A casa tutti bene

Sentirsi a casa.

Oggi mi ha chiamato mia nonna ed il suo tono di voce era tra l’ansioso, il costernato e il confidenziale: “Con chi vai in Irlanda?” – “Vado da sola nonna” – “Dai a me puoi dirlo con chi vai!” – “Sempre da sola” – “Ah, da sola.. E se poi non ti fanno rientrare in Italia che fai?” – “Inizierò una nuova vita in Irlanda” – “Da sola..?!” – “Si nonna, da sola!”.

Mia nonna appartiene ad un’altra generazione. Quella in cui le cose si fanno in due. Su alcune cose è una progressista ante litteram, molto aperta mentalmente, ma su altre non ce la può proprio fare. Non che sia un problema, anzi, mi rendo conto che quando è stata giovane lei, ottant’anni fa, la società era diversa.

Per lei, per esempio, è necessario essere in coppia. Sono stata fidanzata per quasi sei anni, durante i quali ci sono stati alcuni momenti di pausa, e in uno di questi mia nonna mi ha detto “Ora ci penso io a trovarti un uomo che ti sposi e non ti lasci più!”, e, al mio elegante e rassegnato declino, lei mi ha ripreso così “Io non capisco tutto questo desiderio di stare da sola, è ridicolo!”

In realtà chi conosce mia nonna sa che è una persona deliziosa, è l’anima della festa, ma è bene astenersi dall’affrontare determinati discorsi con lei, onde evitare discussioni. Con lei, come con tutti, in fondo. Ognuno di noi è intransigente su determinati temi. Io, per esempio, lo sono sul ritenere meritevoli di stima solo le persone che amano di più il dolce del salato. E lo so che bisogna accettare tutti per come sono, pregi e difetti, però se ti piace più il salato del dolce, vengono meno proprio le basi di un qualsiasi rapporto di fiducia!

In passato era molto confortante per me sentirmi a casa tra le convinzioni della mia famiglia. Erano luoghi sicuri in cui mi rifugiavo quando non mi sentivo all’altezza.

E mi hanno dato sollievo per così tanti anni che alcune idee le ho assorbite, facendole mie.

Oggi la cosa più difficile da fare è proprio estirpare determinate convinzioni da me stessa. Ed io combatto quotidianamente con me per far valere la mia autorità su quella che alcune idee ancora esercitano su di me.

Credo che sia proprio questa la vera solitudine: combattere contro una parte di te stesso sapendo che, comunque vada, perdi qualcosa.

Ho sofferto per anni di disturbi alimentari. Ed io mi sentivo a casa quando mi abbuffavo, o quando non mangiavo. Mi sentivo a casa quando, attraverso il cibo, avevo l’illusione di controllare le mie emozioni, di sapermi gestire.

Provavo un conforto inspiegabile nel contare le calorie di tutto ciò che ingerivo, nel bilanciare i pasti, non eccedendo mai troppo con i carboidrati, o con i grassi. Stavo bene quando la mia mente trasformava i pasti in energia disponibile per potermi allenare, per poter dimagrire.

Era poi così confortante sapere di stare da sola per potermi abbuffare di tutti quei dolci o di quei cibi che non mi concedevo durante la settimana. Era irrefrenabile il piacere che provavo all’idea di poter mangiare tutto. Senza limiti.

E mi sentivo a casa quando, dopo l’ennesima abbuffata, programmavo il mio allenamento intensissimo. Mi piaceva non darmi tregua, rimanere senza forze, sentirmi prosciugata.

Ecco che, a volte, sentirsi a casa non è sempre una cosa positiva. Forse è così quando sentirsi a casa significa, in qualche modo, scegliere il minore dei mali. O semplicemente tentare di anestetizzare il proprio dolore.

Soffrire di disturbi alimentari ha monopolizzato la mia vita, per tantissimo tempo. Perchè non si trattava solo di abbuffarsi o di non mangiare, ma era proprio un approccio alle relazioni sociali, amicali, sentimentali, familiari. Era semplicemente il mio modo di vivere. Vivere controllata da un disturbo alimentare, cioè da un dolore.

Ho perso molti rapporti per questo: per la maggior parte della giornata il mio pensiero ossessivo era O mangiare come se non ci fosse un domani O non mangiare assolutamente nulla O controllare ogni briciola di ciò che ingerivo. A fine serata non avevo voglia nè interesse ad uscire, appesantita dall’ennesima abbuffata o debilitata dal digiuno.

Eppure io mi sentivo a casa. In quell’angolo di anima, che mi avvelenava il corpo e la mente, io stavo bene. Perchè, pur soffrendo tantissimo, sapevo esattamente come mi sarei sentita. Avevo la sensazione di poter controllare le mie reazioni e le mie emozioni, di decidere io quando mangiare, quando non farlo, quando allenarmi, quando essere disperata e quando essere felice.

E di me non l’avrebbe detto nessuno. Neanche le persone a me più vicine, che mi conoscevano a memoria. Non era difficile accorgersi dei miei cambiamenti d’umore, della mia ansia costante al pensiero del cibo, della mia ossessione per la forma fisica e per l’allenamento. Eppure un disturbo alimentare non è solo il sintomo, anzi. Come ho detto, è un modo di approcciarsi alla vita.

Un modo che, ripeto, mi faceva sentire a casa. Alla fine uno si abitua a stare male, e prova uno conforto inspiegabile al pensiero di un dolore che sai già dove ti porterà.

Ad esempio ora, proprio in questo momento che sto scrivendo, trovo confortante parlare di questa parte della mia vita, e lo è perchè sento che è finita dentro di me.

