Dov’è il pericolo?

Mi domando dove sia nascosto il pericolo.

Mi chiedo se il pericolo sia davvero negli abbracci, nei baci, nell’affetto che ci scambiamo, nella presenza di cui abbiamo bisogno, di cui non possiamo fare a meno.

Se ognuno costituisce ancora un pericolo per l’altro, non dovremmo incontrare nè amici, nè partner, non dovremmo fidarci neanche dei nostri genitori, che la mattina vanno a lavoro e chissà chi incontrano. Non dobbiamo contare neanche su noi stessi, a meno che, a scadenze puntuali, non eseguiamo un tampone.

Tuttavia, in quest’ansia generalizzata, nel panico dilagante, tendiamo a riconoscere il pericolo al di fuori di noi. Nella nostra cerchia, tra le persone care e che conosciamo è impossibile rischiare un contagio.

Il pericolo è quando esci. Quando incontri sconosciuti, quando si avvicinano a te estranei in fila alla cassa, quando ti camminano affianco. Quelle stesse persone non possono essere state a contatto con i nostri parenti, amici, partner, di cui ci fidiamo ciecamente?

Quanti di noi rispettano la distanza prescritta? In quanti evitano di baciarsi, dopo una giornata al lavoro, per proteggersi? Quanti riescono a stare lontani dai propri nonni per tutelarli? Ci è richiesto uno sforzo che va al di là delle nostre capacità umane, primordiali, istintive.

Ed io ritengo che, per difenderci da questo trauma, perchè di trauma si tratta, ci convinciamo che ciò di cui non possiamo fare a meno, ciò che reputiamo essenziale, non sia pericoloso. Il pericolo, la malattia, la morte, è al di fuori di noi. È situato oltre i confini che noi, arbitrariamente ed istintivamente, abbiamo stabilito ed entro cui abbiamo riorganizzato la nostra vita.

Così facendo ci arrocchiamo sempre di più sulle nostre convinzioni, che sono assolutamente irrazionali. Neghiamo la verità, e cioè che tutti siamo in pericolo, non c’è un individuo meno esposto al rischio degli altri, perchè questa cosa ci fa comodo. Ci consente di vivere, di non dover rinunciare al contatto con gli altri, di non far soccombere, ancora una volta, come durante il primo lockdown, il nostro istinto alla socialità, alla condivisione, allo scambio, il nostro bisogno di presenza, di calore.

Cosa ci ha dimostrato la prima quarantena? Che vivere lontano da tutti, limitando i nostri contatti alla mera virtualità, è possibile. Perchè l’abbiamo fatto. Ma a prezzo di cosa? Della nostra salute mentale.

E allora dov’è davvero il pericolo?

È in ognuno di noi, che si ammetta o meno. È in quell’amico con cui prendi un aperitivo entro le 18, in quel partner con cui, la sera, guardi un film sul divano, in quei genitori con cui sali in macchina senza mascherina, in quei colleghi con cui sorseggi un caffè o fumi una sigaretta durante l’orario di lavoro.

Perchè ci è così difficile riconoscere che lì il pericolo esiste? Perchè non sappiamo fare a meno di quella chiacchierata, di quel momento conviviale in cui sfogarci, in cui inseguire noi stessi, di quella coccola che ci fa sentire a casa, di quella protezione che ci fa sentire più forti, un po’ più invincibili.

Ci raccontiamo la storia che tra di noi non ci sono rischi, perchè ci conosciamo, perchè ci amiamo, perchè facciamo parte di un’unica bolla. E ammettere che il pericolo possa diffondersi anche lì, significa rinunciare alle parti vitali di noi stessi, agli altri tramite cui ci identifichiamo, di cui anche abbiamo bisogno per esprimere la nostra essenza. Significa mettere in dubbio l’inimmaginabile, e cioè che la salvezza la troviamo in noi, non negli altri, perchè al pericolo non importa chi ami, a chi sei affezionato, di chi non puoi fare a meno. Lui è ovunque.

