Confini solitari

Quest’estate il mio psicologo mi ha detto una cosa che mi torna molto spesso alla mente: “Non puoi mettere da sola i paletti se poi gli altri li prendono e li mettono dove vogliono loro”.

Responsabilità. Limiti. Confini. Tante cose mi girano in testa in questo momento a ripensare a quelle parole, ma una cosa più di tutte: non possiamo pensare di avere il controllo sugli altri.

Non possiamo controllare né le emozioni, né le situazioni in cui gli altri vogliono metterci.

Possiamo gestire noi stessi in quelle circostanze, decidere quanto a lungo starci, quanto potere dare agli altri, e quando uscirne, se quelle situazioni non ci danno più niente di buono.

Se c’è una cosa estremamente facile è puntare il dito sugli altri. Continuare ad esaminare le colpe che gli altri hanno rispetto a noi, senza preoccuparci che siamo noi i primi ad essere responsabili nei confronti del nostro benessere.

È semplice dire ad una persona come avrebbe dovuto o potuto comportarsi, un po’ più difficile è chiedersi perché abbiamo bisogno di mettere l’altro in condizione di difendersi.

Ci riesce facile guardare i problemi degli altri, e trascurare noi stessi.

Cosa c’è alla base dell’incomunicabilità? Il non sentirsi presenza.

Non riusciamo a comunicare perché ci viene richiesto uno sforzo che il più delle volte è sovraumano: guardarci dentro e leggerci con attenzione, soffermarci anche e soprattutto sulle cose scomode di noi, quelle su cui sorvoliamo, che ci nascondiamo. Ma che dobbiamo approfondire se vogliamo entrare in relazione con gli altri.

Ecco come immagino la solitudine: non essere in grado di amarci e pretendere che siano gli altri a farlo per noi.

Penso che la vera solitudine sia privarci della capacità di salvarci. Sia pensare talmente tanto alle nostre ferite da diventare noi stessi quelle ferite. Sia cercare di mettere un cerotto senza comprendere cosa ci sta facendo sanguinare.

E da qui, la solitudine è non riuscire ad andare oltre la nostra solitudine; crearsi aspettative sugli altri e vivere di queste, credere più in loro che in noi, e nelle persone con cui ci relazioniamo.

Immagino questa solitudine, così sola, così desolata, così velenosa, come un rumore stridulo, che sovrasta i pensieri, che riempie tutti gli spazi, talmente forte da rompere i vetri, e da graffiare chi vi si trova davanti.

Penso alla solitudine e mi appare un involucro vuoto, che si forma e deforma a seconda di ciò con cui si riempie, ed è pieno di spine, di aghi pungenti con cui ferire qualsiasi cosa gli si avvicini.

Ne vedo le scintille. Una solitudine che si scontra con un’altra solitudine, e anzichè amalgamarsi, si respingono, erodendosi reciprocamente in superficie, e rafforzando la propria forza distruttiva.

Sento i rumori della solitudine, risuonano in me come se fossi io stessa a produrli.

Sentire la solitudine, prestarle attenzione: ascoltare cos’ha da dire, a me, a noi, a voi, a tutti.

Farsi presenza in quella solitudine. Sentirsi presenza, e occupare lo spazio vuoto circostante sentendosene padroni, non ospiti.

Per tutti noi la solitudine ha un nome diverso: può essere una persona, una cosa, un luogo, una canzone. Ogni persona ha la sua solitudine, in virtù della quale si muove nel mondo, si rapporta con gli altri, danneggia se stesso e gli altri.

E allora i paletti.

Quei confini che gli altri sono tanto bravi a confondere, a tracciare per il proprio vantaggio. Quei confini che ci salvano dall’invasione della solitudine altrui.

Dall’intrusione di un altro che ci sbatte in faccia di continuo le nostre ferite, senza darci tregua.

Fissare dei paletti perché non possiamo essere sempre pronti a curare le nostre ferite, ma anche perchè, a volte, l’unico modo per affrontarle è ammettere che noi non possiamo farci niente.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. Come si fa a fissare dei paletti “assoluti”?
    Inutile, le emozioni cambiano la nostra visuale di questi stessi paletti e quindi a volte sono troppo lontani o troppo vicini, anche se sono esattamente dove li abbiamo piantati.
    Lavoro inutile: perché star lì a fissare un confine, quando non siamo sicuri di riconoscere se chi c’è di fianco l’ha superato o meno, visto che la nostra prospettiva su noi stessi è spesso fallace?

    Accettiamo gli errori e ponimovi rimedio nel caso accadano, ma non fasciamoci la testa, per evitare di “incerottarci” prima di iniziare a sanguinare, senza sapere nemmeno la causa, tra l’altro.

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    1. ailuig91 ha detto:

      A volte penso che questa cosa delle emozioni sposti un po’ troppo i paletti della nostra sopportazione.
      Le emozioni sono belle, e vanno vissute. Ma ci sono anche altre cose, oltre alle emozioni.
      Per esempio il rispetto per noi stessi. Anche il rispetto per le nostre emozioni, e a volte porre dei paletti ci consente di rispettarle, se dall’altra parte continuano ad essere calpestate

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      1. Sì, vero: .on sto affatto mettendo in dubbio questo discorso.
        Sto solo dicendo che la disposizione dei paletti è talmente variabile per molti motivi (la stessa maturazione e consapevolezza, per esempio) che se si fossilizzano, poi è difficile spostarli anche se sarebbe giusto (o persino necessario) farlo.

        Poi, d’altro canto, ognuno è diverso e agisce in base a quel che è che quel che è stato… 🙂

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      2. ailuig91 ha detto:

        No, fossilizzarli no, assolutamente! I paletti non permettono di farci invadere, ma neanche di uscire da luoghi che già conosciamo.
        Penso sia più una questione di paletti interiori: stabilire dei confini per evitare che possa entrare tutto indistintamente, per poi ritrovarci a buttare cose accumulate nel tempo.
        Ecco, paletti come modo per fare selezione 😊

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      3. Non so… io ci vedo più che altro una zona di confort in cui rimanere… Però posso anche sbagliare: niente di più facile! 😉

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      4. ailuig91 ha detto:

        Ben venga la zona di comfort a volte 😊 o tu la intendi in modo negativo?

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      5. No, ci si sta bene, è chiaro… ma arredarsela e non uscirci mai preclude molte possibilità! 😅

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      6. ailuig91 ha detto:

        Sono d’accordissimo sull’uscire dalla zona di comfort. A volte immagino che uscire da lì significhi immergerci completamente in noi stessi, accettando un po’ tutto

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      7. Io credo che dentro si sia noi stessi, più “rilassati”, perché è il nostro ambiente naturale, mentre quando si esce siamo guardinghi e più attenti per cia della “novità”, però non credo che si sia necessariamente diversi da quel che siamo… a meno che non lo vogliamo: siamo sempre noi, ma con atteggiamenti più o meno prudenti.

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      8. ailuig91 ha detto:

        Ovvio, siamo comunque noi a decidere come mostrarci fuori, e questa decisione fa parte di noi. In effetti, stare da soli ci rafforza, ma stare con gli altri ci dà la misura di noi stessi nel mondo

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