A proposito di domenica

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Della nostra incapacità di dare senso alla domenica.

Alla prima domenica del 2021, in zona rossa, con gli affetti lontani e il vuoto universale che ci attanaglia nel pomeriggio. Quando è troppo presto per andare a dormire e troppo tardi per riuscire a recuperare la giornata, dandole un colore e un sapore migliore.

Della nostra fragilità, di quella debolezza che non ci consente di bastarci, di riuscire a passare una domenica sul divano senza sentirci in colpa, senza accusarci di sprecare tempo, di non fare nulla di utile per noi, nulla di costruttivo per la società, se non riempirci di film, o di serie tv, di cibo o di letture, che fanno bene alla nostra anima, ma che ci fanno sentire in difetto rispetto alla produttività che, durante queste vacanze di Natale, è nettamente collassata.

È domenica da tanto tempo ormai.

È domenica da quando è arrivato il Natale.

Era domenica già da prima.

Abbiamo abbandonato la nostra tuta da superuomini e superdonne – semmai ne abbiamo avuta davvero una – per indossare il pigiama comodo, con le calze e le pantofole, e anche la vestaglia, per sentirci un po’ più chic, o più caldi.

Abbiamo rimesso al prossimo anno tutti i buoni propositi di una vita salutare, e durante i giorni festivi e non abbiamo mangiato tutto ciò che non mangiamo mai, in un anno intero, entrando in quella spirale per cui sembra che infliggiamo un torto a noi stessi, alla nostra golosità se non approfittiamo di questo Natale per rimpinzarci come le calze che la Befana riempirà tra un paio di notti.

È domenica da troppi giorni ormai, per portare il conto.

E intanto quel nuovo anno è arrivato e nessuno ha percepito alcun cambiamento.

È domenica, e la domenica dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Questo Natale è stato nettamente diverso, inusuale, è stato un Natale sopra le righe, che ha ampliato la nostra percezione del vuoto e la volontà di riempirlo.

Sono stati un Natale, e anche un capodanno, che non ci hanno dato scampo: abbiamo dovuto incontrare per forza noi stessi, non potendo rivedere le persone di una vita, quelle che, usualmente, tornano a casa per le vacanze, che rivedi una volta l’anno e quella volta sola te la fai bastare, perché sai di non avere scelta.

E invece quest’anno è venuta a mancare anche quella volta, e a niente vale sentirsi per telefono, perché quello che la quarantena ci ha insegnato, e che continua, irriverente, a dimostrarci, è che la lontananza, e la mancanza, non possono essere colmate virtualmente, ma con baci e abbracci, anche e soprattutto quando non possiamo incontrarci. Che internet ci mantiene in contatto, ma il cuore ha bisogno del battito di un altro cuore per perfezionare il proprio ritmo.

Questo Natale, come tutto l’anno appena passato, abbiamo sacrificato il nostro bisogno di affetto, di vicinanza, di amore, sostituendoli con le videochiamate, con i bacetti con i cuori su wa, con le foto degli anni passati su Ig, ricordando quando abbracciarsi non era ancora una colpa, quando la presenza dell’altro, di tutti gli altri, al nostro fianco era data per scontata, e non l’apprezzavamo neanche così tanto, fingendo tutti di essere asociali e di odiare il prossimo.

Che poi “il prossimo” lo odiamo anche, o preferiamo avere uno spazio vitale grandissimo, all’interno del quale, comunque, lasciamo entrare qualcuno. Chi sentiamo più vicino, chi comprende la nostra solitudine, chi ci fa compagnia in questa solitudine, senza avere la pretesa di riempirla, e di salvarci da essa.

Quest’anno il nostro spazio vitale è aumentato del 300%, e spesso abbiamo preso le distanze anche da chi riponiamo una fiducia illimitata, perché tutti, almeno una volta, abbiamo saputo cosa significa entrare in contatto diretto o indiretto, con il virus, e temere per chi amiamo.