Un ragionamento privo di qualsiasi logica, fondato e alimentato solo dalla nostra paura di rimanere soli, dal più che comprensibile bisogno di sentirci al sicuro.

Ecco allora schierarsi due delle esigenze che ci rendono più umani: il bisogno di sicurezza, e il bisogno di sentirci protetti dagli altri.

Abbiamo ormai imparato che solo stando soli siamo davvero al sicuro, e proteggiamo i nostri cari. Tuttavia quella protezione che è in noi, la cerchiamo altrove, la pretendiamo dagli altri, per non rimanere soli. Per sentirci parte di qualcosa. Perchè è una sicurezza enorme sentirsi immersi in un sistema, in un nucleo in cui siamo accettati, in cui possiamo fidarci degli altri, in cui sappiamo che non può esserci pericolo.

Diciamo piuttosto, allora, che accettiamo di correre il rischio pur di non stare soli. Che tra la paura di morire, e il timore di non poterci (af)fidare a nessuno, è più grande la paura della solitudine.

Ci spaventa più della morte, perchè la solitudine è più vicina a noi, ci cammina affianco ogni giorno, e noi ne siamo consapevoli. La morte ci appare un po’ più lontana, sicuramente più destabilizzante, ma proprio per questo meno probabile. Non la comprendiamo, ne possiamo appena immaginare le conseguenze, e già solo questo sforzo di immaginazione ci fa male. Probabilmente avvertiamo, inconsciamente, la solitudine come il primo passo verso la morte. Accogliere l’una significa ammettere la possibilità dell’altra. Significa che, fondamentalmente, non possiamo controllare nulla.

Allora neghiamo che possa esserci morte nella nostra bolla. E, mentalmente, ne escludiamo il rischio pur di sentirci protetti nella nostra comunità. Di avere un’apparenza di controllo. Pur di sentirci padroni delle nostre scelte, e, di conseguenza, del nostro destino.

È un meccanismo di difesa tanto perfetto quanto fallace, perchè se, da una parte, ci dà sollievo sentirci al sicuro nella protezione delle nostre certezze, dall’altra ciò ci permette di abbassare la guardia, rendendoci tutti estremamente vulnerabili. E quindi maggiormente esposti ai rischi.

Ecco, io penso che il pericolo esista, che sia ovunque intorno a noi, ma che non si chiami necessariamente Covid.

Tutti i giorni, vivendo, assumiamo il rischio di vivere, perchè non potremmo fare diversamente. Perchè se ci fermassimo a pensare a tutti i pericoli che ci circondano, non dovremmo più neanche uscire di casa.

Tuttavia la mente umana procede per convenienza: in un bilanciamento tra ciò che vogliamo fare, che ci rende vivi, che ci serve per vivere, e ciò che ci protegge al 100%, scegliamo la vita. Nessuno guiderebbe più, se ci lasciassimo intimorire dagli incidenti stradali, che giornalmente risuonano nei notiziari; nessuno volerebbe più, se ammettessimo che ad ogni volo corrisponde una componente di rischio; nessuno andrebbe più in montagna o al mare, rischiando di morire per una caduta, per una valanga, per la marea alta; nessuno farebbe più nulla, se vedessimo i pericoli connaturati ad ogni iniziativa umana.

I pericoli collegati all’imponderabile, a ciò che è fuori dal nostro controllo, banalmente, alla follia dell’altro (che potrebbe imboccare una strada in senso contrario a quello di marcia e causare un incidente).

Diciamo quindi che noi accettiamo il pericolo, se il contraltare è la possibilità di realizzarci. Di sentirci vivi, vivi anche attraverso il bisogno di protezione esterna. Non è vero che non vediamo quel rischio. Lo nascondiamo alla nostra consapevolezza perchè il bisogno opposto è più grande, più stringente, più essenziale. Il bisogno di sopravvivere, di scegliere come vivere. Il bisogno di dominare quel pericolo per affermare che la vita è più forte.

