Possiamo ancora parlare di diritto di cronaca?

Sui giornali ormai leggiamo di tutto. Siamo talmente assuefatti alle notizie che ci danno che non ci chiediamo neanche più se sia utile per noi sapere certi dettagli, se quello che leggiamo sia fondamentale ai fini dell’informazione stessa.

Una volta ho discusso a lungo con un giornalista che diceva che fa notizia che un uomo arrivi in ospedale con un qualsiasi oggetto infilato nel sedere.

Perchè cosa fa una persona nel privato dovrebbe essere una notizia?

Notizie di questo tipo le immagino come frammenti uncinati che si aggrappano alla nostra curiosità, alla morbosità con cui ci piace osservare le vite degli altre, per giudicarle, per sentirci superiori.

E nell’aggrapparsi a noi, ci modellano in base alle loro forme, e ci cambiano.

Ci farebbe piacere se qualcuno venisse a spiarci nell’intimità e nel buio della nostra camera, e raccontasse a tutti ciò che avviene sotto le nostre candide lenzuola? Perché, si sa, i nostri letti sono sempre immacolati; quelli degli altri, invece…

Ma cosa succede se a finire nel calderone primordiale da cui ci vengono servite le notizie sono le urla di una donna mentre viene violentata?

Se la violazione della sua intimità non solo diventa una notizia da leggere, ma addirittura un video da guardare? E se le sue urla diventano uno spettacolo da ascoltare, più e più volte?

Su Youtube il video della donna violentata a Piacenza il 21 agosto è stato visto migliaia di volte.

Comunque troppe, se l’unico scopo del video è saziare la nostra sete di morbosità. Farci eccitare davanti alle sue urla o ai gemiti dell’aggressore. Farci percorrere la schiena da un brivido di piacere nel sapere che noi, nelle nostre case, o nascosti dietro allo schermo di un telefonino, siamo al sicuro. Che a noi queste cose non succedono.

In tema di visualizzazioni c’è una soglia di sbarramento per poter parlare di pornografia del dolore?

Il primo giornale a mettere online il video è stato il Messaggero. Dopo di lui, tutti gli altri, fino a varcare le soglie della politica con Giorgia Meloni.

Il capocronista del Resto del Carlino, Valerio Baroncini, ha scritto un articolo in cui dichiara che il rispetto per la vittima sia più importante del diritto di cronaca.

Che tradotto significa che la privacy della donna vale di più del nostro diritto ad essere informati, a sapere i dettagli delle cose.

Ma siamo sicuri che in questo caso possiamo ancora parlare di diritto di cronaca?

Cerchiamo di capire quindi quante sono le vittime di questa storia così pruriginosa.

La vittima principale, indubbiamente, è la donna che ha subito la violenza. Vittima non solo del suo aggressore, ma anche dei giornali che hanno diffuso il video, della politica che la sta strumentalizzando, dei nostri sguardi indiscreti che non si accontentano mai.

E poi?

Il diritto di cronaca, espressione della libera manifestazione di pensiero, tutelato dalla Costituzione, è stato rispettato con la pubblicazione di questo video?

Io dico di no, e vi spiego il perché: con questo video abbiamo tra le mani la prova di ben tre reati, eppure ce ne serviamo come fonte di diletto.

Oltre alla violenza fisica, infatti, altri due reati inchiodano questo video all’altare dell’illiceità.

Diffondere immagini senza il consenso delle persone che vi appaiono costituisce illecito trattamento di dati altrui, che chiunque può denunciare all’Autorità garante della privacy. Figuriamoci se poi l’oggetto del video è una violenza.

Io non sono così sicura che quella donna abbia detto “Sì, pubblicate il video!”

E poi ancora: la persona che stava facendo il video aveva tra le mani un mezzo – il telefono – per poter chiedere aiuto, ma non l’ha fatto.

Si tratta di omissione di soccorso, un reato per cui è previsto il carcere e una multa fino a 2.500 euro.

Chi faceva il video non doveva intervenire fisicamente: doveva chiamare le autorità per aiutare quella donna. Ma si è limitato a riprendere lo stupro, anziché provare a porvi fine – e anche questo aspetto richiede un’ampia riflessione.

È pesante parlare di diritto di cronaca, mentre i diritti di questa donna sono stati calpestati in modo spregiudicato più e più volte, prima dai singoli e poi dalla comunità, sotto forma di giornali, di politica, e infine di noi che osserviamo.

Ecco perchè è lecito chiedersi se diffondere questo video rientri ancora nel diritto di cronaca.

In un mondo che ci bombarda di informazioni, è legittimo domandarci cosa sia davvero notizia, e cosa no.

Cosa sia nostro diritto sapere e cosa no.

Se ci sia, e dove, un confine tra informazione, morbosità e illecito.

È giusto porsi il dubbio sul peso che hanno i diritti in gioco: se pesano tutti allo stesso modo, e allora in questo caso come si sceglie il diritto da tutelare e quello da reprimere; se alcuni diritti siano più diritti di altri.

Se davvero quelli di cui stiamo parlando sono ancora diritti.

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