Che poi è così buffo: cerchiamo di limitare i contatti con tutti, eppure entriamo in contatto con il Covid, come se stesse lì a ricordarci il peso delle nostre debolezze. Che anche solo incontrare qualcuno che ci fa bene all’anima allevia sì le nostre pene, riduce il nostro senso di impotenza di fronte a qualcosa di umanamente incomprensibile e più grande di noi, ma espone tutti al rischio che questo qualcosa diventi reale, tangibile, che non sia solo una minaccia a parole, ma un pericolo concreto. Un pericolo che risuonerebbe ancora di più nella nostra anima a lungo abbattuta dalla solitudine, dalla mancanza di contatto e di vicinanza, che in questo 2020 ci ha ridotti tutti senza forze.

Mi viene da ridere al pensiero che siamo tutti un po’ “borderline” per necessità: perché desideriamo tutti, inevitabilmente, avvicinarci all’altro, stringerlo, stare con lui, aprirci con lui, eppure appena il metro di distanza inizia ad accorciarsi, tremiamo di paura, allontanandoci di più, per scongiurare il rischio di un contagio, la paura di una sofferenza più grande, ignota, che desideriamo fare a meno di conoscere.

Una distanza fisica che la dice lunga anche sugli spazi emotivi che concediamo a noi stessi e all’altro. Come se quel metro fosse la rappresentazione dell’intervallo che ci separa, inevitabilmente e disperatamente, dalle emozioni che proviamo, per noi e per gli altri.

La cifra della nostra capacità di rapportarci con l’altro: a distanza di un metro.

E allora siamo tutti soli, sul nostro divano, di domenica, impegnati in attività che solleticano la nostra fantasia, e che ci distraggano dal grande vuoto emotivo che il 2020 ha lasciato dietro di sé, senza sapere se, come e quando potrà essere colmato.

Eppure noi siamo vivi.

Ci siamo proprio noi sopra quei divani, con quel cuore così solo, con wa che impazza di notifiche per provare ad accorciare le distanze.

E sono sicura che se tutti parlassimo chiaramente di cosa proviamo, ne emergerebbe un ritratto umano di estrema desolazione e solitudine, ma altresì di grande forza vitale.

Perché non ci arrendiamo alle barriere fisiche e giuridiche che ci impediscono di vederci, ci organizziamo diversamente, troviamo soluzioni alternative per esserci, l’uno per l’altro.

E anche se nulla può battere la presenza fisica, tuttavia sapere che non si è soli ci fa stare bene.

Anche se ci dice di essere sola l’amica che abita in Toscana, o l’amico lombardo, tuttavia si può essere presenza anche nell’assenza.

E non è detto che quella presenza valga meno.

Questa solitudine forzata, forse, ci ha permesso di fare una grande selezione. Di non ingannarci più su ciò di cui abbiamo davvero bisogno, e di non portare più avanti rapporti di pura apparenza o convenzione, ma di scegliere ciò che ci fa davvero bene, ciò che dà una marcia in più al battito del nostro cuore, che gli fa ritrovare il ritmo in un momento in cui si era un po’ perso.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. Beh, ti confermo che non è una sensazione che hai avuto solo tu…

    … ma per fortuna domani è lunedì e quindi schioderemo i nostri cul(on)i dal divano! 🙂

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    1. ailuig91 ha detto:

      Secondo me sono diventati così pesanti oggi che domani ci servirà una gru😂

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      1. Eh, te lo dico domani… 😅

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      2. ailuig91 ha detto:

        Io lo so già oggi🤦🏻‍♀️🤦🏻‍♀️🤦🏻‍♀️

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      3. Allora, dai: riesco ancora a deambulare 🙈

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  2. er puleggia ha detto:

    Ci vorrebbe una bella escursione per liberare la mente da ogni tipo di restrizione

    Ecco cosa ci vorrebbe la domenica 😄

    Brava 👏

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    1. ailuig91 ha detto:

      Almeno la settimana prossima riprendono💪🏻😃

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      1. er puleggia ha detto:

        Sperando che non ci siano nuove restrizioni
        😭😭
        In realtà intendevo una delle tue descrizioni dettagliate, magari di un posto ancora da scoprire 🙄

        Ciao 👋

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      2. ailuig91 ha detto:

        Incrociamo le dita, intanto passeggiamo con la fantasia 😃

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      3. er puleggia ha detto:

        Aggiungo che!!!

        Odio non essere abbracciato
        Odio il metro
        Odio il distanziamento sociale
        Odio il lockdown

        Speriamo finisca presto

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      4. ailuig91 ha detto:

        Sottoscrivo tutto🙄

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