La vita è forte, ma è anche estremamente fragile; e queste due caratteristiche sono imprescindibili. Non ammettere ciò ci rende vulnerabili, ci spezza in due, rendendoci preda della nostra irrazionalità. A volte basterebbe non avere paura di porsi le domande scomode, quelle che mettono in crisi le nostre certezze, non aver paura di sentirci deboli o spaventati dinanzi a qualcosa che non possiamo controllare.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Non so: chi vede negli altri un qualcosa di necessario per stare bene e per ottenere quella “protezione esterna” di cui ha bisogno, secondo me non ha ben capito che i rapporti con le altre persone non si basano sulla necessità, ma sulla condivisone.
    Sì, sono molti che per fuggire la solitudine cercano qualcuno con cui stare, soprattutto ora, ma queste persone non hanno la benché minima idea di cosa possa offrire anche la solitudine, non in quanto protezione dai pericoli (che covid o no, ci sono e ci saranno sempre uscendo di casa… ma anche stando in casa), ma perché sono monchi emotivamente e cercano una stampella.

    Purtroppo ci stanno insegnando che gli altri sono il male (per ora quelli che non si conoscono, ma non mi stupirei se poi ci dicessero di stare a distanza anche in casa) e quindi atrofizzano l’umanità.
    In effetti è anche il tema del racconto che sto pubblicando. 😉

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    1. ailuig91 ha detto:

      La solitudine in sè è un pericolo se non riesci a gestirla. Se ti trinceri in lei per paura di condividere (penso a persone che decidono di stare sole per fuggire dalle emozioni) o se la eviti per paura di conoscerti.
      Ma come, non ci hanno già detto di stare distanziati in macchina? 😂
      Comunque penso che, per quanto una persona possa stare bene con se stessa, stare totalmente sola sia impensabile, perchè vengono meno confronti, scambi, condivisioni di cui anche abbiamo bisogno. Significherebbe snaturarci.

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      1. Esattamente. Ecco perché sono situazione che, reiterate per lunghi periodi, rischiano di far più male che bene: già la società odierna ha problemi non da poco, se poi ci si aggiunge una misantropia generalizzata ne esce proprio un bel quadretto! 😅

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      2. ailuig91 ha detto:

        Ma esiste già! Esisteva prima ma era più celata, si nascondeva dietro le battute simpatiche con cui facevi ridere se parlavi di misantropia! Ho letto di un ragazzo che pretendeva che la fidanzata passasse il capodanno a casa con lui e non anche con due sue amiche perchè con loro rischiava un contagio. Perchè con lui no? Diciamo che questa situazione sta prestando il fianco all’emersione di problemi che con il covid non hanno nulla a che fare

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      3. Le sta amplificando, oltre a portarle alla luce…

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  2. Er puleggia ha detto:

    Ciao aliuig91
    Dov’è il pericolo❓

    Non c’è risposta!!!!

    Da quello che emerge dipende dal proprio fisico ( vedi asintomatici) e da come proteggiamo noi e gli altri

    Mi capita di vedere in contesti lavorativi colleghi parlare a distanza ravvicinata con mascherina abbassata, come a giustificare il fatto che lavorando insieme da anni non ci sia il pericolo 😔 come se fosse un contesto familiare una bolla come già menzionato da te
    Il Covid e la solitudine non “legano”, le persone da sempre hanno avuto bisogno di legare di comunicare e di vivere in comunità di stare con amici partner parenti , cari quant’altro

    Io posso solo dirti cosa risponderei alla tua domanda ❓
    Non c’è pericolo?
    Siamo di passaggio e godiamoci la vita stando attenti forse lo potremmo raccontare 🤗

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    1. ailuig91 ha detto:

      Infatti, speriamo che i nostri legami non siano contagiosi 😃

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