentre oggi ritornavo a casa su un non troppo affollato 38, facendomi i fatti altrui su Instagram, ho visto il video di una influencer che parlava di alcuni manifesti pubblicitari pro-life apparsi a Roma e a Torino.

Ho fatto una breve ricerca su Google e ho scoperto che questi cartelloni esistono da un sacco di tempo, addirittura dal 2018.

Uno dei manifesti che ho letto, realizzato da CitizenGo, recita così:

“L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. #Stobaborto”.

È che a prima vista uno molto ingenuo e “poco studiato” potrebbe anche pensare che una frase del genere sia giusta: cioè che davvero l’aborto possa essere una forma di femminicidio.

Quindi morire in seguito ad un aborto e morire uccisa da un uomo sono la stessa cosa.

Quale arma dunque è più potente della confusione, per poter controllare qualcuno?

Innanzitutto l’aborto è un diritto riconosciuto dalla legge, mentre il femminicidio è un reato.

Accostare i due termini è quindi concettualmente un errore.

È proprio sbagliato.

Non s’ha da fare.

Non s’ha neanche da pensare.

Vogliamo dire che ci sono ancora tantissime donne che muoiono in seguito agli aborti? Diciamolo, perché è vero.

Diciamo anche che nella maggior parte dei casi le donne muoiono dopo un aborto clandestino, perchè l’aborto non è davvero accessibile a tutti.

I medici obiettori o le associazioni pro-life in molti ospedali impediscono di abortire.

E spesso, anche se in un ospedale viene riconosciuto questo diritto, sono i medici stessi i primi a giudicare questa scelta, e a farla pesare in tutti i modi possibili.

Questo dimostra che non basta che un diritto sia riconosciuto dalla legge; è necessaria una cultura che ne faccia fiorire l’applicazione.

È necessario che si parli apertamente di aborto, che si decostruiscano i tabù che ruotano attorno alla maternità, e che si metta al centro la volontà della donna.

Essere madri è una scelta.

Anche non esserlo.

Il nostro corpo non è al servizio della maternità.

Pensare che l’aborto sia una negazione della vita, e quindi dover rimediare a tutti i costi, e con tutti i mezzi, è una violenza.

Anche solo voler convincere che abortire sia sbagliato è una violenza.

Sul punto non c’è spazio per arbitri, opinioni e punti di vista differenti.

Ecco perchè occorre educare ai diritti.

Occorre abbattere il muro di ignoranza, prevaricazione e controllo che ancora circonda tutto ciò che riguarda la figura della donna. Anche le nostre scelte più intime.

Quella cultura che ci fa sentire inadeguate, in colpa, troie, indifese, vulnerabili se le nostre idee remano contro ciò che “è sempre stato così”.

C’è anche da dire che la frase si presta ad un altro significato: abortire equivale a compiere un femminicidio.

E ritorniamo al concetto iniziale: essere madri non è un diritto.

Abortire sì.

Che il corpo femminile sia predisposto per accogliere una gravidanza, non implica che allora la donna voglia un figlio.

Edit: essere genitori non è un diritto. Non è previsto né nella Costituzione né in nessuna legge che una donna debba diventare madre.

L’aborto, invece, è un diritto riconosciuto dalla legge.

Forse, allora, dovremmo riflettere sul fatto che il vero atto di violenza sia considerare la donna esclusivamente nel suo ruolo di generatrice della vita, e quindi, in sostanza, di madre.

A questa riflessione si ricollega un altro cartellone pubblicitario che ho letto:

“Diamo voce alle donne facendole nascere”.

E stiamo a sentirci anche noi, donne già nate, dandoci la possibilità di scegliere chi e cosa essere.

Che ridurre l’infinito ventaglio di possibili ruoli che noi donne possiamo ricoprire unicamente a quello di madre, è un modo per annientare la nostra identità..

Di questa narrazione così tossica e deviante mi impressiona la superficialità: con cui vengono legati termini che appartengono a categorie giuridiche e di pensiero totalmente diverse; con cui le associazioni pro-life si ergono a paladine delle donne.

Forse, per darci voce, è necessario starci ad ascoltare, non solo farci nascere.

Dare un peso specifico alla nostra volontà, ed includerci nei dibattiti politici e sociali che ci riguardano in prima persona.

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