Quindi la sensazione di casa evolve nel tempo, e cambia in base a come cambia il nostro modo di interpretare la realtà.

Per anni ho trovato conforto nel sentirmi protetta da tutto, dal mondo, dalle persone, da me stessa. Ora l’idea di nascondermi, di proteggermi dalla vita mi dà l’orticaria.

A volte penso di essere come un funambolo, in bilico dentro me stessa tra tutto ciò che può farmi male e ciò che può salvarmi. Sull’orlo di un precipizio che può imprigionarmi o liberarmi definitivamente.

C’è una canzone alla quale sono particolarmente legata, “Mad world”, nella versione di Michael Andrews e Gary Jules, cioè la colonna sonora di Donnie Darko, per intenderci. L’anno scorso, tra Febbraio e Maggio, l’ascoltavo almeno cinque volte al giorno (perchè alla fine quando mi piace una cosa, mi piace in modo anche un po’ ossessivo), ci avrò scritto innumerevoli pagine su ciò che pensavo del testo, della musica e delle emozioni che mi suscitava, e ancora oggi, quando l’ascolto, devo farlo almeno due o tre volte, per immergermi completamente in quell’atmosfera.

By the way, c’è un punto bellissimo in cui dice “And I find it kind of funny, find it kind of sad the dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had” – “lo trovo un po’ buffo, un po’ triste che i sogni in cui sto morendo siano i migliori che abbia mai avuto”.

Credo fermamente che sia una canzone potentissima, che esprima il disagio insito nella vita di tutti noi: abituarsi. Sacrificare alla sicurezza la possibilità di andare oltre, di “allargare il proprio mondo”; accontentarsi di un mondo folle, accettando la realtà per quella che è, senza possibilità di intervenire su di essa per renderla migliore. Restare abbagliati dalla quotidianità, pensando che non ci possa essere nulla di meglio. Ed è una ruota che gira instancabilmente, le persone si muovono ma non evolvono, girano in cerchio, si accontentano delle cose così come vengono presentate loro.

E così si muore per i sogni migliori che si siano mai fatti. Quali sogni? Quelli che ci accontentiamo di sognare o quelli che ci fanno osare di vivere una vita migliore?

Dentro di me risuona forte il senso di precarietà. La stessa che si può provare sull’orlo di un precipizio. Che faccio? Da una parte c’è la realtà per come si è ampiamente conosciuta, una realtà che sappiamo a memoria, e che non ci dà scampo. Dall’altra c’è il mondo per come ancora non lo conosciamo, per come potremmo inventarlo e viverlo rinunciando a qualcosa che ci frena. Un mondo che, come il primo, non ci dà comunque scampo.

Da una parte ci sono le sicurezze che ci vengono da fuori, che abbiamo “gratis”. Quelle sicurezze che ci fanno vedere la realtà solo entro dei confini tracciati da altri per noi. Dall’altra ci sono le sicurezze che conquistiamo con le nostre scelte, scommettendo su di noi, decidendo quali limiti oltrepassare e quali rispettare.

Non c’è una scelta giusta o sbagliata. A volte sentirsi a casa ci permette di ricaricare le batterie, di riprendere fiato. Altre volte ci fa sentire imprigionati, vincolati al mondo che altri hanno costruito per noi, e che noi tacitamente e passivamente accettiamo.

A volte ci si sente a casa in un abbraccio che ci rigenera, ci dà nuova forza, ci sostiene quando da soli non siamo in grado di rimettere in ordine i frantumi.

A volte in un profumo, che si diffonde in noi legandosi alla memoria delle emozioni belle che proviamo in sua presenza.

A volte in un dolore, quando non siamo ancora pronti per desiderare e conquistare di meglio per noi, e ci accontentiamo dei pochi pensieri che ci danno la forza di sopravvivere.

C’è anche un momento in cui non riusciamo a sentirci a casa da nessuna parte. Allora siamo inquieti, perchè abbiamo perso le basi che ci hanno sempre sorretto, ma non abbiamo ancora nuovi sostegni per rimanere dritti contro il vento della vita.

A volte, poi, ci sentiamo a casa dentro noi stessi, e allora non ci serve nient’altro. Accettiamo il nostro modo d’essere, le nostre imperfezioni, ridiamo dei nostri difetti e distrazioni. Ci piacciono i nostri pensieri, i progetti che abbiamo per noi. Ci piace la nostra volontà di amarci, di scartare le cose nocive ed accogliere quelle che ci rendono migliori.

Forse l’unico vero limite è rappresentato dalle convinzioni che abbiamo di noi e del nostro potenziale. L’unica cosa che determina davvero il nostro successo o il nostro fallimento.

Quindi che dire? Sarebbe uno spreco non impiegare le nostre energie in cose belle. Soprattutto, impiegarle per mangiare roba salata anzichè dolce!

Ci sono così tanti dolci che aspettano solo di essere inventati e gustati che non capisco neanche io perchè impiego questo mio tempo libero a scrivere anzichè in cucina a creare!

Infatti, perchè?

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. IgnisDIARY ha detto:

    Appunto, aspettiamo le tue ricette

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    1. ailuig91 ha detto:

      sarete a breve soddisfatti! intanto anche io sono curiosa delle tue 😀

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      1. IgnisDIARY ha detto:

        Qualcuna sul blog c’è, se vuoi ti linko la categoria

        Piace a 1 persona

      2. ailuig91 ha detto:

        sto sbirciando un po’ 🙂

        "Mi piace"

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